Il ruolo della dote
Specie fra le famiglie borghesi e aristocratiche, il matrimonio continua a
essere il prodotto di un calcolo patrimoniale, che ha come oggetto la dote e
l’ascesa sociale della famiglia. Quest’ultima si dimostra spesso noncurante
dei desideri dei propri figli e agisce in base a considerazioni puramente
materiali. Nel suo romanzo La cugina Betta (1846) Honoré de Balzac ci
descrive una dinamica tipica delle contrattazioni fra due consuoceri. Il
signor Crevel è un borghese ex profumiere, che dà in sposa sua figlia al
primogenito di una baronessa. La discussione fra i due verte sul denaro
“investito” da Crevel nella dote, il borghese si lamenta per i soldi
sperperati dal marito della figlia, mentre la baronessa difende il valore
del titolo nobiliare che Crevel può acquisire grazie alla parentela con la
nobile famiglia.
«Un genero che devo mantenere», ribatté Crevel, «e questo mi sembra anche
peggio, signora. Dei cinquecentomila franchi che formavano la dote di mia
figlia, duecentomila sono serviti, Dio sa come, a pagare i debiti del vostro
signor figlio, ad ammobiliare mirabolantemente la sua casa: una casa che
potrebbe rendere cinquecentomila franchi e che ne rende solo quindicimila
perché lui ne occupa la parte più bella, su cui è ancora in debito di
duecentosessantamila franchi... La rendita copre appena gli interessi del
debito. Quest’anno do a mia figlia un ventimila franchi per permetterle di
mettersi in equilibrio. E mio genero, che, a quanto si dice, guadagnava
trentamila franchi in tribunale, adesso la trascura per la Camera...»
«Tutti questi sono particolari, signor Crevel, che ci distolgono
dall’importante. Ma, per chiudere questo argomento, se mio figlio diventa
ministro, se vi fa nominare ufficiale della Legion d’onore e consigliere di
prefettura a Parigi, mi sembra che, per un ex profumiere non ci sia da
lamentarsi...»
«Ah! ecco il punto, signora. Io sono uno speziale, un bottegaio, un
rivendugliolo di pasta di mandorle, di acqua del Portogallo, di olio
cefalico, e devo sentirmi molto onorato di aver fatto sposare la mia unica
figlia al figlio del barone Hulot d’Evry; mia figlia sarà baronessa. Non
siamo più ai tempi della reggenza, di Luigi XV, degli intrighi di palazzo!
Benissimo... Amo Celestina come si ama una figlia unica, l’amo tanto che,
per non darle fratelli né sorelle, ho accettato tutti gli inconvenienti di
una vedovanza a Parigi (e nel fiore dell’età, signora!), ma sappiate che,
nonostante questo amore insensato per mia figlia, non intaccherò il mio
patrimonio per vostro figlio, le cui spese, a me, antico negoziante, non
appaiono affatto chiare...»
«Signor Crevel, proprio in questi giorni è entrato al ministero del
Commercio il signor Popinot, un ex droghiere di via dei Lombardi.»
«Un mio amico, signora!…» disse l’antico profumiere. «Perché io, Celestino
Crevel, già primo commesso del vecchio Cesare Birotteau, ho acquistato la
ditta di Birotteau stesso, suocero di Popinot, il quale era semplice
commesso in quel negozio; ed è proprio lui che ogni tanto me lo ricorda
perché, bisogna rendergli giustizia, non è affatto orgoglioso con la gente a
posto che possiede sessantamila franchi di rendita.»
«Ebbene, signore, le idee che voi qualificate con l’espressione reggenza,
non sono forse cadute di moda in un’epoca in cui si accettano gli uomini per
quello che valgono? È proprio quello che avete fatto voi concedendo vostra
figlia a mio figlio...»
«Non sapete come si è concluso questo matrimonio!» esclamò Crevel. «Ah!
Maledetta vita da scapolo! Senza le mie marachelle, Celestina sarebbe oggi
la viscontessa Popinot!»
«Ancora una volta, non stiamo a recriminare sui fatti compiuti», disse
energicamente la baronessa. «Parliamo invece di quello che devo lamentare
nella vostra strana condotta. Mia figlia Ortensia poteva sposarsi, il
matrimonio dipendeva esclusivamente da voi, credevo che avreste reso
giustizia a una donna che non ha mai avuto in cuore altra immagine che
quella di suo marito, che avreste compreso la sua necessità di non ricevere
un uomo capace di comprometterla, e che avreste fatto di tutto, per l’onore
della famiglia a cui vi siete legato, per favorire la sistemazione di
Ortensia con il consigliere Lebas... Proprio voi, invece, avete mandato a
monte questo matrimonio.»
«Signora», rispose l’ex profumiere, «ho agito da uomo onesto. Mi hanno
chiesto se i duecentomila franchi di dote assegnati alla signorina Ortensia
sarebbero stati pagati. Ho risposto testualmente: “Non lo garantisco. Mio
genero, a cui la famiglia Hulot aveva assegnato un’eguale dotazione, aveva
dei debiti, e credo che, se il signor Hulot d’Evry morisse domani, la sua
vedova si troverebbe alla fame”. Ecco tutto, mia bella signora.»
H. de Balzac, La cugina Betta, trad. it. di U. Dettore, Rizzoli, Milano
1978, pp. 20-21.
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