Giustiniano imperatore

BISANZIO


Imperatore romano d’Oriente nato a Tauresio Illirico nel 482 e morto a Costantinopoli nel 565. Regnò dal 527 alla morte. Tracio di lingua latina, intorno al 520 fu chiamato a Costantinopoli da Giustino I, che lo nominò generale e lo associò al trono, insieme con la moglie Teodora, un’attrice sposata nel 522. Morto Giustino nel 527, Giustiniano rimase solo imperatore. Il suo regno fu denso di guerre, condotte col proposito di riportare sotto il diretto controllo dell’autorità di Costantinopoli i territori d’Occidente occupati dai barbari, sia pure col permesso dell'imperatore. Nel 533 il generale Belisario sbarcò in Africa e batté i Vandali. Lo stesso Belisario condusse in Italia la guerra contro i Goti. Il lungo conflitto si concluse con la sconfitta e la morte del re goto Totila, sconfitto a Gubbio nel 552 da Narsete, successore di Belisario, che governò in seguito l’Italia come esarca fino al 568. Contemporaneamente Giustiniano fu impegnato con alterne fortune sul fronte orientale per contenere le mire espansionistiche dei Persiani. Sul confine danubiano affrontò le invasioni dei popoli slavi, che giunsero a minacciare Costantinopoli. In politica interna domò con severità l’opposizione di elementi ostili dell’aristocrazia e si dedicò a importanti riforme amministrative: attuò un decentramento modificando l’ordine provinciale; attuò una politica finanziaria oculata ristrutturando il sistema di esazione; riorganizzò i quadri militari. Eseguì opere di fortificazione e costruì numerose chiese (S. Sofia, SS. Apostoli, S. Irene a Costantinopoli; S. Vitale, S. Apollinare in Classe a Ravenna, capitale dell’esarcato in Italia).
 


Giustiniano si mostrò particolarmente sensibile alle questioni religiose: favorì l’ortodossia cattolica; condannò duramente tutti i movimenti ereticali; ordinò il battesimo ai pagani;
nel 529 dispose la chiusura delle pagane scuole filosofiche di Atene (Accademia, Liceo, Stoà), si ingerì nelle questioni della Chiesa, intervenendo nella creazione dei vescovi e arrivando a deporre il papa Silverio (537). L’eredità più duratura di Giustiniano fu il riordinamento del diritto romano classico attuato nel Codice giustinianeo, pubblicato nel 534, e nel Digesto (o Pandette), edito nel 533, elaborati entrambi da una commissione di giuristi coordinata da Triboniano (il titolo Corpus Iuris civilis fu adoperato per la prima volta nel 1583): raccolta di tutte le leggi destinate ad essere legge dell’Impero, rappresenta la compilazione giuridica più completa dell’antichità. Il Corpus iuris civilis, dando un fondamento giuridico al potere imperiale, esercitò una influenza notevole sull'evoluzione ulteriore del diritto dell'impero bizantino. Bizanzio per mezzo della codificazione giustiníanea si assimilò la parte piú viva della creazione civilizzatrice di Roma. Ma l'influenza della giurisprudenza romana non si limitò solo a Bizanzio. Attraverso il Corpus iuris civilis, nel XII secolo, anche l'Occidente ritornava al diritto romano e da allora la raccolta dei giuristi dell'età di Giustiniano è stata alla base del diritto civile moderno, stabilendo i principi della vita sociale e politica di tutta l'Europa. Comunque, pur nella grande importanza delle sue conseguenze, la codificazione giustínianea non segnò la resurrezione della « veneranda vetustatis auctoritas », ma piuttosto mise fine all'evoluzione del diritto romano. Esso venne consegnato all'umanità come un retaggio concluso e perfetto. Giustiniano stesso negli ultimi anni della sua vita passò dalla legislazione in lingua latina a quella in lingua greca, insomma a un diritto che non era più il romano, ma il bizantino.
Ma non bastava la legislazione restaurata per dare prosperità all'impero. Né migliorarono la situazione interna i tentativi di riforma amministrativa, che cercavano di riportare nella burocrazia prevaricatrice il senso di giustizia, di equità e di onestà, né le misure contro la grande proprietà terriera tendente a disgregare il potere centrale. La politica estera di Giustiniano con le sue continue guerre richiedeva denaro; e denaro anche richiedevano le grandi magnifiche costruzioni. L'imperialismo e la sfrenata prodigalità esaurirono le risorse economiche dello Stato e costrinsero l'imperatore a violare persino le proprie leggi, a opprimere i sudditi con imposte schiaccianti, a vendere le cariche, ad alterare la moneta. E i contribuenti angariati finivano per rifugiarsi sotto la protezione dei grandi proprietari terrieri, ingrossando la loro clientela e accrescendo il loro potere.
La morte di Giustiniano fu accolta dall'impero tutto con un senso di sollievo e quasi di gioia. L'annunzio della sua morte da parte di un contemporaneo, lo storico Evagrio, non suona molto diverso dalle piú sconcertatati pagine degli inediti di Procopio:
Cosi mori questo principe, dopo aver riempito il mondo di fragore e di torbidi; e avendo ricevuto, alla fine della sua vita, la ricompensa dei suoi misfatti, andò a cercare dinanzi al tribunale dell'inferno la giustizia che gli era dovuta.