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ESCHILO e le sue
tragedie.
Eschilo (Eleusi, 525 a.C. - Gela, 456 a.C.), fu uno dei maggiori poeti
tragici dell'antica Grecia e il più antico dei quali ci siano pervenute
opere per intero. Viene unanimemente considerato l'iniziatore della
tragedia greca nella sua forma matura. A lui seguirono Sofocle ed Euripide.
Biografia
Nato a
Eleusi intorno al 525 a.C., di famiglia nobile, fu testimone della fine
della tirannia dei Pisistratidi ad Atene, nel 510 a.C.. Combatté contro i
persiani nelle battaglie di Maratona (490 a.C.), di Salamina (480 a.C.) e
di Platea.
A proposito della battaglia navale di Salamina, di cui il poeta dà il
resoconto ne I Persiani, è interessante notare come la tradizione assegni
lo stesso giorno, sulla stessa isola, alla nascita di Euripide. Nello
stesso periodo, si dice, il giovane Sofocle intonava i primi peana.
Alcune delle sue opere, come I Persiani o Sette contro Tebe, devono molto
alla sua esperienza nelle guerre persiane. Fu anche il solo testimone tra
i grandi poeti greci classici dello sviluppo della democrazia ateniese. Le
supplici contiene il primo riferimento che sia giunto fino ad oggi di una
forma di governo definita come «potere del popolo». Nelle Eumenidi, la
rappresentazione della creazione dell'areopago, tribunale incaricato di
giudicare gli omicidi, sembra un implicito sostegno alla riforma di
Efialte, che nel 462 a.C. trasferì i poteri politici dall'areopago al
consiglio dei cinquecento.
Dopo la rappresentazione dell'Orestea, si recò a Siracusa, rispondendo
all'invito del tiranno Gerone, dove fece rappresentare I Persiani e
scrisse le Etnee in onore della nuova città.
Eschilo fu probabilmente iniziato ai misteri eleusini, come farebbe
intendere Aristofane nella commedia Le Rane, e secondo alcune leggende
sarebbe stato persino processato per empietà, dopo averne rivelato i
segreti, e questa sarebbe la causa del suo secondo esilio a Gela, in
Sicilia, dove morì.
Dopo la sua morte ricevette dai suoi contemporanei molti riconoscimenti,
il più grande dei quali fu la rappresentazione postuma delle sue tragedie,
all'epoca segno di eccezionale onore.
Le innovazioni nel dramma tragico
Eschilo viene considerato il vero padre della tragedia antica. Regista,
oltre che poeta, a lui viene attribuita l'introduzione di maschera e
coturni e inoltre è con lui che prende l'avvio la trilogia, o "trilogia
legata". Le tre opere tragiche presentate durante l'agone erano appunto
"legate" dal punto di vista contenutistico; nell'Orestea, ad esempio, (unica
trilogia pervenutaci per intero) viene messa in scena la saga della stirpe
degli Atridi, dall'uccisione di Agamennone alla liberazione finale del
matricida Oreste.
Introducendo un secondo attore (precedentemente, infatti, sulla scena
compariva un solo attore alla volta), rese possibile la drammatizzazione
di un conflitto. Da questo momento fu infatti possibile non solo esprimere
la narrazione tramite dialoghi, oltre che monologhi (aumentando il
coinvolgimento emotivo del pubblico e la complessità espressiva), ma anche
iniziare un percorso che, col tempo, permetterà alla tragedia di esprimere
delle narrazioni in fieri anziché un insieme di scene statiche. La
rappresentazione della tragedia assume una durata definita (dall'alba al
tramonto, nella realtà come nella finzione), e nella stessa giornata viene
presentata una trilogia, nella quale le tre parti sono "puntate" della
medesima storia. Da notare anche la progressiva riduzione dell'importanza
del coro, che prima rappresentava una continua controparte all'attore.
Nella tragedia più antica che ci sia pervenuta per intero, Le supplici, il
coro ha ancora una parte preponderante, nonostante la presenza dei due
attori (uno dei quali rappresenta in successione due personaggi),
l'impianto è ancora quello di un inno sacro, scarno di elementi teatrali.
Facendo un confronto con la più tarda Orestiade, unica trilogia giunta
fino a noi nella sua interezza, notiamo una evoluzione e un arricchimento
degli elementi propri del dramma tragico: dialoghi, contrasti, effetti
teatrali. Questo si deve anche alla competizione che il vecchio Eschilo
deve sostenere nelle gare drammatiche: c'è un giovane rivale, Sofocle, che
gli contende la popolarità, e che ha introdotto un terzo attore, ha
complicato le trame, sviluppato caratteri più umani, nei quali il pubblico
può identificarsi.
Tuttavia, anche accettando in parte, e con riluttanza, le nuove
innovazioni (tre personaggi compaiono contemporaneamente solo nelle
Coefore, e il terzo parla solo per tre versi), Eschilo rimane sempre
fedele ad un estremo rigore, alla religiosità quasi monoteistica (Zeus,
nelle opere di Eschilo, è rappresentato talvolta come un tiranno, talvolta
come un dio onnipotente, con qualche somiglianza con il biblico Yahweh).
In tutte le sue tragedie, lo stile è potente, pieno di immagini
suggestive, adatto alla declamazione. Nonostante i personaggi di Eschilo
non siano sempre unicamente eroi, quasi tutti hanno caratteristiche
superiori all'umano. Se ci sono elementi reali, questi non sono mai
rappresentati nella loro quotidianità, ma in una suprema sublimazione.
Lo stile
Lo
stile di Eschilo è estremamente complesso. È ricco di esornazioni
retoriche, neoformazioni linguistiche (fra cui anche degli hapax) e
arcaismi molto ricercati. La sintassi è ai limiti dell'ermetismo.
Tragedie
Eschilo scrisse probabilmente una novantina di opere, ma di queste ne sono
giunte ai giorni nostri solo sette:
Orestea - trilogia (rappresentata nel 458 a.C.)
Agamennone
Coefore
Eumenidi
I Persiani (rappresentata nel 472 a.C.)
Prometeo incatenato (rappresentata tra il 460 e il 470 a.C.). Una parte
della critica ritiene che la tragedia sia pseudoeschilea (cfr. ad es. B.
Marzullo, I sofismi di Prometeo, Firenze 1990) e sia stata messa in scena
nell'ultimo venticinquennio del V sec. Ne farebbero fede i punti di
contatto con i Cavalieri di Aristofane, ma soprattutto una concezione
dello spazio scenico e del suo uso particolarmente sofisticato.
Sette contro Tebe (rappresentata nel 467 a.C.)
Supplici (rappresentata nel 463 a.C.)
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