Dall’arabo turk (plurale di turki), "le genti turche", che deriva dal
persiano turk(i) o turk; in turco osmanico türk ("turco"), significa
propriamente "forza", "potenza". Sostantivo con il quale si designano
varie popolazioni di lingua uralo-altaica, anticamente stanziate nell’Asia
nordorientale ma poi emigrate – a partire dal sesto secolo - verso
occidente, e convertite all’islamismo. Ma intorno al Quattrocento, per
l’Occidente europeo, Turchi per eccellenza furono solo gli Ottomani
(discendenti della dinastia fondata da Othman nel Trecento), in quanto
unica popolazione di lingua turca che avesse contatti politici e
commerciali con l’Europa. La forma antica turchio compare in
Boccaccio
con l’accezione di "maomettano", cioè "non battezzato": "credendo che
turchio fosse, il fe’ battezzare e chiamar Pietro"
(Decameron,
V 7).
La conoscenza e lo studio dei Turchi si accrebbero in Occidente
parallelamente all’interesse per il mondo bizantino, ma furono soprattutto
eventi storici come la caduta di Costantinopoli (1453) e la serie
ininterrotta di vittorie militari ad incrementare in Italia e nel resto
d’Europa il desiderio di notizie e informazioni sulla civiltà ottomana. Ne
sono testimonianza, durante tutto il Cinquecento, le diverse trattazioni
dedicate all’argomento da storiografi come Andrea Cambini (Libro della
origine de’ Turchi e imperio delli Ottomani, Firenze 1528), Paolo Giovio
(Commentario de le cose de’ Turchi, Roma 1531), Giovan Antonio Menavino
(Trattato de’ costumi e vita de’ Turchi, Firenze 1548), Teodoro Spandugino
(Delle istorie e origine de’ principi de’ Turchi, ordine della corte, loro
rito e costumi, Lucca 1550), Francesco Sansovino, Istoria universale
dell’origine ed imperio dei Turchi, Venezia 1560; Lazzaro Soranzo,
L’Ottomanno, Ferrara 1598).
Quando Solimano II (1520-1566) conquistò Rodi, la Serbia, l’Ungheria, e
pose l’assedio a Vienna (1529), il conflitto tra mondo musulmano e
cristianità apparve più drammatico e l’espansione turca verso occidente
più minacciosa. Mentre la paura di un’invasione ottomana alimentava la
diffusa inquietudine religiosa per la debolezza e la corruzione della
Chiesa, una vastissima pubblicistica anti-turca rafforzava la propaganda
per la nuova crociata, promossa dal pontefice, e l’invito ai principi
cristiani ad unirsi nella lotta contro l’infedele. Si moltiplicarono in
Italia stampe e fogli volanti, pamphlets di vario genere, poemetti
bellici, lamenti, componimenti profetici e narrazioni mitiche sull’origine
dei Turchi, sulle loro sterminate ricchezze, le azioni crudeli e
sanguinose.
Le imprese di
Carlo V
contro Tunisi e Algeri, nel 1535 e nel 1541, ebbero notevole eco
letteraria e ispirarono un poemetto in ottave di
Lodovico Dolce
(Stanze composte nella vittoria africana novamente avuta dal
sacratissimo imperatore Carlo Quinto, Venezia 1535), il quale più tardi
volgarizzò e commentò una celebre raccolta latina di finte lettere del
sultano Maometto II a vari sovrani europei (Lettere del gran Mahumeto
imperadore de’ Turchi scritte a diversi re, prencipi, signori, e
repubbliche con le risposte loro, Venezia 1563). Vastissima fu poi la
risonanza e la celebrazione letteraria che accompagnarono la vittoria di
Lepanto del 1571. Alle rime più direttamente ispirate al tema del trionfo
cristiano si affiancarono composizioni minori, poemetti in ottave,
sonetti, frottole, barzellette, poesie in vernacolo. In quest’occasione fu
pubblicata, da
Luigi Groto
(1572), un’ampia raccolta di liriche di petrarchisti veneziani, intitolata
Trofeo della vittoria sacra ottenuta dalla cristianissima Lega contra i
Turchi nell’anno 1571.
Nei diversi generi letterari il motivo medievale dell’Oriente favoloso,
durante tutto il Cinquecento, fu rivitalizzato da immagini turchesche. Se
Matteo Bandello aveva dedicato due novelle al ritratto di Maometto II,
come crudele e barbaro assassino (X e XIII), Sebastiano Erizzo sviluppò
l’argomento con più lucida aderenza alla realtà storica (Le sei giornate,
Venezia 1567, I, 1 e V, 29 e 30). Particolare fortuna ebbero temi e
stereotipi legati ai Turchi nella letteratura epico-cavalleresca, dove le
vicende della storia contemporanea si intrecciano alla tradizione propria
del genere, mediante la consueta opposizione cristiani-pagani.
Il ricordo del "Turco e ’l Moro / con stupri, uccision, rapine ed onte" è
presente nelle ottave del Furioso (XVII, 6, 3-4) insieme con il motivo
della crociata: "Perché Costantinopoli e del mondo / la miglior parte
occupa il Turco immondo?" (XVII, 75, 7-8), vagheggiata anche da
Castiglione nel libro quattro del Cortegiano: "qual più nobile e gloriosa
impresa e più giovevole potrebbe essere, che se i Cristiani voltasser le
forze loro a subiugare gli infideli? non vi parrebbe che questa guerra,
succedendo prosperamente ed essendo causa di ridurre dalla falsa setta di
Maumet al lume della verità cristiana tante migliaia di omini, fosse per
giovare così ai vinti come ai vincitori? E veramente, come già Temistocle
[...] il medesimo ancora i Turchi e i Mori, perché nella perdita loro
saria la lor salute" (IV 38). Con un sentimento di nostalgia della pace,
di timore della violenza e della morte,
Tasso
intraprende l’epopea della prima crociata: "e s’avien che la guerra anco
rinove / il perso e ’l Turco e di Cassano il figlio, / quai forze opporre
a sì gran furia o dove / ritrovar potrai scampo al tuo periglio?"
(Gerusalemme liberata, II, 71, 3-6). Nel mutato clima culturale anche il
ritratto dell’eroe pagano si presenta più complesso e articolato: "Mentre
ei [Ismeno] ragiona ancor, gli occhi e la voce / de l’uomo antico il fero
turco [Solimano] ammira / e dal volto e da l’animo feroce / tutto depone
omai l’orgoglio e l’ira" (X, 13 1-4).
Lingue altaiche
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L'invasione dei
Turchi

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