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Per la sua
liberazione, nel '49 firmano a Parigi, insieme a tanti altri, Sartre,
Ricasso e Robeson. Per la libertà si sottopone a uno sciopero della fame di
18 giorni, nonostante il cuore malato. Esce dal carcere in seguito ad
un'amnistia generale. Anche da libero è perseguitato: due tentativi di
ucciderlo e il servizio militare a 50 anni, malato. Privato della
cittadinanza turca, deve rifugiarsi all'estero, accolto con affetto ovunque;
solo gli Stati Uniti gli negano il visto. Muore esule a Mosca nel 1963.
Salonicco,
20 novembre 1902 (per l'anagrafe ma nato in realtà nel 1901) - Mosca, 3
giugno 1963.
N.H. nacque a Salonicco nel 1901, città della quale il nonno paterno era
stato governatore. Il padre Nazim Hikmet Bey (già console ad Amburgo) era
funzionario di stato e la madre, Aisha Dshalila, pittrice. Studiò nel liceo
di lingua francese di Galatasaray (Istanbul) e successivamente si iscrisse
all'Accademia della Marina militare che dovette però lasciare per ragioni di
salute. Fu esponente di spicco della cultura turca del '900 ed uno dei primi
poeti, in quel paese, ad adottare il verso libero. Divenuto, in vita, uno
dei poeti turchi più conosciuti in occidente (e per comune accordo indicato
come il primo poeta turco moderno), le sue opere sono state tradotte in più
di cinquanta lingue.
Durante la Guerra di Indipendenza si schierò con Kemal Atatürk (Mustafa
Kemal) in Anatolia, ma rimase presto deluso dagli ideali nazionalisti e
durante l'occupazione alleata della Turchia lavorò come insegnante a Bolu,
nella parte orientale del paese. Nel 1922, condannato per marxismo (si
iscrisse al partito comunista turco all'inizio degli anni '20) e malvisto
per la pubblica denuncia dei massacri armeni del 1915-1922, dovette
trasferirsi in Russia in esilio volontario; paese verso il quale lo spinse
certamente anche il fascino della recente rivoluzione d'Ottobre. Qui studiò
sociologia presso l'Università di Mosca dove conobbe artisti e letterati di
tutta Europa (la delusione per il sostanziale fallimento dell'esperimento
comunista era ancora in là da venire...).
Rientrato clandestinamente in
Turchia dopo la fine della Guerra di Indipendenza (1924) iniziò a
collaborare con il giornale di sinistra Ankara Independence Tribunal.
Condannato "in absencia" a quindici anni di lavori forzati per la sua
opposizione al regime e per propaganda comunista, riuscì nuovamente a
fuggire in Russia nel 1926, dove riprese a lavorare ed a pubblicare poesie
ed opere teatrali (conobbe, tra gli altri, Majakowsky, la cui poesia
futurista lo avrebbe lungamente influenzato). Poté tornare in Turchia
soltanto nel 1928, a seguito dell'amnistia generale, ma, una volta in
patria, dato che il partito comunista era stato dichiarato fuorilegge, si
trovò sotto costante sorveglianza da parte della polizia e dei servizi
segreti; continuamente incarcerato per una serie di reati spesso totalmente
pretestuosi (una volta, ad esempio, fu arrestato per affissione illegale di
manifesti politici). Nonostante trascorra, tra il 1928 ed 1936, un periodo
non inferiore a cinque anni in carcere (periodo terminato con l'amnistia
generale del 1933, decennale della Repubblica), riesce comunque a pubblicare
nove libri: 5 raccolte e 4 poemi lunghi che rivoluzionarono lo stile della
poesia turca, introducendo, oltre al verso libero, nuove tematiche e
metodologie. Furono anni fecondi, durante i quali scrisse anche romanzi,
testi teatrali e lavorò come giornalista e correttore di bozze, traduttore e
sceneggiatore, ma anche come rilegatore, nel tentativo di mantenere la
seconda moglie (il primo brevissimo matrimonio, risalente 1922, era stato
annullato al tempo della prima fuga a Mosca), i due figli di lei e la madre,
ora vedova.
Nel 1938 fu nuovamente arrestato, per attività anti-naziste e anti-franchiste
e con l'accusa di aver tentato di incitare, con le sue opere, la marina
turca alla rivolta. Questa volta la condanna fu molto dura: 28 anni di
carcere (a dimostrare che, a torto o a ragione, il potere teme più la penna
che la spada...). In prigione, dove sarebbe rimasto per quattordici anni,
scrisse le sue opere più belle, tra cui il capolavoro assoluto "Paesaggi
Umani" (1941-1945). In questi anni il tono della sua poesia si fa più
diretto e serio, il verso si affina e si fa essenziale. Non avrebbe però mai
più visto un suo libro pubblicato sul suolo turco e quel che poté circolare,
stampato all'estero, lo fece sempre clandestinamente. Ancora in carcere,
divorziò dalla seconda moglie per sposare la traduttrice Münevver Andaç.
Rimesso in libertà nel 1949 per intercessione di una commissione
internazionale che comprendeva, tra gli altri, Jean-Paul Sartre e Pablo
Ricasso e dopo uno sciopero della fame di diciotto giorni reso ancora più
drammatico dal recente attacco cardiaco, Hikmet ricevette nel 1950 il premio
Nobel per la Pace; ma già l'anno successivo fu costretto a fuggire a Mosca.
Drammatica decisione presa, come ebbe a scrivere all'amica Simone De
Beauvoir, dopo il fallimento di due tentativi governativi di assassinarlo
investendolo in automobile e dopo aver appreso la notizia di essere stato
forzatamente arruolato nell'esercito e destinato al fronte con la Russia.
Racconta Hikmet che il medico militare incaricato di visitarlo gli disse:
"Lei non è in condizione di sopravvivere più di un'ora sotto il sole del
deserto, eppure io ho pronto per lei un certificato di buona salute". Il
poeta aveva ormai cinquant'anni e soffriva le pesanti conseguenze
dell'attacco cardiaco subito in carcere e che lo avrebbe portato alla morte
nell'arco di un decennio. Anche la fuga da Istanbul fu decisamente
avventurosa: Hikmet tentò di attraversare il Bosforo su una piccola barca a
motore in una notte di tormenta (come ebbe a dichiarare in seguito, nelle
notti serene c'erano troppe guardie per passare inosservati), il piano
originale prevedeva lo sbarco in Bulgaria, cosa però che si dimostrò
impossibile date le condizioni del mare. Fortunatamente, dopo alcune ore di
navigazione, incrociò una nave rumena. Iniziò a seguirla urlando il suo nome
ed i marinai lo riconobbero e risposero al saluto, ma senza prenderlo a
bordo. Soltanto quando il motore smise di funzionare e, nel mezzo della
tempesta, Hikmet iniziò a disperare per la propria vita, finalmente il cargo
si fermò e lo accolse a bordo: gli ufficiali della nave avevano trascorso
quelle ore in contatto radio con Bucarest in attesa di istruzioni. Ironia
della sorte, quando il poeta fu, finalmente, nella cabina del capitano trovò
un proprio ritratto fotografico, su cui campeggiava la scritta "Salvate
Nazim Hikmet": era uno dei manifesti fatti stampare due anni prima dal
comitato internazionale, e mai auspicio si concretizzò in modo tanto
letterale!
A Mosca gli fu assegnato un alloggio nella colonia di scrittori di
Peredelkino, ma il governo turco rifiutò sempre di concedere alla moglie ed
al figlio il permesso di raggiungerlo. Nonostante un secondo attacco
cardiaco, nel 1952, Hikmet viaggiò molto in quegli anni; attraverso l'Europa,
il Sud America e l'Africa. Solo gli Stati Uniti gli rifiutarono, sempre, il
visto. Ma era l'epoca della Guerra Fredda...
Dopo che gli fu tolta la cittadinanza Turca (1959), accettò l'offerta di un
passaporto da parte del governo Polacco, dichiarando di aver ereditato i
capelli rossi e gli occhi chiari da un progenitore (un rivoluzionario del
XVII secolo) che veniva, appunto, da quel paese. Nel 1960, di nuovo a Mosca,
si sposò - per la quarta volta - con la giovane Vera Tuljakova. Sempre a
Mosca sarebbe morto, per una nuova crisi cardiaca, nel 1963, a 62 anni d'età.
Le opere di N.H. riapparirono brevemente in Turchia soltanto nel periodo
1965-1966 per poi scomparire nuovamente e per sempre dai cataloghi degli
editori (salvo edizioni minori o in piccola tiratura). Questo, nonostante
nel resto del mondo esse siano state ristampate e tradotte innumerevoli
volte.
Per Nazim Hikmet la poesia d'amore non è mai soltanto poesia d'amore, egli
riassume nella parola "amore" l'esistenza, la politica (intesa come
necessaria interazione sociale con il resto del mondo), la vita stessa.
Riesce a parlare, ad un tempo, di sé stesso, del suo paese e del mondo in un
singolo verso, con una semplicità (apparente) ed una capacità di sintesi che
lo collocano, di diritto, tra i grandi poeti del secolo XX. Così come l'uso
lirico e musicale della lingua riscatta al livello di poesia anche il verso
che, nelle mani di un artefice meno abile, si trasformerebbe tristemente in
propaganda.
Mai introspettivo, sempre concreto, positivo, spesso capace di abbandonarsi
alle piccole gioie della vita con lo spirito di un bambino, senza però
perdere la consapevolezza dell'adulto; mantiene, nella produzione artistica
come nella vita, una coerenza unica. Coerenza che, forse, spaventò i suoi
persecutori assai più di quel che effettivamente avrebbe potuto la sua
poesia. Se essi, comunque, videro davvero nella sua opera un possibile
incitamento alla rivolta dei militari, la causa deve essere cercata più
nell'esempio morale dato dall'uomo che nella perfezione (pure presente) del
verso.
Con gli anni la poesia si fa più coesa, compatta, quasi sincopata. La
punteggiatura scompare totalmente, come se fosse un freno, un impiccio del
quale il poeta vuole liberarsi per adattare il verso alla necessità di fare,
vedere, viaggiare, vivere sempre più rapidamente gli ultimi istanti di una
vita che volge, rapidamente, al termine. Bruciata da uno spirito più forte
del corpo che lo ospita, sprecata nel tentativo impossibile di recuperare i
lunghi anni di carcere.
In lui si concretizza la concezione dell'artista che non può vivere una vita
disgiunta (o dissonante) rispetto a quelle che sono le sue convinzioni
etiche e politiche (condivisibili o meno). Questa concezione della poesia
come guida della vita, essenza che permea ogni decisione ed ogni gesto (ma
sempre concreta e semplice, mai artificiosa) lega l'arte alla realtà e la
salva, impedendole di finire relegata in un angolo marginale della modernità,
etichettata come frivola ed inutile. Un concetto che, pur partendo dalle
medesime basi (o quasi) arriva ad una risposta diametralmente opposta a
quella data dal decadentismo di D'Annunzio e della generazione che chiamiamo
dannunziana, dove pure l'arte permea la vita, ma trasformandosi in posa,
ricercatezza astratta, effimera. Ci sono punti di contatto con l'asciutta,
virile disperazione di un Ungaretti, ma c'è anche un anelito all'azione, uno
spirito positivo (nonostante tutto e contro tutto), un coerente rifiuto
della resa che rende unica l'opera e la vita di Hikmet. Se poi Hikmet sia
stato un uomo virtuoso, occasionalmente artista, oppure vero artista, e
perciò virtuoso, è cosa che ciascuno dovrà giudicare da sé.
Citazioni:
1. Alcuni enumerano a memoria i nomi delle stelle. Io delle nostalgie.
2. Alcuni conoscono bene le varie specie delle piante, altri quelle dei
pesci. Io conosco le separazioni.
3. Buffa storia l'amore: gli uomini sanno amare senza essere amati.
4. È un misero schiavo colui che del dolore fa la sua veste.

POESIE
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Nazim Hikmet con Stephan Hermlin
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