Johann Wolfgang von Goethe
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(Francoforte sul Meno 1749 - Weimar 1832).
L’attività di G nell’ambito artistico fu molteplice: fu collezionista,
disegnatore, critico, teorico e, negli ultimi anni di Weimar, impegnato nella
promozione di un progetto educativo per lo studio delle arti. La sua collezione
comprendeva quattromila disegni e incisioni, in particolare di Dürer, Schongauer,
Rembrandt, Ostade e soprattutto Claude Lorrain, essa contiene anche disegni di
sua mano (duemila conservati a Weimar, Museo Goethe, e a Francoforte, nella sua
casa natale), nonché numerosissimi scritti (redatti dal 1772 alla morte).
Allevato dal padre nel culto dell’Italia, G, sin dall’infanzia a Francoforte,
frequentò gli ambienti artistici (pittori come J. G. Trautmann, J. Juncker F. W.
Hirt), iniziandosi alla tecnica del disegno e dell’incisione presso l’accademia
di Lipsia (1765) con Adam Friedrich Oeser e l’incisore Cristoph Stock. Nella gg
di Dresda conobbe le opere della scuola olandese nel 1768 e in seguito, durante
il suo soggiorno a Strasburgo, nel 1772, si entusiasmò per l’arte tedesca (Dürer
e l’architettura gotica).
All’adesione alla cultura dello Sturm und Drang seguí, dal 1768 l’esperienza del
viaggio in Italia – soprattutto Roma, ma anche Vicenza, Padova, Venezia Bologna,
Napoli, la Sicilia, Firenze, Milano e, nel 1790, alcuni mesi a Venezia –
documentata dal diario Italienische Reise (Viaggio in Italia), pubblicato tra il
1816 e il 1820. Nel corso dei suoi soggiorni italiani G vide e studiò i
capolavori della pittura italiana e, soprattutto a Roma, frequentò l’ambiente
cosmopolita legato all’Accademia di Francia e alla colonia di artisti e teorici
tedeschi allora presenti in città. Frequentò Tischbein, che ne dipinse un
celebre ritratto (1787: Francoforte, ski), Hackert Heinrich Meyer e approfondí
la propria cultura a contatto con Winckelmann le cui teorie aveva conosciuto in
Germania tramite Oeser e Mengs, partecipando alla «riscoperta dell’antico».
Insieme a Tischbein riassunse le proprie concezioni estetiche in un saggio
intitolato Semplice imitazione della natura, maniera, stile (1789). Tornato a
Weimar si dedicò a uno studio metodico di carattere scientifico, in vista di un
secondo viaggio in Italia che però non venne mai realizzato (cfr. Preparazione
del secondo viaggio in Italia, 1795-96) e alla redazione delle biografie di
Winckelmann e di Hackert. Negli anni successivi elaborò un «misticismo estetico
fondato sull’intuizione» (Michea) che si contrapponeva alla cultura dei
conoscitori concentrati sui valori concreti della pittura al di là di ogni
interesse teorico, proponendosi di sostituire alla critica di tipo analitico una
critica intuitiva. Interessato all’arte dei primitivi, sulla scia della lettura
di Zanetti si occupò della pittura bizantina a Venezia (1790) e in seguito nel
1815, di Jan van Eyck (seguendo le elaborazioni di Seroux d’Agincourt) e dei
primitivi tedeschi, quando vide la collezione dei fratelli Boisserée a
Heidelberg, il commento a quest’ultima (Über Kunst und Altertum, Sull’arte e
l’antichità) resta il suo scritto piú originale di storia dell’arte. Secondo
l’impostazione
teorica che gli era cara, che ritorna nei suoi studi di botanica e di anatomia
comparata, G tentò anche nell’ambito della storia dell’arte un’analisi delle
specificità dei fenomeni individuali che ne ricercasse i rapporti con i principî
generali senza però eluderne le singolari peculiarità. A Weimar, in
collaborazione con H. Meyer, si sforzò di elaborare un sistema educativo delle
arti e di orientarne lo sviluppo in Germania anche attraverso l’organizzazione
di premi e di esposizioni (Weimar, 1799-1805).
Scrisse inoltre uno dei primi trattati sul colore (Zur Farbenlehre (La teoria
dei colori), 1806-10) in cui elaborava una teoria dei colori che si
contrapponeva all’analisi di Newton e che resta un’opera fondamentale per lo
studio dello spettro cromatico, del miscuglio ottico e dell’impiego «semantico»
dei colori.