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Il Liber monstrorum de
diversis generibus
Si è voluto parlare
qui del Liber monstrorum perché è unico nel suo genere, anzi rifiuta
di farsi genere:
Non più Physiologus e non ancora Bestiario, si colloca su
un piano tutto
diverso da quello della raccolta di animali, e i mostri non rimandano a
vizi o virtù, né
alludono a segni divini di qualche tipo.
Del resto, come fa notare
Zambon, nel
Medioevo, bestiario e Libro dei mostri si compenetrano sistematicamente:
come le
ultime due sezioni del Liber monstrorum sono in prevalenza dedicate agli
animali, così
già nel Physiologus greco figurano veri e propri esseri mostruosi come le
sirene e gli ippocentauri.
Tuttavia nel Liber monstrorum i mostri se ne stanno «taciturni e svuotati,
rappresentanti
unicamente dei loro nomi.
È, infatti, il livello etimologico quello che ci
sembraprevalere nel Liber».
Grazie a quest'opera, dunque, i mostri trovano il
loro posto, non
sono più sparpagliati casualmente nei compendi di storia naturale, ma
confinati in un
loro spazio, in un libro tutto per loro, e mettere i mostri all'interno di
un libro significa
"internarli".
Come fa notare Bologna, il Liber monstrorum è «la più completa e saporosa
fra le
scritture antiche dominate dal segno della Difformità, ed insieme,
mirabilmente,
"mostruosamente", anche il più feroce dei pamphlets anti-teratologici»,
e proprio per
questo, per evitare che il copista e il lettore si abbandonino al peccato
del fantasticare su
quelle forme difformi, il libro lascia ai mostri appena lo spazio e il
tempo sufficienti per
fare una breve apparizione, lasciando di sé una strana impressione
d'incompiutezza.
Ciononostante si esaspera il codice della visualità sino a far vedere
l'invisibile, fino a
dare descrizioni esattissime di quelle mirabili difformità che si sono "viste"
unicamente
nelle righe dei testi letti, consultati e citati, così che l'opera mostra
una naturale tendenza
verso tutto ciò che è meraviglioso e strano, ma al tempo stesso la
accompagna a un
particolare senso critico.
Il Liber monstrorum fu scritto nell'Inghilterra anglosassone nell'alto
Medioevo (VIII
secolo circa) ed è la prima opera che si mostra apertamente ostile,
polemica e
insieme preoccupata nei confronti delle razze mostruose. Il suo autore
proclama la sua
incredulità fin dall'inizio, ma non si tratta di disincantato scetticismo,
sembra più «un
esorcismo, una dichiarazione gridata a tutta voce per vincere la paura, il
timore,
l'incertezza: tutti sentimenti che forse l'autore davvero non provava, ma
che, comunque,
di certo toccava e respirava tutt'attorno».
La materia dell'opera è divisa in tre libri: i mostri umani e mitologici;
gli animali
terrestri e marini; infine i serpenti, e, fatto alquanto singolare al
tempo, si caratterizza
per la totale assenza di significati nascosti. Accanto agli animali e alle
figure
mitologiche, trovano posto anche parti deformi come i gemelli siamesi,
abitanti di paesi
esotici come gli Etiopi, libere rielaborazioni delle fonti come un "mostro
notturno" che è
solo una deformazione della Fama virgiliana, fiumi come il Nilo, creature
oniriche,
sciapodi e altro ancora. La parte più cospicua dell'opera è frutto di una
lunga tradizione
che risale fino ai miti antichi, ed è interessante notare che l'autore non
presenta i suoi
dati in maniera sincronica, perché spesso fa riferimento a creature
esistenti
nell'antichità, ma ormai scomparse, e vista sotto questo aspetto, l'opera
è più ricca di
riferimenti culturali e storici di quanto non possa sembrare a una prima
lettura.
L'atteggiamento è scettico, ma secondo Ortalli è difficile che il libro
convinca fino in
fondo che gli animali mostruosi come le belve dalla doppia testa, le
eterne bestie
dell'India o le grandi formiche non esistono, quando l’autore ne parla
in capitoli
inframmezzati a quelli sul leone, la balena, il coccodrillo, ossia bestie
della cui esistenza
pochi dubitano e che non devono apparire agli occhi della gente comune
meno lontane e meravigliose. Lo stesso vale per le razze mostruose: prima
si parla degli epifugi, che
nascono senza testa, e poco dopo degli uomini neri, di cui l'autore
afferma di averne
visto uno del colore del carbone, tranne per occhi, denti e unghie.
La tesi di Ortalli sarebbe sostenuta dal fatto che l'autore stesso nel
prologo afferma che
all'inizio saranno presentati i mostri più credibili, mentre in realtà le
notizie sembrano
essere disposte a caso e non in una sorta di climax del meraviglioso e
dell'incredibile.
Zaganelli, invece, sostiene che «la distinzione tra reale e meraviglioso
sembra essere
ben presente» alla coscienza dell'autore, ed è sottolineata da espedienti
retorici grazie ai
quali espone come parola propria tutto ciò che ha l'aria di essere vero o
almeno
verosimile, e mette invece tra virgolette ciò che gli appare
assurdo.
Anche Bologna la
pensa allo stesso modo, quando esorta il lettore a leggere l'opera
godendone la serenità,
i divertenti stupori e i sottili veleni «indirizzati a quei grandi
bugiardi che furono i
Pagani, i mitografi, insomma gli antichi ignoranti e ciechi».
Zaganelli fa notare come lo stupore dell'autore del Liber monstrorum non
vada alle
forme mirabili di cui parla, ma «alle mirabili menzogne che hanno loro
dato la luce e
rispetto alle quali egli prende le distanze, fermandosi ad ogni passo,
valutando e
criticando». Così è la fantasia dei poeti, dice l'autore, che ha
inventato ad esempio i
cani azzurri che avrebbero la parte inferiore del corpo a forma di pesce.
La polemica del Liber monstrorum, però, si colloca in un'aria di dubbio,
perché l'alto
Medioevo, che vede vacillare la capacità di controllo sull'ambiente e
sugli animali, ma
al contempo è ad essi vincolato, affronta in un clima di nuovi turbamenti
il problema dei
limiti dell'animalità, e soprattutto, perché sono pochi quelli che non
credono
all'esistenza di animali e popoli favolosi, anzi, il pubblico è assetato
di notizie
sull'Oriente, reali o fantastiche che siano, ne è la prova la grande
diffusione nel
Medioevo dei racconti che riguardano le imprese di Alessandro Magno in
Oriente.
Una rapida serie di citazioni dal Liber monstrorum servirà ad evidenziare
sia la sua
specificità testuale, che a chiarire un po' meglio le "nature" di
difformità e mirabilia
indiani qua e là appena incontrati:

Gli ippocentauri.
«Gli ippocentauri hanno natura mista di cavallo e di uomo e, come le fiere,
hanno testa
irsuta, ma in certa misura molto simile al tipo umano, con la quale
possono iniziare a
parlare: le labbra, però, inadatte al parlare umano, non riescono ad
organizzare alcun suono
in parole»
I cinocefali.
«E si dice che ancora in India nascano i cinocefali, che hanno teste di
cane e corrompono
ogni parola che dicono pronunciandola fra latrati; e mangiando carne cruda
più che agli
uomini sono simili alle bestie»
Gli sciapodi
«E dicono che esista un genere di uomini che i Greci chiamano sciapodi
poiché si difendono
dall'ardore del sole con l'ombra dei piedi giacendo supini. Sono
velocissimi ed hanno
un'unica gamba e le loro ginocchia sono rigide e non hanno articolazione»
Gli epifugi
«Ci sono anche, in un'isola del fiume Brixonte, degli uomini che nascono
senza testa, che i
Greci chiamano epifugi e sono di otto piedi d'altezza e portano tutti gli
organi del capo in
petto, tranne gli occhi che, dicono, hanno sugli omeri»
Passando alla sezione zoologica, ecco apparire belve favolose, e talvolta
si nota anche
una certa nota critica e polemica:
La belva di Lerna
«Le favole dei Greci nei loro libri di erudizione filosofica raccontano che
una volta ci furono
molti, fra mostri, belve e serpenti, che ora sembrano incredibili, di
alcuni dei quali
riparleremo. Fra di essi si descrive la belva di Lerna che i Greci ed
alcuni Romani fingono
che ora si trovi negli Inferi, orrenda per le sue strida, terribile per il
suo aspetto»
Gli ippopotami
«Si dice che in India ci siano gli ippopotami, belve più grandi degli
elefanti, che, dicono,
abitano in un fiume dall'acqua impotabile. E si narra che una volta in una
sola ora abbiano
trato nei rapaci vortici dei gorghi trecento uomini e che li abbiano
divorati in una morte
crudele»
Le belve dalla doppia testa
«Si favoleggia parimenti che presso il Mar Rosso nascano bestie e si finge
che abbiano otto
piedi nei loro corpi duplici e doppie teste con occhi gorgonei»
La balena
«La balena, poi, fiera intollerabile, nasce in India, dove si dice che si
raccolga il numero di
prodigi più grande di quasi tutto il mondo; con la pelle di queste bestie
un popolo vicino a
quello degli Indi si confeziona vestiti»
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