Basile: La Gatta
Cenerentola
Ripresa dalla tradizione popolare e riscritta in un raffinato dialetto
napoletano da Giambattista Basile all’inizio del Seicento, La Gatta Cenerentola
è una delle forme primitive della notissima
Cenerentola di
Charles Perrault. La
fiaba di Basile, che viene qui presentata in una versione italiana di facile
lettura, ma aderente al colore e al ritmo del testo originale, ebbe grande
notorietà negli anni Settanta grazie alla fastosa trasposizione teatrale
realizzata dalla Nuova compagnia di canto popolare con le musiche e la regia di
Roberto de Simone.
Zezolla, istigata dalla maestra a uccidere la matrigna, crede che facendole
avere il padre per marito sarà tenuta cara; ma viene messa in cucina e per virtù
delle fate, dopo varie fortune, si guadagna un re per marito.
Parvero statue gli ascoltatori nel sentire il racconto della pulce e fecero una
dichiaratoria di asinità al re bestione che, per una cosa di crusca, mise a
tanto rischio l'interesse del sangue e la successione dello Stato. Ed essendosi
tutte turate, Antonella si sturò nel modo che segue.
Sempre l'invidia, nel mare della malignità, ebbe in cambio di vesciche l'ernia,
e dove crede di vedere un altro annegato a mare si trova essa stessa o
sott'acqua o cozzata contro uno scoglio; come di certe figliole invidiose mi
viene in testa di raccontare.
Sappiate dunque che c'era una volta un principe vedovo, il quale aveva una
figlia così cara che non vedeva per altri occhi; le aveva dato una maestra di
cucito di prima classe che le insegnava le catenelle, il punto in aria, le
filettature e l'africo traforato, dimostrandole tanta affezione che non bastano
le parole. Ma essendosi il padre riammogliato di fresco, e avendo pigliato una
rabbiosa, malvagia e maligna indemoniata, questa maledetta femmina cominciò ad
avere in fastidio la figliastra, facendole cere truci, facce storte, occhi torvi
da spaurire, tanto che la povera piccolina si lagnava sempre con la maestra dei
maltrattamenti che le faceva la matrigna, dicendole: 'Oh Dio, ma non potresti
essere tu la mammarella mia, che mi fai tanti broccoli e moine?'. E tanto
continuò a fare questa cantilena, che messole un vespone nell'orecchio, quella,
accecata da un diavolicchio, una volta le disse: 'Se tu vuoi fare a modo di 'sta
capa pazza, io ti sarò mamma, e tu mi sarai cara come le visciole di questi
occhi'. Voleva continuare a parlare quando Zezolla (così si chiamava la
fanciulla) disse: 'Perdonami se ti spezzo la parola in bocca. Io so che mi vuoi
bene, perciò zitto e zuffecit: smaliziami nell'arte, ché vengo da fuori: tu
scrivi, io firmo'. 'Orsù,' replicò la maestra 'sentimi bene, apri le orecchie, e
te ne verrà un pane bianco come i fiori. Quando tuo padre esce, di' alla tua
matrigna che vuoi uno di quei vecchi vestiti che stanno dentro il cassone grande
del ripostiglio, per risparmiare questo che porti addosso. Lei, che vuole
vederti tutta pezze e stracci, aprirà il cassone e dirà: 'Tieni il coperchio'. E
tu, tenendolo, mentre lei andrà rovistando là dentro, lascialo cadere di botto,
così si romperà il collo. Dopodiché, tu sai che tuo padre farebbe carte false
per accontentarti, perciò, quando ti accarezza, pregalo di pigliarmi per
mogliera, ché, beata te, sarai la padrona della vita mia'. Dopo aver sentito
questo, a Zezolla ogni ora parve mille anni. Eseguì dunque a puntino il
consiglio della maestra e, dopo che si fece lutto per la disgrazia alla
matrigna, cominciò a toccare i tasti al padre affinché si sposasse con la
maestra. Dapprima il principe la pigliò a burla. Ma la figlia tanto tirò di
piatto finché non colpì di punta, ed egli all'ultimo si piegò alle parole di
Zezolla e, pigliatasi per mogliera Carmosina, che era la maestra, fece una festa
grande. Ora, mentre gli sposi frascheggiavano, affacciatasi Zezolla a un gaifo
della casa sua, una palombella, volata su un muro, le disse: 'Quando ti viene
voglia di qualcosa, manda a chiederla alla palomba delle Fate dell'isola di
Sardegna, ché l'avrai subito'. La nuova matrigna per cinque o sei giorni
affumicò di carezze Zezolla, facendola sedere al miglior posto della tavola,
dandole i migliori bocconi, mettendole i migliori vestiti; ma passato a malapena
un po' di tempo, mandato a monte e scordatasi affatto del servizio ricevuto (oh
trista l'anima della mala padrona!), cominciò a mettere sul cocuzzolo sei figlie
sue che fino ad allora aveva tenuto segrete; e tanto fece che al marito, prese
in grazia le figliastre, cadde dal cuore la figlia propria, tanto che scapita
oggi, manca domani, finì che lei si ridusse dalla camera alla cucina, dal
baldacchino al focolare, dagli sfarzi di seta e d'oro alle mappine, dagli
scettri agli spiedi, né cambiò solo stato, ma anche nome, giacché non più
Zezolla fu chiamata ma Gatta Cenerentola.
Seguì che, dovendo il principe andare in Sardegna per cose necessarie allo Stato
suo, domandò a una per una a 'Mperia, Calamita, Shiorella, Diamante, Colommina e
Pascarella, che erano le sei figliastre, che cosa volevano che portasse loro al
ritorno: e chi gli chiese vestiti da sfoggiare, chi galanterie per la testa, chi
belletti per la faccia, chi gingilli per passare il tempo, e chi una cosa e chi
un'altra. Per ultimo, e quasi per dileggio, disse alla figlia: 'E tu che
vorresti?'. E lei: 'Nient'altro se non che mi raccomandi alla palomba delle
Fate, dicendole che mi mandino qualcosa; e se te lo scordi che tu non possa
andare né avanti né indietro. Tieni a mente quello che ti dico: anima tua,
manica tua'. Il principe partì, fece i fatti suoi in Sardegna, comprò quanto gli
avevano chiesto le figliastre, e Zezolla gli uscì di mente; ma quando si fu
imbarcato sopra un vascello, facendo vela non fu proprio possibile che la nave
si staccasse dal porto, sembrava che fosse impedita dalla remora. Il padrone del
vascello, che era quasi disperato, si mise a dormire per la stanchezza, e vide
in sogno una Fata che gli disse: 'Sai perché non potete staccare la nave dal
porto? Perché il principe che viene con voi ha mancato di promessa alla figlia,
ricordandosi di tutte fuorché del sangue proprio'. Il padrone si sveglia,
racconta il sogno al principe, e questi, confuso per la mancanza commessa, andò
alla grotta delle Fate e, raccomandata loro la figlia, disse che le mandassero
qualcosa. Ed ecco uscì fuori dalla spelonca una bella giovane, che vedevi un
gonfalone, e gli disse di ringraziare la figlia della buona memoria e che se la
godesse per amor suo: così dicendo gli diede un dattero, una zappa, un
secchietto d'oro e una tovaglia di seta, dicendo che l'uno era per seminare e
gli altri per coltivare la pianta. Meravigliato da questo presente, il principe
si licenziò dalla Fata volgendosi verso il suo paese e, dato a tutte le
figliastre quanto avevano desiderato, diede infine alla figlia il dono che le
faceva la Fata. E quella, con un'allegrezza che non stava nella pelle, piantò il
dattero in un bel vaso, lo zappettava, lo adacquava e con la tovaglia di seta lo
asciugava mattina e sera, tanto che in quattro giorni, cresciuto alla statura di
una femmina, ne uscì fuori una Fata che le chiese: 'Che desideri?'. A quella
Zezolla rispose che desiderava uscire qualche volta di casa, ma non voleva che
le sorelle lo sapessero. Replicò la Fata: 'Ogni volta che ti gusta, vieni alla
pianta e di':
Dattero mio dorato,
con la zappetta d'oro t'ho zappato,
col secchietto d'oro t'ho adacquato,
con la tovaglia di seta t'ho asciugato;
spoglia te e vesti me!
E quando vorrai spogliarti, cambia l'ultimo verso dicendo: 'Spoglia me e vesti
te''. Ora mo' venne un giorno di festa, e le figlie della maestra uscirono tutte
spampanate, agghindate, impiastricciate, tutte nastrini, sonaglini e fronzolini,
tutte fiori e odori, cose e rose. Allora Zezolla corse subito alla pianta e,
dette le parole imbeccatele dalla Fata, fu bardata come una regina e, messa
sopra una chinea con dodici paggi lindi e pinti, andò dove andavano le sorelle,
che fecero la sputazzella per le bellezze di quella elegante palomba. Ma, come
volle la sorte venne in quello stesso luogo il re che, vista la spropositata
bellezza di Zezolla, ne fu subito affatturato, e disse al servitore più
intrinseco che si fosse informato su come potersi informare su quella bella
creatura, e chi fosse, e dove stava. Il servitore le corse dietro all'istante:
ma lei, accortasi dell'agguato, gettò una manciata di scudi ricci che si era
fatti dare dal dattero a questo effetto. Quello, infiammato dai pezzi
luccicanti, si scordò di seguire la chinea per riempirsi le branche di
quattrini, e lei si ficcò di slancio in casa dove, non appena si fu spogliata
come le aveva insegnato la Fata, arrivarono quelle arpie delle sorelle che, per
farla cuocere di rabbia, dissero le tante cose belle che avevano visto. Nel
frattempo il servitore tornò dal re e gli disse il fatto degli scudi; e quello,
avvampando di un'ira grande, gli disse che per quattro monete cacate aveva
venduto il gusto suo, e che a ogni buon conto, alla prossima festa, avesse
procurato di sapere chi fosse la bella giovane e dove s'annidasse quel
bell'uccello. Venne la nuova festa e le sorelle, tutte apparate e galanti,
uscirono lasciando la disprezzata Zezolla al focolare; e quella subito corre al
dattero, e dette le parole solite, ecco che uscì una manciata di damigelle, chi
con lo specchio, chi con la boccettina d'acqua di cocozza, chi col ferro per i
riccioli, chi con la pezza del belletto, chi col pettine, chi con gli spilli,
chi coi vestiti, chi col diadema e le collane, e, fattala bella come un sole, la
misero in una carrozza a sei cavalli, accompagnata da staffiere e paggi in
livrea. E giunta nel medesimo posto dove era stata l'altra festa, aggiunse
meraviglia nel cuore delle sorelle e fuoco nel petto del re.
Ma ripartita, e andatole dietro il servitore, per non farsi raggiungere gettò
una manciata di perle e gioielli; ed essendo rimasto quel dabbenuomo a
becchettarseli, ché non era cosa da perdere, ella ebbe il tempo di rimorchiarsi
a casa e di spogliarsi come il solito. Il servitore tornò lungo lungo dal re, il
quale disse: 'Per l'anima dei morti miei, se tu non trovi quella ti faccio una
mazziata e ti darò tanti calci in culo per quanti peli hai a 'sta barba'. Venne
un'altra festa e, uscite le sorelle, lei tornò al dattero e, ripetendo la
canzone fatata, fu vestita superbamente e messa dentro una carrozza d'oro con
tanti servitori intorno che pareva una puttana fermata al passeggio e attorniata
da sbirri; e, andata a far gola alle sorelle, se ne partì, e il servitore del re
si cucì a filo doppio alla carrozza. Ma Zezolla, vedendo che questo le era
sempre alle costole, gridò: 'Tocca, cocchiere!' ed ecco che la carrozza si mise
a correre di tutta furia, e la corsa fu così grande che le cascò una pianella,
che non si poteva vedere più leggiadra cosa. Il servitore, che non poté
raggiungere la carrozza che volava, raccattò la pianella da terra e la portò al
re, dicendogli quanto gli era successo. Allora il re, pigliata in mano la
pianella, disse: 'Se lo zoccolo è così bello, che sarà la casa? O bel
candeliere, dove stava la candela che mi strugge! O treppiede della bella
caldaia dove bolle la vita! O bei sugheri attaccati alla lenza d'Amore, con la
quale ha pescato quest'anima! Ecco, vi abbraccio e vi stringo e, se non posso
arrivare alla pianta, adoro le radici; e, se non posso avere i capitelli, bacio
le basi! Già foste ceppi di un bianco piede, mo' siete tagliole di un afflitto
cuore; per voi era alta un palmo e mezzo di più chi tiranneggia 'sta vita, e per
voi cresce altrettanto di dolcezza 'sta vita mentre vi guardo e vi possiedo'.
Così, dicendo chiama lo scrivano, comanda il trombetta e tu, tu, tu fa gettare
un bando, che tutte le femmine della terra vengano a una festa imbandita e a un
banchetto che si è messo in testa di fare. E venuto il giorno destinato, oh bene
mio, che pappatoria e che cuccagna si fece! Da dove vennero tante pastiere e
casatielli, da dove i sottostati e le polpette, da dove i maccheroni e i
raffioli? Tanto che ci poteva mangiare un esercito al completo. Venute le
femmine tutte, e nobili e ignobili, e ricche e pezzenti, e vecchie e giovani, e
belle e brutte, dopo che ebbero ben pettinato, il re, fatto il profizio, provò
la pianella a una a una a tutte le convitate per vedere a chi andasse a capello
e bene assestata, sì da poter conoscere dalla forma della pianella quella che
andava cercando; ma non trovando un piede che vi andasse a sesto, stava per
disperare. Ciò nondimeno, fatti stare tutti zitti, disse: 'Tornate domani a fare
un'altra penitenza con me; ma se mi volete bene non lasciate nessuna femmina a
casa, e sia quale sia'. Allora disse il principe: 'Ho una figlia, ma sta sempre
a guardare il focolare, perché disgraziata e dappoco, e non è meritevole di
sedere dove mangiate voi'. E il re disse: 'Questa sia in capo alla lista, ché
l'ho caro'. Così partirono e il giorno dopo tornarono tutte, e con le figlie di
Carmosina venne Zezolla, la quale, non appena fu vista dal re, gli sembrò quella
che desiderava; tuttavia dissimulò. Finito quindi di macinare, si arrivò alla
prova della pianella che, non appena si accostò al piede di Zezolla, si lanciò
da se stessa al piede di quel coccopinto d'Amore come il ferro corre alla
calamita. Veduta la qual cosa, il re corse a farle morsa con le braccia e,
fattala sedere sotto il baldacchino, le mise la corona in testa, comandando a
tutte che le facessero inchini e reverenze, come alla regina loro. E le sorelle,
vedendo questo, crepando d'invidia, non avendo lo stomaco di vedere questo
scoppio del loro cuore, se la filarono quatte quatte verso la casa della mamma,
confessando a dispetto loro
Che è pazzo chi contrasta con le stelle.
Giambattista Basile, Il
racconto dei racconti, traduzione di R. Guarini, Adelphi, Milano 1994.