Auraicept na n-Éces  

Verso la prima metà del VII secolo d.C. era apparso in Irlanda un trattato di grammatica il cui titolo era Auraicept na n-Éces, I precetti dei poeti. L'idea fondamentale di questo trattato è che allo scopo di adattare il modello grammaticale latino all'irlandese si debbano imitare le strutture della Torre di Babele: otto o nove (secondo le varie versioni del testo) sono le parti del discorso, e cioè nomi, verbi, avverbi, e così via, e otto o nove erano gli elementi fondamentali usati per la costruzione della Torre (acqua, sangue, argilla, legno e così via). Perché un simile parallelo? Perché i settantadue dotti della scuola di Fenius Farrsaid, che avevano progettato la prima lingua nata dieci anni dopo il caos babelico (e va da sé che questa lingua fosse il gaelico) avevano cercato di costruire un idioma che, come quello originale, fosse non solo omologo alla natura delle cose ma anche in grado di tener conto della natura di tutte le altre lingue nate dopo il caos. La loro proposta era ispirata a Isaia 66.18, "Verrò e radunerò ogni lingua e ogni nazione". Il metodo che avevano usato consisteva nel selezionare il meglio di ogni idioma frazionando, per così dire, le altre lingue, e combinandone i frammenti in una struttura nuova e perfetta. Si è tentati di dire che, facendo questo, essi erano proprio dei veri artisti se, come dice Joyce, "l'artista che volesse districare con molta esattezza la sottile anima dell'immagine dal reticolato dí ben definite circostanze che le stanno intorno, e artistiche circostanze, scelte come più esatte per lei nel suo nuovo ufficio, era il supremo artista" (Stephen Hero, tr. it. p. 96). Segmentare – che è oggi concetto fondamentale nella analisi dei sistemi linguistici – era così importante per questi settantadue dotti che la parola teipe usata per "segmentare", e dunque selezionare, modellare, ha indicato automaticamente la lingua irlandese quale berla teipide. Di conseguenza l' Auraicept in qualità di testo che definiva questo evento, era stato considerato un'allegoria del mondo.
È interessante notare come una teoria quasi simile era stata espressa da un contemporaneo di Dante, il grande cabalista del XII secolo Abraham Abulafia, secondo cui Dio aveva dato ad Adamo non una lingua specifica ma una specie di metodo, una grammatica universale che, perduta con lo scandalo di Babele, era sopravvissuta tra il popolo ebreo, che era stato così abile nell'usare questa regola da creare la lingua ebraica, la più perfetta delle settanta lingue postbabeliche. Ma l'ebraico di cui parla Abulafia non era un collage di altre lingue, bensì un corpus del tutto nuovo prodotto combinando le ventidue lettere originali (i segmenti elementari) dell'alfabeto divino.
Al contrario i grammatici irlandesi non avevano deciso di tornare indietro alla ricerca del linguaggio adamitico, ma avevano preferito costruirne uno nuovo e perfetto, il loro gaelico.


Il Libro delle invasioni d'Irlanda

  Letteratura Irlandese

Il Libro delle invasioni d'Irlanda è una narrazione in medio irlandese dell'origine del popolo dei Gaeli e del loro arrivo in Irlanda, a cui si aggiungono le vicende delle popolazioni preistoriche che li precedettero sul suolo dell'Isola di Smeraldo. Compilato in ambiente monastico a cavallo tra l'XI e il XII secolo, il Libro delle invasioni è costruito secondo il modello storico-genealogico della Genesi, sul cui «elenco delle nazioni» viene innestata la genealogia dei Gaeli.

La vicenda

Il Libro delle invasioni d'Irlanda prende l'avvio dalla creazione del mondo, trattando gli avvenimenti principali dalla caduta dell'uomo al diluvio universale. La fonte è la Genesi, a cui tuttavia si aggiungono dettagli tratti da altre fonti giudeo-cristiane. Dalla discendenza di Iafet figlio di Noè viene fatto discendere il popolo dei Gaeli, il cui capostipite è Fénius Farsaid, uno dei costruttori della torre di Nimrod. Il suo pronipote Gaedal Glas, da cui i Gaeli trarranno il loro nome, crea la lingua gaelica - la più perfetta delle lingue - attingendo alle settantadue lingue createsi ai piedi della torre. Quindi il testo narra delle vicissitudini dei Gaeli nel corso di un lungo peregrinare durato molte generazioni, che richiama in molti punti sia il racconto dell'Esodo che l'Odissea di Omero. Dall'Egitto in Scizia, dalla Scizia in Iberia, dove i Gaeli si stabiliscono sotto il comando di Míl Espáine. Saranno poi i figli di costui, i Milesi, a partire alla conquista dell'Irlanda.

A questo punto il Libro delle invasioni sospende il racconto dei Milesi per narrare dei vari popoli che, nel corso di precedenti migrazioni, avevano popolato l'Irlanda per poi scomparire o essere sopraffatti dalle invasioni seguenti. Si narra diffusamente delle genti di Cesair, dei Partoloniani, dei Nemediani, dei Fir Bólg e dei Túatha Dé Dánann. Sono appunto i Túatha Dé Dánann a dominare Ériu quando i Milesi vi giungono.


I settantadue dotti

La Diaspora e l’impresa di Alessandro magno favorirono gli scambi culturali fra i greci e gli Ebrei, che si erano trasferiti sempre più numerosi dalla Palestina nei grandi centri ellenistici. Soprattutto Alessandria D’Egitto ospitò una ricca e influente comunità una ricca ed influente comunità ebraica che, pur mantenendosi fedele alla religione dei padri, aveva tuttavia pienamente assimilato la lingua e i costumi greci, al punto da non essere più in grado di utilizzare, per il culto privato e pubblico, i testi sacri nell’originale. Si impose dunque la necessità di tradurre la Bibbia in greco; ed è probabile che i più antichi saggi di quest’operazione risalgono alla metà del secolo III a.C.. Verso la fine del secolo successivo va datata la così detta Lettera di Aristea a Filocrate, scritta per garantire la fedeltà della traduzione. L’autore, mascherandosi dietro il nome di Aristea, narra come il sovrano, desideroso di possedere nella Biblioteca di Alessandria un esemplare greco della Bibbia, avesse incaricato di quest’opera settantadue dotti, che compirono l’immane lavoro in settantadue giorni. A lavoro concluso si scoprì che tutti avevano redatto un medesimo testo, che fu letto alla comunità ebraica e poi consegnato al re. In seguito a questo racconto leggendario la Bibbia greca è tuttora nota come la Bibbia dei Settanta. In realtà il lavoro di traduzione del testo biblico occupò almeno un secolo, e documenta il minore rigorismo della comunità della Diaspora rispetto agli Ebrei della Palestina. Il testo dei Settanta accoglie infatti scritti non compresi nel canone ebraico, e altri composti direttamente in greco. La destinazione pratica della Bibbia dei Settanta si riflette nella sua lingua, che è la koinè non letteraria propagata in tutti i paesi soggetti all’influenza culturale greca, come dimostra la sua sostanziale coincidenza con i papiri e le iscrizioni di uso pubblico e privato risalenti alla medesima epoca. Questo tessuto di base ingloba d’altro canto espressioni che risultavano intraducibili, e per le quali si ricorse a un adattamento approssimativo del greco all’originale dettato ebraico.