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Keats è considerato il
padre dell'estetismo anche se la sua poesia, che canta la bellezza della
vita, è essenzialmente etica. L'espressione più alta del suo lirismo sono le
odi scritte nel 1819, ricche di immagini suggestive e solenni nel ritmo: A
un usignolo, Sopra un'urna greca, Alla malinconia, All'autunno.
Mentre gli aspetti più esteriori del gusto romantico erano divulgati
dappertutto dai poemi del Byron e dai romanzi dello Scott, gli aspetti più
intimi della sensibilità romantica trovavano espressione, dopo il Coleridge,
nell’esotismo classicheggiante di John Keats. Nato a Londra di umili origini,
soltanto tra i quindici e sedici anni il Keats sviluppò l’amore per i libri
e la poesia. Mortagli tisica la madre (suo padre, stalliere che aveva
sposato la figlia del padrone della rimessa, era morto nel 1804), fu messo
dal tutore come apprendista presso un chirurgo, ma intanto le letture,
specialmente della Faerie Queene dello Spenser, gli rilevarono la sua vera
vocazione. Aiutato da Leigh Hunt (in politica radicale, in poesia eclettico
diluitore di motivi derivati dagli antichi inglesi – Chaucer, Spenser – e
italiani – Dante, Pulci, Boiardo, Ariosto), il Keats si vide confuso dai
critici con la scuola poetica a cui apparteneva il suo protettore (la
cosiddetta « Cockney School ») allorché pubblicò nel 1818 Endymion, a poetic
romance.
Le spietate stroncature dei critici del Blackwood’s Magazine e della
Quarterly Review, deprimendo il morale, poterono contribuire con altre
circostanze – specialmente l’assistenza prestata al fratello Tom che mori
d’etisia, gli strapazzi d’un giro in Scozia, e un amore appassionato e
tormentato per Fanny Brawne – a scuotere una fibra delicata e predisposta
alla tisi come quella del Keats. La malattia si dichiarò improvvisamente nel
febbraio del 1820; prostrato da irritabilità nervosa e debolezza generale,
il Keats s’imbarcò per l’Italia con l’amico Joseph Severn, pittore, e si
stabilì a Roma, in Piazza di Spagna, dove mori il 23 febbraio 1821. Fu
sepolto nel Cimitero Protestante di Roma, e la sua lapide reca l’iscrizione
che egli stesso s’era scelta: « Here lies one whose name was writ in water
». Lo Shelley ne pianse la morte in Adonais, rievocando per lui l’eterno
simbolo del martire iddio giovinetto, pianto dalle donne di Levante.
L’entusiasmo per l’arte dell’antica Grecia (alimentato dalla lettura del
dizionario classico del Lemprière e dai marmi del British Museum – gli «
Elgin marbles » – il Keats non sapeva leggere il greco) orientò la
sensibilità romantica del poeta nel senso d’un esotismo classicheggiante,
che contiene talora in embrione, talora in pieno sviluppo, tutti gli
elementi del tardo romanticismo e del decadentismo della fine dell’Ottocento.
Il cosiddetto classicismo del Keats risente del gusto dell’epoca della
Reggenza, e cioè risultante da una contaminazione di elementi disparati (anche
gotici e orientaleggianti), e presenta quindi caratteristiche d’ibridismo,
diversamente dal classicismo settecentesco che era divenuto una seconda
natura nel linguaggio poetico: qui il rischio era l’accademia, in Keats,
cresciuto in un’epoca di declinante tradizione e non assistito d’altronde
nei primi anni da un ambiente familiare comunque colto, il rischio era una
vistosa superficialità decorativa come quella degli almanacchi così diffusi
in quel primo Ottocento, e in tale difetto Endymion incorre a ogni piè
sospinto, con la sua spesso smaccata e stucchevole mellifluità che illustra
un aspetto tutt’altro che secondario del Keats, la sua struggente tenerezza
quasi femminea, attestata anche nell’Ode to Psyche, il cui morbido
alessandrinismo fa pensare a certe manierate e squisite incisioni
neoclassiche (soprattutto francesi) dell’epoca, e al clima poetico di
languida sensualità contemplativa espresso dalle Veneri, dalle Psichi e
dagli Amori di Canova.
Per altro una miracolosa metamorfosi avvenne nel Keats nella stagione tra il
settembre 1818 e il settembre 1819, allorché la malattia e la passione
d’amore che lo consumavano poterono contribuire a potenziare il suo genio e
a forzarne la fioritura. Keats era una lastra impressionabile, un camaleonte,
com’egli ebbe a dire, assimilava istantaneamente e (ancor più sorprendente)
con una prontezza da sbalordire restituiva gli elementi assimilati in una
visione nuova in cui essi erano a stento riconoscibili. Così, in contrasto
al Keats maggiore, poeta mesto e solenne che attraverso il presentimento
sente il fascino della Bellezza immortale, sorprendiamo in The Cap and Bells
(Il berretto a sonagli) la presenza d’una multiforme Musa affine a quella di
Shakespeare: accanto alle note comiche troviamo squisite descrizioni d’una
lirica sensuosità.
Padre dell’estetismo il Keats non è un esteta: il succo della sua poesia è a
base etica: Stimmung di questo poeta: egli esalta contro il razionalismo
l’intuizione della vita accettata integralmente, e, come tale,
configurantesi in Bellezza. In questo modo va interpretata la famosa chiusa
dell’Ode on a Grecian Urn:
Beauty is Truth, Truth Beauty — that is all
Ye know on earth, and all ye need to know.
Il poeta che in Endymion anelava a « una vita di sensazioni piuttosto che di
pensieri », e amava abbandonatamente la Bellezza, come un’amante,
approfondisce la sua ispirazione nella magnifica fioritura di versi del
1819, soprattutto nelle odi (Ode to a Nightingale, Ode on a Grecian Urn, To
Autumn, Ode on Melancholy, Ode to Psyche) e nel poema in blank verse
miltonico Hyperion (non finito), ove il progresso del cosmo è presentato
come un passaggio del regno dei cieli e nuovi iddii sempre « più belli ». Il
poema s’interrompe appunto nel momento in cui Apollo consegue la divinità e
il dono del canto attraverso a una sorta di doloroso transito, a una morte
oltre la quale è la vera vita: « conoscenza smisurata » e simpatia per
l’umano dolore fanno di Apollo un uomo – dio, un dio più perfetto. Ma a
questo punto il poema non può più conservare il tono epico, lo stile «
artistico » di foggia miltonica, e s’interrompe.
L’« io lirico » troverà piena espressione nelle Odi. In esse più
intensamente, attraverso il presentimento della morte, il poeta sente la
Bellezza, che immortale, impassibile, assiste al travaglioso vanire delle
vicende umane intorno: generazioni e generazioni d’uomini s’inebriano per un
‘istante del canto eterno dell’usignolo, dell’armonioso lineamento dell’Urna
eterna, e salutano morituri la perenne Imperatrice. In questa sua
accettazione e dedizione a una Bellezza che placa l’ansia dell’anima dinanzi
al mistero del mondo, si esalta il motivo dominante della vita del Keats. Le
sensazioni che il poeta chiede all’amore – come ci attesta l’epistolario con
Fanny Brawne – sono sensazioni di narcosi; desidera che la lettera della
fidanzata sia come una pozione d’oppio. Il motivo dell’Ode to a Nightingale
è pur questo. Domina le lettere a Fanny una vertigine di abbandono quale
alita nel mito d’Endimione predato dalla Luna: il Keats si sente « assorbito
» dall’amata.
Una coppia di versi del Petrarca (che è un peccato il Keats, non conoscesse)
sembra in forma emblematica significare la Stimmung di questo poeta:
Deh! or foss’io col vago de la Luna,
Addormentato in qualche verdi boschi.
Questa Stimmung domina anche altre poesie del volumetto del 1820. Tali
poemetti Lamia, Isabella (ispirata dal Decameron, IV, 5), The Eve of St.
Agnes, la ballata La Belle Dame sans Merci, che presentano un’ispirazione
più sensuale e decorativa, tipica del medievalismo romantico. Da questo
Keats prenderanno le mosse i Preraffaelliti. Soprattutto La Belle Dame sans
Merci, con la vaga evocazione dei languidi fiori simbolici, coi lenti muti
gesti e le lacrime ineffabili, col nome strano e spietato della dama
sconosciuta, con la presentazione delle immagini carnali – il pallore, la
madida fronte, le riarse labbra – con l’insistente ricorrere di certe note,
fino alla chiusa che, ripresentando la desolata landa acquatica, propaga un
brivido d’estaticità per tutta la visione: questa poesia che esprime un
malioso e doloroso mistero, par contenere in embrione tutto il mondo dei
Preraffaelliti e dei simbolisti, dalla Laus Veneris di un Swinburne a certi
quadri di un Moreau. E proprio i principi che il Moreau metteva a base della
sua arte, il principio della « bella Inerzia » e quello della « Ricchezza
necessaria », già si trovano nei versi del Keats, con la loro andatura lenta
e sognante, con la loro frase onusta d’immagini e di suggestive risonanze (il
Keats consigliava allo Shelley di « load every rift with ore » nella
suapoesia; che il Keats giungesse per questa via a un decorativismo
addirittura decadente, è mostrato da The Eve of St. Agnes).
Riconnettendosi alla grande tradizione del verso inglese (Spenser,
Shakespeare, Chapman, Milton) il Keats segna il momento di massima
perfezione raggiunto dal romanticismo.
D’altronde il suo rappresentarsi la vita come un’armonia di contrasti, in
cui tutte le passioni umane e tutte le creature, dalle sublimi alle infime,
trovano giustificazione, avviava l’arte del Keats al dramma: il verso
miltonico finì per apparirgli artificiale, il linguaggio di Milton una
curiosità, col suo forzare un idioma del Nord a inversioni e intonazioni
greche e latine: e più urgente divenne il modello di Shakespeare con la sua
concezione integrale del mondo sublimata in intuizione poetica, e il suo uso
(soprattutto in King Lear) di parole dell’inglese ordinario pei più sublimi
e terribili effetti di visione fantastica: per questa via il Keats s’era
avviato con Isabella, or the Pot of Basil. Forse, come concludono il
Grierson e lo Smith (A Critical History of English Poetry), « le Odi son
l’ultimo e più perfetto prodotto di quella che avrebbe potuto essere
chiamata la prima maniera di Keats, se la vita e il suo genio avessero
permesso una transizione quale fu quella di Shakespeare dalle immagini
decorative, naturali e mitologiche, di – ad esempio – il Sogno d’una notte
d’estate o Il mercante di Venezia, alle immagini più drammatiche e
realistiche di Amleto e di Macbeth ».

Odi
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