Architettura greca
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Commentando gli ed. dell’acropoli ateniese, Plutarco osservava: «Vennero creati
in breve tempo per tutti i tempi. Per la sua bellezza, ciascuno di essi fu,
appena fatto, subito antico; ma per la freschezza del suo vigore ciascuno di
essi è, ancora ai giorni nostri, recente e appena fabbricato».

Mai è stata scritta miglior descrizione degli scopi e dei risultati degli arch.
gr.: la cui ambizione era di scoprire norme di forma e proporzione eternamente
valide, di erigere costruzioni a scala umana eppure degne della sublimità dei
loro dei, di creare, in altri termini, un ideale classico dell’arch. Il loro
successo può misurarsi in base al fatto che le loro opere sono state copiate a
destra e a manca per circa 2500 anni e non sono mai state superate.

Benché gravemente dissestato, il Partenone resta l’ed. piú vicino alla
perfezione che mai sia stato realizzato. La sua influenza si estende dagli
epigoni immediati dei suoi arch. fino a le corbusier. L’arch. gr. fu, peraltro,
prevalentemente religiosa e ufficiale. Mentre i templi e gli ed. pubblici
presentavano la massima magnificenza, sembra che le case private siano state di
grande semplicità, a un solo piano, in materiali poveri.
Gli ordini arch. sorsero in connessione con l’arch. dei templi, nel cui ambito
il tipo piú frequente era quello periptero. Successivamente, il genio dell’arch.
gr. non sta nello sviluppo di nuovi tipi ed., ma nell’incessante affinamento dei
dettagli, sempre piú lontani dalla severità stereometrica originaria. Cosí, la
colonna venne investita di una certa energia mediante un leggero rigonfiamento (entasi),
ed una lieve curva verso l’alto che pervade il Partenone e il tempio di Zeus,
dal crepidoma alla trabeazione, alita vita e tensione nei due ed. Due erano gli
ordini veri e propri, ordini nel senso di norme che governano la configurazione
e la proporzione di ogni parte d’un edificio: il dorico sul continente e nella
parte occidentale; lo ionico ad oriente. Ogni dettaglio appare, in essi, una
traduzione in pietra della costruzione in legno.
Nella regione dorica, il tempio di Era ad Olimpia (600 aC) presentava, lo si può
dimostrare, colonne a fusto ligneo, e architravi di legno erano nei templi di
Thermos e di Delfi. I triglifi, spiega Vitruvio, sono le sporgenze delle teste
di trave su un’architrave. L’etimologia della parola metope indica che si
trattava dell’intervallo tra due triglifi. Solo a Thermos e a Calidone i
pannelli di terracotta impiegati per le metope sono sopravvissuti da templi piú
antichi (VII s). I mutuli sulla faccia inferiore delle cornici (geison) possono
interpretarsi come le teste aggettanti dei puntoni; le tre file di sei gocce che
vi si trovano erano in origine, probabilmente, cavicchi di legno.
Nell’ordine ionico anche le colonne risalgono a sostegni lignei, e le doppie
volute del capitello si saranno sviluppate dalle mensole. Le tre fasce
dell’architrave sono sormontate da dentelli, derivati probabilmente dalle teste
sporgenti dei travetti. Nel tesoro di Sifni a Delfi il dentellato diviene un
fregio figurato, motivo ripreso dagli ed. ionici nell’Attica del v s aC (l’Eretteo
e i templi di Nike e di Ilisso ad Atene).
I due ordini differiscono anche planimetricamente. Per motivi di simmetria, il
tempio periptero dorico situava un portico (pronao) non soltanto di fronte
all’ambiente fondamentale o cella, ma anche dietro di essa (opistodomo),
collegandovelo con una porta. La relazione tra cella e peristilio non era
costante: i passaggi erano piú stretti sui fianchi che sulle due fronti. In
epoca classica lo pteròn situato di fronte al pronao aveva profondità maggiore
degli altri (Bassae, Tegea). Nell’Efaisteion ad Atene e nel Tempio di Posidone a
Sunio lo pteròn è differenziato da un fregio che corre lungo il suo interno.
Il peristilio e la cella di un tempio ionico erano, invece, rigorosamente
subordinati ad una scompartizione uniforme. Solo l’estremità d’ingresso, che
dava accesso all’adito, si distingueva per una campata centrale piú ampia. La
Ionia fu caratterizzata da possenti templi dipteri, con una doppia fila di
colonne su ciascun fianco, mentre le colonne di facciata proseguivano ben entro
il pronao, creando (come a Samo, ad Efeso, a Didyma, a Sardi) l’impressione di
una foresta di colonne. L’ornamentazione plastica venne impiegata nella regione
ionica sia sulle colonne (columnae caelatae), sia nella forma di fregio sulle
pareti di una cella o di un architrave (come a Didyma). Nei templi dorici
l’ornamentazione si limitava al frontone e alle metope. Fanno eccezione il
Partenone, cui un fregio in rilievo correva lungo l’esterno della cella, e il
tempio di Apollo a Bassae, ove un fregio sostenuto da semicolonne ioniche
correva lungo l’interno della cella.
A parte la Sicilia, i cui grandi templi vennero pure iniziati nel VI s aC (Tempio
G a Selinunte e Olimpieion ad Agrigento), i templi della Grecia vera e propria
restarono di dimensioni relativamente ridotte rispetto a quelli della regione
ionica. Il tempio dorico toccò l’apogeo con quello dedicato a Zeus in Olimpia
(456 aC), le cui forme potenti combinano solennità ed essenzialità cosí da
produrre un insieme incomparabile che riassume le conquiste del periodo arcaico.
Gli unici ed. appena piú recenti dell’acropoli di Atene puntano, invece,
nettamente al futuro. Le colonne del Partenone sono piú snelle, i capitelli piú
piccoli, e l’aumento sulle facciate da 6 ad 8 colonne evita la pesantezza greve
che ha invece il tempio di Zeus. La cella rivela una nuova sensibilità per lo
spazio interno. Il basamento e la trabeazione degli ed. ionici vennero
modificati ad Atene, ove l’opera piú complessa in pianta e in alzato, e la piú
riccamente ornata (portico sud) fu l’Eretteo.
Dal V s in poi gli ordini, che si erano sviluppati dall’arch. dei templi,
trovano un uso sempre piú vasto in altri campi: fontane monumentali, porte,
teatri, «bou- leuteria» (ed. per riunioni o deliberazioni), palestre, tombe e
soprattutto porticati, che in epoca ellenistica poterono anche presentare due
piani. Sullo scorcio del V s aC (Bassae) l’ornamentazione fitomorfica invase,
col capitello corinzio, anche le colonne.
Nel IV s aC si fece uso sempre piú spesso di rotonde periptere (Delfi, Epidauro,
Olimpia), e venne condotta a compimento l’evoluzione delle membrature arch.
L’arch. ellenistica si sviluppò a partire dal III s potendo contare cosí su un
vasto tesoro di componenti mediante le quali risolvere qualsiasi problema arch.
Le colonne e la corrispondente trabeazione, le ante, i pilastri, le semicolonne,
gli zoccoli e i profili poterono ora venire impiegati indipendentemente
dall’ordine originale, e sopravvissero come componenti essenziali dell’arch.
romana, attraverso la quale vennero poi trasmessi al Rinascimento e al Barocco.
Quanto all’articolazione degli elementi arch., l’a. g. si differenzia
fondamentalmente da quella romana e medievale per il fatto che ogni elemento,
dallo zoccolo alla trabeazione, è posto in rapporto proporzionale con l’insieme.
A ciò corrisponde la rinuncia alla malta come legante. Questo principio si
impone subito dopo il 600 aC, col passaggio all’arch. in pietra.
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Che cosa è, in realtà, quello che muove lo sguardo dello spettatore e lo
volge a sé e lo rapisce nellincanto della visione? ... È opinione universale,
per così dire, che la proporzione delle parti, sia tra di loro sia col tutto,
congiunta con la grazia del colore, crei la bellezza che si riferisce alla
vista; in questa e, del resto, in ogni altra cosa «essere bello»
consisterebbe nell «essere proporzionato» e nell'aver misura. Plotino, Enneadi |