Una voce scritta per
l'Enciclopedia Britannica (inedita per
l'Italia) illustra le leggi generali
della comicità
di Arthur Koestler
La contrazione involontaria, simultanea e coordinata,di quindici muscoli
facciali associata al l'emissione di alcuni suoni spesso incontenibili, ci
colpisce come un'attività priva di un qualsiasi valore utilitario e
completamente slegata dalla lotta per la sopravvivenza. Il riso è un riflesso,
ma è unico nel non avere uno scopo biologico apparente. Lo si potrebbe
chiamare un riflesso di lusso, la cui unica funzione sembra quella di
allentare una tensione. (...)
La gamma delle esperienze che scatenano il riso va dal solletico fisico ai più
diversi sollazzi mentali. Eppure c'è un'unità in questa varietà, un comun
denominatore, un elemento specifico e specificabile che riflette la "logica",
o la "grammatica" per così dire, della comicità. Alcuni esempi serviranno a
caratterizzarlo:
«Un masochista è una persona che al mattino ama farsi una doccia fredda e se
la fa calda».
Una signora inglese all'amica che le chiede dove sarà ormai suo marito,
defunto: «Il povero caro sta in eterna beatitudine, ma preferirei che lei
evitasse argomenti tanto sgradevoli».
Il medico rassicura il paziente: «La sua è una malattia molto grave alla quale
sopravvive soltanto una persona su dieci. È stato fortunato a venire da me, ne
sono appena morti nove dei miei pazienti».
Dialogo in un film francese: «Signore, vengo a chiedervi la mano di vostra
figlia». «Perché no? Vi siete già preso il resto».
Un nobiluomo alla corte di Luigi XV torna da un viaggio senza preavviso, entra
nel boudoir della moglie e la trova tra le braccia di un vescovo. Dopo un
attimo di esitazione, attraversa la stanza, si affaccia alla finestra e
benedice i passanti per la strada. «Che fate, Marchese?» chiede la moglie,
preoccupata. «Monsignore svolge le mie funzioni», è la risposta, «quindi io
svolgo le sue».
Qualcosa accomuna questi cinque esempi?
Partendo dall'ultimo, una piccola riflessione rivela che il comportamento del
marchese è inaspettato e al contempo perfettamente logico. Segue però una
logica incongrua, quella della divisione del lavoro antica quanto la civiltà
umana, mentre ci si aspetta una reazione governata da altre regole: dal codice
della morale sessuale. È lo scontro improvviso tra diversi codici - o contesti
associativi - a produrre l'effetto comico. Esso costringe l'ascoltatore a
percepire la situazione su due piani, dotati entrambi di una propria coerenza
interna e incompatibili tra loro, per cui la mente deve operare
simultaneamente su due lunghezze d'onda. Finché dura questa condizione
l'evento non è associato, come di regola, a un singolo quadro di riferimento,
ma è "di-sociato". L'autore ha coniato la parola "di-sociazione" per
distinguere tra le routine del pensiero disciplinato entro un unico universo
di discorso - su un piano solo, per così dire - e le attività mentali creative
che operano sempre su più piani contemporaneamente. Nell'umorismo, la
creazione di un sottile motto di spirito così come l'atto ri-creativo che
consiste nel coglierlo implicano un delizioso sussulto mentale dovuto a quel
balzo improvviso da un piano - o da un contesto associativo - all'altro.
Veniamo agli altri esempi. Nel dialogo tratto dal film francese, la "mano"
della figlia viene percepita prima in un quadro di riferimento metaforico e
all'improvviso in un contesto fisico. Il medico ragiona in termini di
probabilità statistiche astratte le cui regole non sono applicabili ai casi
individuali, con una svolta in più perché, al contrario di quanto suggerisce
il buon senso, le probabilità di sopravvivenza del paziente non dipendono da
eventi precedenti, ma restano una su dieci. In questa storiella si cela uno
dei paradossi profondi della teoria delle probabilità, un'assurdità che
tendiamo a trascurare. Quanto alla vedova che considera la morte come una "beatitudine
eterna" e al contempo come un "argomento sgradevole", incarna un mal comune
degli esseri umani, combattuti tra fede e ragione. Anche in questo caso, la
battuta è semplice eppure ha risonanze consce e inconsce che soltanto
l'orecchio interno riesce ad afferrare. Il masochista che punisce se stesso
privandosi del proprio castigo quotidiano è governato da regole che ribaltano
quelle della logica corrente (si ottiene una figura analoga invertendo
entrambi i piani di riferimento: «un sadico è una persona gentile con i
masochisti».) Anche qui, c'è un ulteriore guizzo: chi pronuncia la battuta non
crede affatto che il masochista faccia una doccia calda per autopunizione,
bensì finge di crederlo. Il paradosso è l'arma più efficace degli autori
satirici: fingono di adottare il modo di ragionare dell'avversario per
smascherarne l'assurdità o la crudeltà.
Questi esempi hanno in comune una situazione percepita in due quadri di
riferimento coerenti ma incompatibili e si potrebbe dimostrare che la formula
è valida in generale per tutte le forme di comicità e di umorismo. Però ne
coglie soltanto la struttura intellettuale. Ora va esaminato l'altro aspetto
fondamentale: la dinamica emotiva che infonde vita a quella struttura e spinge
una persona alla risata, al riso o al sorriso complice o ammiccante.
Quanto un attore comico racconta una storiella, si prefigge deliberatamente di
creare tra i propri ascoltatori una tensione che va crescendo con il procedere
della narrazione, senza mai arrivare al culmine. La battuta finale funge da
ghigliottina verbale, decapita di netto lo sviluppo logico della vicenda e
frustra l'attesa del pubblico. Improvvisamente la tensione provata fin a quel
momento diventa ridondante e si sgonfia in una risata. Se l'aggressione viene
sostituita con l'empatia, una stessa situazione - l'ubriaco che casca lungo
disteso per terra - diventa patetica invece che comica, suscita la compassione
invece del riso. L'elemento aggressivo, la malignità distaccata del comico,
trasforma il pathos in melodramma, la tragedia in parodia. La malignità può
accompagnarsi all'affetto nella presa in giro amichevole; nell'umorismo più
civile, l'elemento aggressivo può essere sublimato o addirittura inconsapevole.
Ma nelle barzellette che piacciono ai bambini e alle popolazioni primitive, la
crudeltà, l'arroganza e la vanagloria sono esplicite.
In altri termini, il riso dà sfogo a eccitazioni emotive che sono diventate
inutili, che vanno eliminate seguendo le vie di minor resistenza e il "riflesso
di lusso" ha proprio la funzione di procurare tali vie. Basta dare un'occhiata
alle caricature di artisti inglesi del Settecento come William Hogarth e
Thomas Rowlandson, che mostrano la brutale ilarità dei frequentatori di
taverne, per capire che essi si liberano dell'adrenalina superflua contraendo
in smorfie i muscoli facciali, dandosi manate sulle cosce e sbuffando aria
dalla glottide mezza occlusa. I volti arrossati rivelano che le emozioni
sfogate attraverso tali valvole sono la brutalità, l'invidia, la gioia maligna
per le disavventure sessuali altrui. Nelle vignette di James Thurber, il
disegnatore americano del Novecento, la risata crassa lascia il posto
all'ammiccamento divertito e rarefatto: il flusso dell'adrenalina è stato
distillato e cristallizzato in un grano di sale attico, in un raffinato motto
di spirito. L'inglese witticism - frizzo, o battuta - deriva da wit nel senso
originale di intelligenza e di arguzia (Witz, in tedesco).
Comicità e ingegno appartengono a campi contigui che non sono separati da un
confine netto: il giullare è il fratello del saggio. Lungo l'intero spettro
della comicità - dalle forme più rozze a quelle più sottili, dallo scherzo
violento al puzzle intellettuale, dalla frecciata al paradosso, dall'aneddoto
all'epigramma - il clima emotivo mostra una trasformazione graduale.
L'emozione che si sfoga nella risata è un'aggressione privata del suo
bersaglio; le barzellette che piacciono ai bambini sono per lo più
scatologiche; i guai sessuali, sperimentati per interposta persona,fanno
sghignazzare adolescenti di ogni età; le freddure fanno leva sul sadismo
represso e la satira sul l'indignazione benpensante. Le diverse forme della
comicità suscitano una strabiliante varietà di umori,tra cui anche i
sentimenti ambivalenti o contraddittori. Qualunque sia la miscela, è
indispensabile un elemento di base: un impulso, anche flebile, di aggressione
o di apprensione.
L'impulso si esprime con la malignità, il disprezzo, la velata crudeltà della
condiscendenza o semplicemente con un'assenza di simpatia per la vittima dello
scherzo, con «un'anestesia momentanea del cuore» per dirla con il filosofo
Henri Bergson.
Nell'umorismo più sottile, a volte la tendenza aggressiva è così tenue che
soltanto l'analisi più attenta riesce a identificarla, come il sale in una
pietanza preparata con cura che altrimenti sarebbe insipida. Una ricerca del
1961 fra i ragazzini americani tra gli 8 e i 15 anni, concludeva che la
mortificazione, il disagio, la beffa altrui suscitava prontamente il riso,
mentre battute divertenti o spiritose passavano spesso inosservate. Le forme e
le teorie della comicità avanzate in passato si prestano a considerazioni
analoghe. Secondo Aristotele, il riso era intimamente legato alla bruttezza e
all'abiezione. Per Cicerone, il ridicolo stava nella bassezza e nella
difformità. Cartesio pensava che il riso manifestasse allegria mista a
sorpresa, a odio o a entrambi. Nelle cause del riso elencate da Francesco
Bacone troviamo di nuovo la difformità al primo posto. Su questo tema, una
delle citazioni più frequenti è tratta dal Leviatano (1651) di Thomas Hobbes:
«La passione del riso null'altro è se non l'improvvisa gloria che sorge
dall'improvvisa concezione di una nostra eminenza paragonata a un'infermità
altrui o a una nostra precedente».
Nell'Ottocento Alexander Bain, un pioniere della psicologia sperimentale, la
pensava allo stesso modo: «Non soltanto negli effetti fisici, ma ogni
qualvolta che un uomo riesce ad affermare una supremazia, a superare o ad
avvilire un rivale, la disposizione al riso è evidente».
Per Bergson, il riso è il castigo correttivo inflitto dalla società
all'individuo asociale: «Nel riso troviamo sempre l'intenzione inconfessa di
umiliare e quindi di correggere il nostro prossimo». Nella risata del pubblico,
Max Beerbohm, l'umorista inglese del Novecento, identificava «due elementi:
delizia per la sofferenza, disprezzo per le cose inconsuete». Secondo lo
psicologo americano William McDougall, «il riso è evoluto nella razza umana
come un antidoto dell'empatia, una reazione che protegge dalla deprimente
influenza delle manchevolezze degli altri uomini».
Le definizioni dei teorici sono le più varie, ma concordano su un punto: le
emozioni che si sfogano nel riso contengono sempre un elemento di aggressività.
Va però tenuto presente che aggressività e apprensione sono fenomeni gemelli,
al punto che gli psicologi parlano di «pulsioni aggressive-difensive». A
suscitare il riso quindi, è tipicamente una situazione in cui cessa
all'improvviso la paura di un pericolo immaginario. Se il riso è per sua
natura uno straripare di tensioni ridondanti, ne è la manifestazione più
evidente il cambiamento repentino dell'espressione di un bambino che passa
dall'apprensione ansiosa alla risata felice e sollevata. All'apparenza, questa
situazione non c'entra con la comicità, eppure a uno sguardo attento rivela la
stessa struttura logica delle barzellette: il bambino percepisce prima il
cagnolino in un contesto di pericolo e poi scopre che si tratta di un cucciolo
inoffensivo. La tensione diventa d'un tratto ridondante e defluisce nel riso.
Immanuel Kant aveva capito che il riso è «un'affezione che deriva da
un'aspettativa tesa, la quale d'un tratto si risolve nel nulla».
Nell'Ottocento, Herbert Spencer cercò di riformulare la stessa idea in termini
fisiologici: «Le emozioni e le sensazioni tendono a generare movimenti fisici...
quando la coscienza si trasferisce senza accorgersene dalle grandi alle
piccole cose», la «forza nervosa liberata» si diffonde per i canali di minor
resistenza, cioè nei movimenti corporei del riso. Freud incorporò la teoria di
Spencer nella propria, ponendo l'accento sulla liberazione delle emozioni
represse. Tentò anche di spiegare come mai l'energia in eccesso dovesse andare
spesa in tal modo: «A quanto ne so, le smorfie e le contorsioni della bocca
che caratterizzano il riso compaiono per la prima volta nel poppante
soddisfatto e sazio quando, assonnato, lascia andare il seno... Sono
espressioni tipiche della determinazione di non alimentarsi oltre, un "basta"
per così dire, o meglio "un più che basta"... Questo senso primordiale di
piacevole sazietà può aver fornito il nesso tra il sogghigno - quel fenomeno
fondamentale che sottende il riso - e il suo collegamento successivo con altri
processi piacevoli che allentano la tensione».
In altre parole, le contrazioni muscolari del sogghigno - intese come le prime
espressioni di sollievo dalla tensione - sarebbero poi servite da vie di minor
resistenza. Allo stesso modo, le espirazioni esplosive del riso sembrano
concepite come per "sbuffare" la tensione in eccesso con una sorta di
ginnastica respiratoria e i gesti esagerati avrebbero la stessa funzione.
Si potrebbe obiettare che queste reazioni massicce siano spropositate rispetto
ai piccoli stimoli che le provocano. Ma va tenuto presente che il riso è un
fenomeno tipo quello del grilletto, un rubinetto aperto all'improvviso da cui
sgorgano in gran quantità emozioni immagazzinate, provenienti dalle fonti più
diverse e spesso inconsce: sadismo represso, tumescenza sessuale, paura
inconfessata e persino noia. Una scolaresca che scoppia a ridere per un
incidente banale dà la misura del risentimento che ha accumulato durante una
lezione soporifera. Un altro fattore che amplifica la reazione fuori misura è
la contagiosità sociale che accomuna il riso ad altre manifestazioni emotive
dei comportamenti di gruppo.
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