I bestiari

Nel Medioevo i bestiari rappresentano un vero e proprio "genere", costituito da raccolte, per lo più illustrate, che descrivono gli animali e i loro comportamenti.



Benché spesso diversi fra loro per struttura, stile, toni e contenuti, questi testi risalgono tutti al Physiologus greco, di cui costituiscono versioni variamente modificate e ampliate, sia nel numero e nel tipo di animali, sia nella misura delle singole descrizioni.

L'influenza del Physiologus è fondamentale nel Medioevo, perché è un repertorio di simboli per la predicazione e per le arti figurative, è fonte di ispirazione per la lirica religiosa e profana; alcuni documenti parlano anche di un uso scolastico del Physiologus latino, non da un punto di vista scientifico, ma per l'insegnamento morale e religioso che da esso si può ricavare.


Il Physiologus

È il testo forse più diffuso e letto del Medioevo dopo la Bibbia.



Si tratta di un'opera in greco di autore anonimo e di data e di origine incerta, ma con ogni probabilità fu composto ad Alessandria d'Egitto nel II o III secolo d.C.
Il Physiologus primitivo comprendeva 48 capitoli relativi ad animali (41), pietre (5) e alberi (2), disposti senza un criterio preciso.
Ogni capitolo era strutturato in due parti: una scientifica e una allegorica; ossia la descrizione di una o più qualità peculiari e del comportamento del soggetto era abbinata al significato simbolico che gli viene attribuito e che solitamente è mistico-teologico. In particolare, la struttura prevedeva: l'esposizione della natura o proprietà, reale o immaginaria, del soggetto, anch'esso reale o immaginario, introdotta da una formula fissa del tipo «il Fisiologo dice»; la comparazione tipologica, a volte preceduta da una citazione biblica; infine l'esegesi simbolica, spesso conclusa con un'altra formula ricorrente del tipo «bene disse il Fisiologo».
Le fonti utilizzate per la descrizione e l'interpretazione degli animali furono le favole della mitologia greca, la Bibbia, ma anche Aristotele e Plinio.
L'opera fu scritta con fini didattici, ma è più un manuale di dottrina cristiana che una sintesi di conoscenze scientifiche, ne sono una prova le frequenti operazioni di adattamento dei dati naturalistici alle esigenze dell'interpretazione simbolica e allegorica. Lo stesso termine fisiologo non va inteso come «naturalista, esperto di scienze naturali», ma come colui che interpreta la natura alla luce della morale, iniziando il lettore ai misteri divini.
Negli scritti di scuola alessandrina che condividono con il Physiologus luoghi, tempi e ambiente di origine, fisiologia significa iniziazione, attraverso la conoscenza delle proprietà delle creature, all'intelligenza delle Scritture, una concezione basata sull'idea platonico-cristiana, secondo la quale la realtà è immagine o simulacro di realtà sovrasensibili e via per la conoscenza del mondo invisibile.

Questa concezione influenza tutta la cultura medievale, determinando e giustificando anche la subordinazione delle scienze naturali alla teologia.
Nel pensiero medievale ogni oggetto materiale possiede, prima dell'apparenza visibile e di ogni altra funzione, quella di segno, di specchio di verità spirituali o di insegnamenti o virtù.
In quest'ottica l'universo è un enorme repertorio di simboli divini, e un avvio alla sua decifrazione viene proprio dalle opere che illustrano le virtù magiche e terapeutiche di pietre epiante,
o i significati nascosti delle nature e dei comportamenti animali, ossia lapidari, erbari e bestiari, e non a caso il nucleo originario del Physiologus è formato proprio da animali biblici.
Non dobbiamo cercare nel Physiologus e nei bestiari che ne derivarono una base scientifica, lo dimostrano a un primo sguardo gli elementi fantastici di cui queste opere sono ricche:
la caratteristica del Physiologus, ma anche di erbari, lapidari e bestiari è l'abbondanza di animali, pietre e piante favolose, e spesso anche gli esemplari più comuni hanno proprietà o assumono comportamenti fantastici, adattandosi alle esigenze dell'esegesi allegorica e del simbolismo. Sono elementi in gran parte condivisi da tutta la produzione naturalistico-scientifica dell'antichità, ma qui risultano accentuati dalla subordinazione alle esigenze didattiche dell'interpretazione allegorico-morale, ed è lo stesso nome con cui è designato il testo greco a mettere in guardia dal ricercare nell'opera verità naturalistiche.



Basteranno alcune citazioni a evidenziare queste caratteristiche del Physiologus:

La lucertola solare.
«Esiste una lucertola chiamata solare, come dice il Fisiologo. Quando invecchia le si velano
gli occhi e diventa cieca, così che non vede la luce del sole. Cosa fa allora in virtù della sua
bella natura? Cerca un muro rivolto a oriente, e penetra in una crepa del muro: e quando
sorge il sole, le si aprono gli occhi e ridiventano sani.
Allo stesso modo anche tu, o uomo, se porti l'abito dell'uomo vecchio e gli occhi del tuo
cuore sono offuscati, cerca il Sole nascente della giustizia, Cristo Dio nostro, il cui nome è
detto Oriente nel libro del profeta [Zac., 6.12], ed Egli aprirà gli occhi del tuo cuore»


La vipera.
«Bene ha detto Giovanni ai farisei: «Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sottrarvi alla
collera che sta per venire?» [Matt., 3.7; Luca, 3.7].
Il Fisiologo ha detto della vipera che il maschio ha un volto d'uomo, e la femmina un volto
di donna: sino all'ombelico hanno forma umana, la coda invece è di coccodrillo. La
femmina non ha vagina nel ventre, ma soltanto una sorta di cruna d'ago. Quando dunque il
maschio copre la femmina, eiacula nella bocca della femmina, e quando essa ha inghiottito
il seme, tronca gli organi genitali del maschio, e quest'ultimo muore istantaneamente.
Quando crescono, i figli divorano in ventre della madre, e in tal modo vengono alla luce: le
vipere sono quindi parricide e matricide.
Bene dunque Giovanni ha paragonato alla vipera i Farisei: infatti allo stesso modo in cui la
vipera uccide il padre e la madre, anch'essi hanno ucciso i loro padri spirituali, i profeti, e il
Signore nostro Gesù Cristo e la Chiesa: come possono dunque sfuggire alla collera che sta
per venire? E il Padre e la Madre vivono in eterno, essi invece sono morti» (X)


Il leone-formica.
«Elifaz, re dei Temaniti, ha detto: «Il leone-formica è perito per mancanza di preda» [Giob.,4.11].
Il Fisiologo ha detto del leone-formica che ha le membra anteriori di leone e quelle
posteriori di formica. Suo padre è carnivoro, sua madre è erbivora; quando generano il
leone-formica, lo generano dotato di due nature, e non può mangiar carne a causa della
natura della madre, né erba a causa della natura del padre: così perisce per mancanza di
nutrimento. Così anche ogni uomo indeciso, incostante in tutti i suoi disegni. Non si deve avanzare per
due vie, né parlare doppiamente nella preghiera: «guai» è detto «al cuore doppio e al
peccatore che cammina per due vie» [Sirach, 2.12-13]. Non è bello dire sì no e no sì, ma sì
sì e no no, come ha detto il Signore nostro Gesù Cristo» (XX)

L'idrope.
«Esiste un animale detto idrope, assai feroce, tanto che il cacciatore non può avvicinarglisi:
ha delle grandi corna a forma di sega, con cui è in grado di segare gli alberi grossi ed
elevati, e di farli cadere per terra. Quando ha sete, va al fiume Eufrate e beve: quivi ci sono
dei cespugli d'erica dai rami sottili, e l'animale si mette a giocare con le corna contro l'erica,
e finisce col rimanere impigliato fra i suoi rami, e manda alti muggiti, volendo sfuggire e
non può. Il cacciatore sentendolo muggire arriva e lo sgozza.
Anche tu, o fedele, che hai due corna, il Vecchio e il Nuovo Testamento, con cui puoi
incornare i tuoi nemici, lussuria, adulterio, avarizia, arroganza e tutte le passioni materiali,
non impigliarti in esse, che sono simili ai cespugli dell'erica, se non vuoi che ti catturi il
malvagio cacciatore» (XXXVI)


Il Physiologus ebbe fin dalle origini e per ben undici secoli una diffusione straordinaria, grazie anche alle numerose traduzioni, più o meno ampliate, che si susseguirono a partire dal V secolo, ma proprio le rielaborazioni e i rimaneggiamenti che seguirono alla sua rapida diffusione, ci impediscono di risalire al nucleo originario dell'opera.
Il Physiologus influenzò profondamente l'immaginario medievale, nelle sue manifestazioni letterarie ed artistiche, e ad esso fecero riferimento anche gli autori preoccupati di esplorare la natura, più che di interpretarla allegoricamente.
Nel tempo il Physiologus subì variazioni di forma, contenuto e stile fino ad arrivare agli sviluppi differenziati dei bestiari latini e romanzi del XII-XIII secolo.
L'opera seppe adattarsi alle esigenze, alle epoche e agli ambienti nei quali circolava: vennero progressivamente sostituiti i simboli mistico-teologici con simboli etico-morali, basati
sull'esempio fornito dalle proprietà degli animali e sulla conseguente esortazione a imitarne o a non imitarne il comportamento.
Un altro cambiamento importante fu la tendenza a un graduale ampliamento del numero di capitoli e delle "nature", ma le trasformazioni riguardarono anche la disposizione dei capitoli, raggruppati in categorie di animali, mentre col tempo tendono a scomparire piante e pietre.
La traduzione latina più diffusa nell'Occidente medievale, nota come versio B, è attestata dall'VIII secolo ed è anche quella che si presenta più indipendente dalla fonte greca per l'eliminazione di una decina di articoli, l'aggiunta di informazioni naturalistiche sulla base di testi "scientifici" dell'antichità, modificazioni nell'interpretazione allegorico-morale e un maggior uso di citazioni bibliche di supporto.
Proprio questa versione costituisce il nucleo centrale delle trasformazioni del Fisiologo latino e dei bestiari, perciò la sua evoluzione è quella del genere stesso in Occidente.

 


Il Liber monstrorum de diversis generibus

Si è voluto parlare qui del Liber monstrorum perché è unico nel suo genere, anzi rifiuta di farsi genere:
Non più Physiologus e non ancora Bestiario, si colloca su un piano tutto diverso da quello della raccolta di animali, e i mostri non rimandano a vizi o virtù, né alludono a segni divini di qualche tipo.
Del resto, come fa notare Zambon, nel Medioevo, bestiario e Libro dei mostri si compenetrano sistematicamente: come le ultime due sezioni del Liber monstrorum sono in prevalenza dedicate agli animali, così già nel Physiologus greco figurano veri e propri esseri mostruosi come le sirene e gli ippocentauri.

Tuttavia nel Liber monstrorum i mostri se ne stanno «taciturni e svuotati, rappresentanti unicamente dei loro nomi.
È, infatti, il livello etimologico quello che ci sembraprevalere nel Liber».
Grazie a quest'opera, dunque, i mostri trovano il loro posto, non sono più sparpagliati casualmente nei compendi di storia naturale, ma confinati in un loro spazio, in un libro tutto per loro, e mettere i mostri all'interno di un libro significa "internarli".

Come fa notare Bologna, il Liber monstrorum è «la più completa e saporosa fra le scritture antiche dominate dal segno della Difformità, ed insieme, mirabilmente, "mostruosamente", anche il più feroce dei pamphlets anti-teratologici», e proprio per questo, per evitare che il copista e il lettore si abbandonino al peccato del fantasticare su quelle forme difformi, il libro lascia ai mostri appena lo spazio e il tempo sufficienti per fare una breve apparizione, lasciando di sé una strana impressione d'incompiutezza.
Ciononostante si esaspera il codice della visualità sino a far vedere l'invisibile, fino a dare descrizioni esattissime di quelle mirabili difformità che si sono "viste" unicamente nelle righe dei testi letti, consultati e citati, così che l'opera mostra una naturale tendenza verso tutto ciò che è meraviglioso e strano, ma al tempo stesso la accompagna a un particolare senso critico.

Il Liber monstrorum fu scritto nell'Inghilterra anglosassone nell'alto Medioevo (VIII secolo circa) ed è la prima opera che si mostra apertamente ostile, polemica e insieme preoccupata nei confronti delle razze mostruose. Il suo autore proclama la sua incredulità fin dall'inizio, ma non si tratta di disincantato scetticismo, sembra più «un esorcismo, una dichiarazione gridata a tutta voce per vincere la paura, il timore, l'incertezza: tutti sentimenti che forse l'autore davvero non provava, ma che, comunque, di certo toccava e respirava tutt'attorno».

La materia dell'opera è divisa in tre libri: i mostri umani e mitologici; gli animali terrestri e marini; infine i serpenti, e, fatto alquanto singolare al tempo, si caratterizza per la totale assenza di significati nascosti. Accanto agli animali e alle figure mitologiche, trovano posto anche parti deformi come i gemelli siamesi, abitanti di paesi esotici come gli Etiopi, libere rielaborazioni delle fonti come un "mostro notturno" che è solo una deformazione della Fama virgiliana, fiumi come il Nilo, creature oniriche, sciapodi e altro ancora. La parte più cospicua dell'opera è frutto di una lunga tradizione che risale fino ai miti antichi, ed è interessante notare che l'autore non presenta i suoi dati in maniera sincronica, perché spesso fa riferimento a creature esistenti nell'antichità, ma ormai scomparse, e vista sotto questo aspetto, l'opera è più ricca di riferimenti culturali e storici di quanto non possa sembrare a una prima lettura.
L'atteggiamento è scettico, ma secondo Ortalli è difficile che il libro convinca fino in fondo che gli animali mostruosi come le belve dalla doppia testa, le eterne bestie dell'India o le grandi formiche non esistono, quando l’autore ne parla in capitoli inframmezzati a quelli sul leone, la balena, il coccodrillo, ossia bestie della cui esistenza pochi dubitano e che non devono apparire agli occhi della gente comune meno lontane e meravigliose. Lo stesso vale per le razze mostruose: prima si parla degli epifugi, che nascono senza testa, e poco dopo degli uomini neri, di cui l'autore afferma di averne visto uno del colore del carbone, tranne per occhi, denti e unghie.
La tesi di Ortalli sarebbe sostenuta dal fatto che l'autore stesso nel prologo afferma che all'inizio saranno presentati i mostri più credibili, mentre in realtà le notizie sembrano essere disposte a caso e non in una sorta di climax del meraviglioso e dell'incredibile.
Zaganelli, invece, sostiene che «la distinzione tra reale e meraviglioso sembra essere ben presente» alla coscienza dell'autore, ed è sottolineata da espedienti retorici grazie ai quali espone come parola propria tutto ciò che ha l'aria di essere vero o almeno verosimile, e mette invece tra virgolette ciò che gli appare assurdo.
Anche Bologna la pensa allo stesso modo, quando esorta il lettore a leggere l'opera godendone la serenità, i divertenti stupori e i sottili veleni «indirizzati a quei grandi bugiardi che furono i
Pagani, i mitografi, insomma gli antichi ignoranti e ciechi».
Zaganelli fa notare come lo stupore dell'autore del Liber monstrorum non vada alle forme mirabili di cui parla, ma «alle mirabili menzogne che hanno loro dato la luce e rispetto alle quali egli prende le distanze, fermandosi ad ogni passo, valutando e criticando». Così è la fantasia dei poeti, dice l'autore, che ha inventato ad esempio i cani azzurri che avrebbero la parte inferiore del corpo a forma di pesce.
La polemica del Liber monstrorum, però, si colloca in un'aria di dubbio, perché l'alto Medioevo, che vede vacillare la capacità di controllo sull'ambiente e sugli animali, ma al contempo è ad essi vincolato, affronta in un clima di nuovi turbamenti il problema dei limiti dell'animalità, e soprattutto, perché sono pochi quelli che non credono all'esistenza di animali e popoli favolosi, anzi, il pubblico è assetato di notizie sull'Oriente, reali o fantastiche che siano, ne è la prova la grande diffusione nel Medioevo dei racconti che riguardano le imprese di Alessandro Magno in Oriente.


Una rapida serie di citazioni dal Liber monstrorum servirà ad evidenziare sia la sua specificità testuale, che a chiarire un po' meglio le "nature" di difformità e mirabilia indiani qua e là appena incontrati:



Gli ippocentauri.

«Gli ippocentauri hanno natura mista di cavallo e di uomo e, come le fiere, hanno testa
irsuta, ma in certa misura molto simile al tipo umano, con la quale possono iniziare a
parlare: le labbra, però, inadatte al parlare umano, non riescono ad organizzare alcun suono
in parole»

I cinocefali.

«E si dice che ancora in India nascano i cinocefali, che hanno teste di cane e corrompono
ogni parola che dicono pronunciandola fra latrati; e mangiando carne cruda più che agli
uomini sono simili alle bestie»

Gli sciapodi

«E dicono che esista un genere di uomini che i Greci chiamano sciapodi poiché si difendono
dall'ardore del sole con l'ombra dei piedi giacendo supini. Sono velocissimi ed hanno
un'unica gamba e le loro ginocchia sono rigide e non hanno articolazione»

Gli epifugi

«Ci sono anche, in un'isola del fiume Brixonte, degli uomini che nascono senza testa, che i
Greci chiamano epifugi e sono di otto piedi d'altezza e portano tutti gli organi del capo in
petto, tranne gli occhi che, dicono, hanno sugli omeri»

Passando alla sezione zoologica, ecco apparire belve favolose, e talvolta si nota anche una certa nota critica e polemica:

La belva di Lerna

«Le favole dei Greci nei loro libri di erudizione filosofica raccontano che una volta ci furono
molti, fra mostri, belve e serpenti, che ora sembrano incredibili, di alcuni dei quali
riparleremo. Fra di essi si descrive la belva di Lerna che i Greci ed alcuni Romani fingono
che ora si trovi negli Inferi, orrenda per le sue strida, terribile per il suo aspetto»

Gli ippopotami

«Si dice che in India ci siano gli ippopotami, belve più grandi degli elefanti, che, dicono,
abitano in un fiume dall'acqua impotabile. E si narra che una volta in una sola ora abbiano
trato nei rapaci vortici dei gorghi trecento uomini e che li abbiano divorati in una morte
crudele»

Le belve dalla doppia testa

«Si favoleggia parimenti che presso il Mar Rosso nascano bestie e si finge che abbiano otto
piedi nei loro corpi duplici e doppie teste con occhi gorgonei»

La balena

«La balena, poi, fiera intollerabile, nasce in India, dove si dice che si raccolga il numero di
prodigi più grande di quasi tutto il mondo; con la pelle di queste bestie un popolo vicino a

quello degli Indi si confeziona vestiti»





Book of kells