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Teorizzato in filosofia da J.F. Lyotard in un saggio del 1979, La
condizione postmoderna, il postmoderno si identifica in campo letterario con
una tendenza del romanzo sviluppatasi negli Stati Uniti a partire dagli anni
Sessanta.
DeLillo è nato a New
York il 20 novembre del 1936 da genitori italiani emigrati subito dopo la
prima guerra mondiale da un paesino in provincia di Campobasso, Montagano.
Nato e cresciuto nel Bronx, allora abitato in gran parte da italoamericani,
frequenta scuole cattoliche fino agli studi universitari; questo lascia una
traccia indelebile in molti dei suoi scritti e principalmente in Underword
(1997).
Finiti gli studi inizia a lavorare come pubblicitario e ad interessarsi di
arte e musica, particolarmente al jazz e a scrivere. Nel 1971 pubblica il
suo primo romanzo Americana che sarà tradotto in italiano solo nel 2000. Nel
1972 ha pubblicato End Zone, non ancora tradotto in italiano, e l’anno
successivo Great Jones Street (tradotto in italiano nel 1997) che narra di
un artista rock ritiratosi a vivere in un ambiente spoglio.
Alla fine degli anni Settanta intraprende un lungo viaggio formativo in
Medio Oriente e in India, successivamente si trasferisce in Grecia dove vive
per tre anni e scrive il suo ottavo romanzo, i nomi, che avrà un buon
successo come “thriller psicologico”.
Torna quindi negli Stati Uniti e qui scrive White Noise con il quale vincerà
il National Book Award nel 1985. Da allora ha prodotto altri notevoli opere
che lo hanno incoronato come uno dei maggiori scrittori americani di questo
passaggio di millennio.
Considerato fra i maestri del postmoderno, va erigendo attraverso i suoi
numerosi romanzi un monumentale, labirintico ritratto critico della nazione
americana, con la sua coscienza collettiva che tritura immagini e linguaggi,
con i misteri e i complotti che intorbidano la sua storia recente, con le
sue ferite, i suoi miti, i suoi rituali: il football (Meta, End zone 1973),
il rock (Great Jones Street, 1974), l'intrigo politico (I nomi, The names
1982), le ideologie dí destra e la catastrofe ecologica (Rumore bianco,
White noise 1986), l'assassinio del presidente Kennedy (Libra, 1988), il
terrorismo (Mao II, 1991).
Dalla sua penna visionaria sono poi usciti
Underworld (1997), che attraverso i «passaggi» di una palla da baseball
traccia la storia americana; Body art (The body artist, 2001), che osserva
le metamorfosi del corpo nel dolore; Cosmopolis (2003), caustico itinerario
di un miliardario attraverso New York e attraverso la propria vita.

Le follie e le nevrosi dell'America raccontate da uno dei più grandi
autori contemporanei.
Il romanzo di DeLillo ha segnato la letteratura Usa.
Se la vita è opulenta e pienissima di paura
di IRENE BIGNARDI
Don De Lillo non è un recluso assoluto come Thomas Pynchon o come Salinger -
ma non è poi tanto lontano dall'esserlo. Ha scelto, in un certo senso, la
via dell'invisibilità relativa . Poca biografia, poche fotografie,
interviste concesse con prudenza e scarso entusiasmo ( una alla
sottoscritta, tre anni fa, divisi da un tavolo, nell'ufficio della sua
agente nuovayorkese, asciutta e professionale, senza sorrisi, senza
cedimenti a qualche tocco personale).
Preferisce che a parlare di lui siano i suoi libri e pochi dati "ufficiali".
Si sa dunque che è nato nel '36, che è di origine italiana ( padre e madre
sono originari della provincia di Campobasso) e che è cresciuto nel Bronx,
vicino a Arthur Avenue, detestando la scuola che considerava una perdita di
tempo e una gran noia e adorando "ogni forma di baseball immaginabile",
giocando a basket e a calcio, se necessario con una palla fatta di carta di
giornale. Che il territorio dei suoi giochi, come per tanti italo-americani,
è stata la strada. Che non si sente legato in maniera particolare alle sue
origini italiane. Che si è laureato in Scienze della Comunicazione. Che per
qualche tempo ha fatto un lavoro che non amava , il copywriter
pubblicitario.
E che si è " imbarcato nella mia vita, nella mia vera vita", scrivendo il
primo dei suoi dodici romanzi , Americana, a ventinove anni (" allora a New
York si poteva vivere con poco, io non avevo famiglia, e sono campato per
tre anni con i miei risparmi", raccontava per spiegare l'inizio della sua
storia letteraria). Che ora è sposato, senza figli, e vive da qualche parte
nel New Jersey. Che ha una faccia pallida, seria , intenta, sottile, un po'
spettrale. Che è sempre intenso ( almeno durante le interviste), come se ci
fosse poco tempo. Che è universalmente considerato come uno dei grandi
scrittori contemporanei. Tanto che Thomas Pynchon, il recluso, il
sofisticato Pynchon, lo definisce " la voce più eloquente della letteratura
americana".
De Lillo , dunque, vuole che al posto suo parlino i suoi libri. Dodici,
appunto ( ma ce n'è anche uno scritto sotto lo pseudonimo di Cleo Birdwell,
Amazons, e testi teatrali, pezzi giornalistici, racconti ) , che dalla
critica sono stati prontamente rubricati sotto la voce "postmoderni"- ma non
sarebbe meglio parlare di "postmodernismo", prendendo come punto di
riferimento quel modernismo che nei primi decenni del secolo passato
ridisegnò la mappa e le ambizioni della scrittura letteraria? Sono grandi
libri, i suoi, per dimensioni, ambizioni, stile, risultati. Lontanissimo dal
cosiddetto minimalismo, generoso e abbondante, Don De Lillo è uno scrittore
alla ricerca del Grande Romanzo Americano - l'araba fenice inseguita da ogni
scrittore Usa che si rispetti, il romanzo che dirà tutto dell'America, la
rappresenterà, parlerà con la sua voce.
E' il progetto di Don De Lillo. Che romanzo dopo romanzo- salvo la breve,
strana parentesi, un po' gotica un po' modernista un po' assolutamente
personale di L'artista del corpo - parla di America, per l'America, per le
sue ossessioni, passioni, storia, in un accumulo brillante, terrificante,
doloroso, minuzioso, ridondante, geniale, linguisticamente stravolgente (
che fatica devono aver fatto i suoi bravissimi traduttori) di pezzi di vita,
di cultura , di esperienza, di ossessioni, di "trivia" americani, quei
dettagli minuziosamente annotati che sembrano cataloghi delle cose di cui ci
circondiamo nella vita quotidiana - e soprattutto va ricostruendo
letterariamente l'America contemporanea, dandole un corpo e un peso che
l'autoreferenzialità di tanti suoi contemporanei le ha negato.
Come in Rumore bianco, White Noise. Un romanzo di quindici anni fa che parla
dell'oggi - pubblicato in Usa nel 1984, è uscito la prima volta in Italia
nel 1987 edito da Pironti, poi da Einaudi - , e che con Libra ( un
impressionante ricostruzione a metà tra realtà e fantasia dell'assassinio di
Kennedy visto dalla parte di Oswald) e Underworld ( un grandioso affresco di
cinquant'anni di vita) è uno dei tre "grandi romanzi americani" di De Lillo.
Di cosa ci parla ? Diceva a suo tempo il brillante traduttore del romanzo,
Mario Biondi, che Rumore bianco ci parla " di storia contemporanea
americana". Ci parla del fatto che vivere nella torre di avorio di un
ambiente privilegiato non ci salva dai veri problemi della società,
destinati a toccarci comunque. Della paura della morte che ci insegue e ci
inseguirà ovunque, travestita da eleganza, indifferenza, nevrosi,
maniacalità, salutismo, riti - quello che più tardi nella storia
diventeranno la base per la cultura/ incultura della "new age".
In Rumore bianco l'ambiente privilegiato è quello di una piccola università
americana , presso la quale il protagonista , Jack Gladney, insegna (
immaginate un po', ma non stupitevi, tutto è possibile nell'America
postmoderna ) "studi hitleriani". D'altra parte, un suo collega non tiene
forse un fortunatissmo corso su Elvis Presley ? e tra i due personaggi
oggetti di studio non vengono regolarmente fatti confronti e collegamenti?e
la fama e il culto dell'uno non sono accostati in una continua analisi del "
mito" relativo? E vogliamo aggiungere a questo piccolo ritratto di vita di
futilità da campus il fatto che Jack, l'hitlerologo, non legge e non parla
il tedesco?
Jack è con sua moglie Babette ( la quarta) al centro di una complicata
famigliastra di figlie e figlie adolescenti provenienti dai precedenti
matrimoni di entrambi ( ma ogni tanto qualcun altro arriva da lontano, da
un'altra casa, un altro matrimonio, un' altra ex moglie o marito). Una vita
protetta, opulenta , tranquilla, colta, dentro il gran fiume del benessere
consumistico e della pax americana, in mezzo al rumore bianco, al basso
continuo di radio, tv, sirene, elettrodomestici, traffico, informazioni ,
notizie. Una vita perfetta e affettuosa. Fino al giorno in cui una
gigantesca nube tossica prodotta da un incidente allo scalo ferroviario
cittadino non costringe l'intera città e lo stato a un'evacuazione in massa,
che si svolge sotto la neve e la pioggia, secondo i folli rituali , il
disordine, gli ordini , i contrordini, le bugie ufficiali, le verità
nascoste, l'inefficienza del caso.
E' da questo incidente , raccontato da De Lillo con una prosa al tempo
stesso minuziosa e apocalittica, notarile e fantastica, che prende le mosse
un giallo familiare destinato a trasformarsi in tragedia e poi di nuova
nell'accettazione della vita com'è. Jack è( probabilmente) colpito dalla
nuvola tossica quando scende dall'auto per fare il pieno di benzina. O no?
Una delle simpaticamente pestifere figlie della coppia scopre, o forse solo
intuisce, che Babette assume un farmaco che, pensa la ragazzina, è
potenzialmente dannoso. Un farmaco sconosciuto, che si chiama Dylar.
Pronunciare Dailaaa. Un nome strano che De Lillo , in un'antica intervista a
Mario Biondi, ha spiegato voler dire "muori" e "ridi". Perché il Dylar della
sua invenzione è un farmaco ( come forse, a ben vedere, in proporzioni
diverse, tutti i farmaci ) destinato a cancellare la nostra grande paura, la
paura della morte, l'ossessione che, sotto la sua aria paciosa di mater
familias e di compagna affettuosa, tormenta la placida Babette e suo marito
Jack, che dopo tutto esercita il suo sapere sull'archetipo dell'orrore e
della morte rappresentato da Hitler.
L'orecchio attento e magistrale di De Lillo per i dialoghi, le parole, le
banalità del parlato quotidiano si intreccia in questo libro in un "rumore
bianco" di intelligenza e frivolezza, di metafisica e di pettegolezzo ( che,
ebbe a dire Cioran, sono le due sole cose importanti), di ironia e di
tragedia, di costume e di storia delle nostre angosce rimosse e delle nostre
ossessioni. Dico nostre perché anche le angosce così americane di Jack e
Babette si sono globalizzate, assieme ai supermercati, ai corsi sul
portamento, alle assurdità del bla bla accademico. In quindici anni il
rumore bianco di De Lillo ci ha conquistati.

Underworld
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Figura
centrale del cosiddetto postmodernismo insieme a Thomas Pynchon e Paul
Auster, il primo più vecchio e considerato oramai un classico e
l’altro più giovane ed eclettico.
Thomas Pynchon |
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