Cubismo
Gli esordi dei cubismo: Picasso e Braque
«Quando abbiamo fatto del c, – ha detto Picasso, – non avevano la minima
intenzione di fare del c, ma solo di esprimere ciò che era in noi». Chi in
realtà avrebbe potuto prevedere l’importanza che avrebbe rivestito quel gruppo
di cinque nudi femminili, poi noto col nome di Demoiselles d’Avignon (New York,
moma), che Picasso decise di dipingere nel 1906, appena uscito dal suo «periodo
rosa»? Come nella stesura definitiva, i corpi vennero dipinti in una prima fase
a tinte piatte, quasi senza modellato; ma, durante l’inverno del 1906-1907,
l’artista si propose bruscamente di suggerire il volume senza ricorrere al
chiaroscuro tradizionale. A questo scopo, dopo molte prove, finí per sostituire
le zone d’ombra con lunghi tratti paralleli di colore, almeno nel trattamento
delle due figure di destra, poiché l’opera è rimasta parzialmente incompiuta. Il
giovane pittore fauve Georges Braque, che
Apollinaire aveva condotto da Picasso, ne rimase lui stesso di stucco. «Ma, con
tutte le tue spiegazioni, – gli avrebbe detto, con la tua pittura è come se
volessi farci mangiare
stoppa o bere petrolio». Tuttavia non restò insensibile al problema posto e
cercò di risolverlo lui stesso, in modo molto simile, nel grande Nudo che
dipinse poco dopo, nell’inverno
del 1907-1908 (Parigi, coll. priv.).
Molto si è parlato a proposito di queste opere dell’influsso che l’arte negra
avrebbe esercitato sui due artisti, ed è certo che, nella scia di Vlaminck,
Derain e Matisse – che conoscevano bene –, Picasso e Braque a loro volta si
appassionarono per quest’arte, la cui libertà plastica li affascinava. Vi è una
certa somiglianza d’aspetto tra alcune maschere negre e alcuni studi per le
Demoiselles, Picasso e gli altri cubisti possedevano – come già fauves – opere
d’arte negra. Numerosi confronti in questo senso sono stati proposti di recente
(esposizione a New York: Primitivism and 2oth century art). È esatto infatti – e
par difficile negarlo – che il problema risolto da Picasso era quello appunto di
una nuova rappresentazione dei volumi su una superficie piana; ma esso era stato
già posto in maniera acuta nelle opere di Cézanne, in particolare quelle
dell’ultimo decennio della sua vita; ed è significativo, del resto, il fatto che
la retrospettiva dedicata al maestro di Aix nell’ottobre 1907 dal Salon
d’automne abbia costituito per i giovani fauves e futuri cubisti una vera e
propria rivelazione.
La solidità delle forme di Cézanne, tanto contrastante con le caligini colorate
dell’impressionismo, rispondeva infatti in anticipo alle loro stesse
problematiche. Quanto Picasso e Braque soprattutto trassero dalla lezione del
piú anziano pittore fu la volontà di restituire agli oggetti solidità e densità,
che erano andate a poco a poco scomparendo nella ricerca troppo esclusiva di
effetti di luce. Il primo nelle sue Nature morte (Filadelfia, am, coll. A. E.
Gallatin) e nei Paesaggi della Rue-des-Bois (già coll. Gertrude Stein), il
secondo nelle Vedute di l’Estaque (New York, moma; Berna, coll. Hermann Rupf),
cercarono, nel 1908, di ritrovare soprattutto la forma durevole degli oggetti
climinando i dettagli casuali e individuando la struttura nei solidi principali:
poliedri, cilindri, coni.
Se ne è voluto trovare il motivo nella lettera di Cézanne a Emile Bernard del 15
aprile 1904 («Trattare la natura mediante il cilindro, la sfera, il cono...»),
ma ciò significa dimenticare che qui l’autore parla pure di «far sentire l’aria»,
un’aria che è giustamente assente dalle loro opere, poiché i due artisti alzano
la linea d’orizzonte e limitano il cubo scenografico in modo da eliminare ogni
espressività atmosferica. L’illuminazione è ridotta a un chiaroscuro piú ideale
che realistico, che modella i volumi senza tener conto dei riflessi o delle
variazioni d’intensità della fonte luminosa. Quanto al colore, ben lungi
dall’essere «nella sua ricchezza», viene provvisoriamente sacrificato
all’espressione dei volumi. Quantunque questo procedimento sia già stato
impiegato da Cézanne in alcune sue opere, l’introduzione nel 1909 di passaggi,
vale a dire di leggere interruzioni della linea di contorno, accentuerà
l’originalità del tentativo di Picasso e Braque. Per loro, infatti, non si
tratta di «punti di contatto» tra rappresentazione lineare e rappresentazione
cromatica, ma di un modo nuovo di attenuare gli effetti troppo continui d’ombra
e di luce creati dal chiaroscuro lungo gli spigoli dei volumi. Per la stessa
ragione, d’altronde, Picasso rompe i grandi volumi frammentandoli in una serie
di volumi piú piccoli che gli consentono di far giocare a suo piacimento
l’illuminazione degli oggetti rappresentati (Donna delle pere: Chicago, coll.
Sarnuel A. Marx; Donna seduta: Parigi, mnam; Giovane ragazza nuda: Mosca, Museo
Pu∫kin).
Lo studio dei volumi cede cosí progressivamente il posto a quello dei piani, che
consente insieme di rispettare meglio la verità dell’oggetto e di limitare
notevolmente il chiaroscuro, ma il trapasso dall’una all’altra tecnica avviene
in modo puramente sperimentale e per approssimazioni successive.
Il cubismo analitico
Nel 1910 Picasso e Braque consumano la rottura con la visione classica in vigore
da oltre quattro secoli. Abbandonando definitivamente l’unicità del punto di
vista della prospettiva albertiana, moltiplicano gli angoli di visione degli
oggetti in modo da darne una rappresentazione nuova, piú completa e piú
ragionata. Di fatto appunto il ruolo sempre piú preponderante conferito ai piani
mediante l’esplosione del volume diede loro l’idea di liberarsi totalmente dalla
prospettiva. Quest’indipendenza dei piani in relazione al volume potenziale da
cui venivano astratti sfociava, lo si deve riconoscere, in un ermetismo che
difficilmente consentiva allo spettatore di ricomporre mentalmente gli oggetti
cosí descritti. Assegnare il giusto posto alle loro linee di contorno rispetto
alle linee figuranti entro il limite del piano non era sempre facile, tanto piú
che il colore non forniva alcuna indicazione in merito. Applicato sulla tela a
piccoli tocchi arrotondati o per sfregamento, esso si limitava a camaïeux di
ocra o di grigio che conferivano al quadro grande luminosità, ma non esprimevano
piú il colore reale degli oggetti. Gradatamente quest’ermetismo si ridurrà, è
vero, a mano a mano che i due pittori diverranno più padroni della loro tecnica
e saranno abbastanza sicuri di sé da trascurare ogni modello e da comporre
direttamente partendo dalle proprie immagini concettuali. Infatti, da questo
momento, non cercheranno piú di staccare i piani dal loro ambiente naturale, ma
presenteranno soltanto gli aspetti piú significativi degli oggetti considerati.
Una bottiglia, ad esempio, potrà rappresentarsi mediante la sua sezione
verticale e la sua sezione orizzontale allo scopo di esprimerne nel contempo il
profilo e la rotondità. Talvolta persino basterà un aspetto solo, come per il
ventaglio dell’Indépendant (1911: Filadelfia, coll. Harry Clifford). Alcuni
dettagli infine possono servire come stimoli: la presenza delle chiavi, delle
orecchie o del manico di un violino «suggeriscono» necessariamente un violino.
Un simile sistema di rappresentazione doveva fatalmente comportare conseguenze
importanti sul piano spaziale. Il volume infatti esiste ancora allo stato
potenziale, poiché le linee di contorno di un bicchiere, ad esempio, ne
esprimono la forma cilindrica; ma si tratta
di un volume svuotato della sua sostanza, immateriale, trasparente. Nulla vieta
piú, dunque, di scorgere attraverso di esso un altro oggetto. I piani, di
conseguenza, si scaglioneranno
in funzione della posizione che loro assegnerà il pittore in seno ad uno spazio
che perde la sua omogeneità e la sua isotropia. Per ragioni consimili, il colore
non può piú coincidere con la forma. Si presenta in generale separato, spesso
sotto forma di schegge di materiali: di falso legno, ad esempio.
I «papiers collés»
Nel medesimo spirito vennero impiegati i papiers collés. Piuttosto che imitare
la materia dell’oggetto, non era meglio incollare direttamente sulla tela carte
dipinte che la imitassero, e alle quali i procedimenti meccanici conferivano una
finitezza difficilmente uguagliabile? Cosí, carte che riproducevano il legno, il
marmo, le impagliature, le tappezzerie vennero incollate o semplicemente
spillate sulle opere; e, in seguito, pezzi di giornale, scatole di fiammiferi,
francobolli postali o biglietti di visita. Al limite, un titolo di giornale
bastava cosí a rappresentare un giornale. Ma queste carte creavano pure rapporti
spaziali nuovi, consentendo, col gioco delle tonalità, di far avanzare o
arretrare certi piani. Erano infine, per la loro stessa natura, equivalenti di
oggetti che né le variazioni atmosferiche, né l’illuminazione potevano alterare,
e che restavano perciò identici a se stessi. E quest’identità, questa permanenza
erano importantissime, poiché i cubisti non intendevano rappresentare un oggetto
specifico qualsiasi, ma un oggetto tipico, i cui attributi potessero trovarsi in
ciascuna delle sue individuazioni. Si trattava pertanto, come si vede, di
un’arte che non era piú imitativa nel senso tradizionale del termine, ma che
restava risolutamente realistica. E, in questo
senso, non sembra esagerato affermare che il c si presenta come una vera e
propria epistemologia.
I nuovi adepti
Pochissime persone, e persino pochissimi artisti, compresero allora l’interesse
e il significato di queste ricerche. Altri pittori però dovevano accettare
abbastanza presto il nuovo linguaggio e impegnarsi totalmente, senza problemi di
falsa originalità, sulla strada già aperta. Poverissimo, Juan Gris aveva sulle
prime dovuto lavorare per giornali illustrati. Quando nel 1911 poté infine
dipingere a suo piacimento, cominciò con l’affrontare il problema degli effetti
della luce sugli oggetti o i corpi, poi si avviò, nel 1912, nella direzione di
un sistema di costruzione nel quale raggi luminosi obliqui e paralleli fanno
nascere forme rigide e depurate (Omaggio a Picasso: Chicago, coll. Leigh B.
Block; Natura morta con chitarra: New York, moma; Natura morta: Otterlo,
Kröller-Müller). Verso la metà del 1912 adottò infine, secondo la sua stessa
espressione, il c «analitico», ma adattandolo alle proprie problematiche. Cosí,
pur assoggettandosi al principio della moltiplicazione degli angoli visuali,
lascia un carattere di plausibilità visiva a ciascuno dei vari aspetti di un
oggetto e impiega colori freschi e vivi, indipendenti dal «tono locale», che
egli rende sin dalla fine del 1912 mediante l’introduzione di frammenti di
materie diverse – legno, marmo, tappezzeria, specchio – sia imitati (le Tre
carte, 1913: Berna, coll. Hermann Rupf; Violino e incisione, 1913: New York,
moma; Violino e chitarra, 1913: coll. Ralph F. Colin), sia incollati (Lavabo,
1912: Parigi, coll. Noailles). A portare Gris al c era stato l’influsso di
Picasso; a portarvi Louis Marcoussis fu quello di Braque. Egli si mostrò
tuttavia meno originale di Gris, in ogni caso piú «ortodosso». Presentatosi nel
1912 con una serie di incisioni (Ritratti di M. Grabowski, 1911, e di M.
Gazanion, 1911-12; la Bella Martinicana, 1911-12), il suo periodo analitico si
conforma interamente alla tecnica di Picasso e di Braque (Natura morta con
scacchiera, 1912: Parigi, mnam). Bar del porto (1913: Parigi, eredi Marcoussis)
è di fattura piú indipendente; ma il punto culminante della sua produzione
dell’anteguerra è probabilmente il Musicista (1914: Washington, ng, Coll.
Chester Dale), dove già si scorge quel carattere poetico molto piú personale che
si svilupperà nella sua opera dopo il 1920.
Il cubismo sintetico
L’anno 1913 segna una svolta importante nella storia del c. Non è la tecnica,
questa volta, che viene rimessa in questione, ma il modo di concepire il
rapporto tra soggetto e oggetto, in una parola il metodo. Nel 1910 si trattava
d’instaurare una visione inedita del mondo forgiando nuovi mezzi espressivi;
oggi si tratta di una speculazione piú intellettuale, che riguarda il modo in
cui il pittore prende coscienza degli oggetti che rappresenta. Il passaggio si
compie d’altra parte senza alcuna rudezza. Il c analitico aveva sacrificato
pericolosamente, lo si deve dire, l’unità dell’oggetto alla sua veridicità. In
altri termini, ne dava un’immagine piú fedele e completa, ma ne aveva rotto
l’omogeneità. Fu ancora una volta Picasso a comprenderlo per primo. Fino a quel
momento, infatti, egli effettuava una specie di cernita mentale delle qualità
dell’oggetto poggiando sulla costanza delle esperienze effettuate. Ora, nel
corso del 1913, si accorse che non era necessario osservare gli oggetti per
riprodurli e che poteva ugualmente, e anzi meglio, fissarne gli attributi
essenziali in un’immagine a priori, a condizione che essa fosse emersa da una
comprensione chiara e logica della loro specificità. Da allora, si eleverà
intuitivamente fino all’essenza per determinare i caratteri necessari di un
oggetto, quelli che ne condizionano la stessa esistenza e senza i quali esso non
sarebbe affatto ciò che è, per riunire tali attributi in un’unica immagine, che
ne sia in qualche modo l’essenza plastica. L’immagine cosí ottenuta conterrà
dunque in potenza tutte le possibili individuazioni di quell’oggetto. Per dare
un solo esempio: il bicchiere della Natura morta con bottiglia di maraschino
(1914: già coll. Gertrude Stein) non è piú la riunione eterogenea di frammenti
di linee di contorno, ma l’equivalente plastico dell’essenza di un bicchiere,
vale a dire di un bicchiere spogliato di qualsiasi dettaglio accidentale e
ridotto all’essenziale. Il colore, essendo soltanto un attributo variabile, si
fa di conseguenza indipendente dall’oggetto e viene cosí liberato dalle servitú
del «tono locale». Dopo la grisaille dell’epoca analitica, un’opera come la
Bouteille de Suze (1913: Saint Louis Mo., Washington University) sembra, con la
sua etichetta rossa e i suoi azzurri vivi, una vera e propria festa degli occhi.
Quanto alle carte incollate, non scompaiono, ma divengono sempre piú mezzi di
espressione spaziale. L’evoluzione di Braque fu, da questo punto di vista, piú
lenta di quella di Picasso. Nel 1913, e persino all’inizio del 1914, anch’egli
s’interessa delle possibilità spaziali dei papiers collés (Le Counier, 1913:
Filadelfia, am, coll. A. E. Gallatin; Violetta di Parma, 1914: Londra, coll.
Edward Hulton), ma generalmente conserva un certo spirito analitico. Tuttavia in
alcune opere riduce a sua volta gli oggetti ai loro attributi permanenti,
dandone immagini piú eterogenee di quelle di Picasso, ma di notevole purezza
plastica e di grande interesse dal punto di vista spaziale (Clarinetto, 1913:
New York, coll. priv.; Aria di Bach, 1913-14: Parigi, coll. priv.). Di rigore
plastico non meno ammirevole, i papiers collés eseguiti da Gris nel 1914 (Natura
morta con rose: già coll. Gertrude Stein; Breakfast: New York, moma; Tavola,
Filadelfia, am, coll. A. E. Gallatin) dànno inoltre prova di rare qualità
d’armonia e di poesia in seno a un’architettura sempre piú salda e
meticolosamente ordinata.
Gli espositori della sala 41 al Salon des indépendants del 1911
Se quella creata da Picasso e Braque, e seguita da Gris e da Marcoussis, può
considerarsi, almeno per comodità, una sorta di ortodossia di riferimento e
resta la prima manifestazione del c sul piano cronologico, è giusto dire che il
c comprende storicamente tutta una serie di altre tendenze, talvolta contigue,
talvolta anche, però, molto divergenti. Per
un curioso paradosso non furono i suoi primi creatori a rivelare il c al grande
pubblico, bensí altri pittori, che del resto ne erano stati per la maggior parte
influenzati abbastanza
ampiamente. Picasso e Braque infatti, cui premeva lavorare tranquillamente,
esponevano le loro opere alla Gall. Kahnweiler, ancora poco nota in quell’epoca,
e non partecipavano
ai salons, che erano i soli ad attirare la folla degli appassionati. L’evento
ebbe luogo al Salon des indépendants del 1911, nella sala 41, ove si trovarono
riunite opere di Jean
Metzinger, Albert Gleizes, Henri Le Fauconnier, Fernand Léger e Robert Delaunay.
Benché tutte ugualmente provocassero scandalo – come quelle che questi stessi
artisti (tranne
Delaunay) dovevano presentare al Salon d’automne dello stesso anno –, erano
frutto di esperienze spesso piuttosto diverse, ed erano ben lontane dal
rivestire tutte lo stesso valore.
Dopo essere stato direttamente influenzato dal c analitico di Picasso (Nudo:
Salon d’automne del 1910), Jean Metzinger praticò a partire dal 1911 un c piú
vicino alle tematiche
affrontate da Cézanne, in cui domina un’analisi molto spinta dei volumi (Due
nudi, 1910-11: coll. priv.; Merenda, 1911: Filadelfia, am, coll. Arensberg),
prima di passare ad un’analisi del soggetto propriamente detto combinando
molteplici angoli visuali all’interno di una sapiente composizione (l’Uccello
azzurro, 1913: Parigi, mamv; Danzatrice al caffè, 1912: New York, coll. Sidney
Janis; Bagnanti, 1913: Filadelfia, am). Il suo amico Albert Gleizes affrontò il
c attraverso una fase cézanniana meno austera e uno stile piú figurativo (Albero,
1910: Parigi, coll. priv.; Caccia, 1911: Parigi, coll. Labouchère; Ritratto di
Jacques Nayral, 1911: La Flèche, coll. del comandante G. Houot), ma attraversò
una fase analitica piuttosto analoga che egli stesso definiva «un’analisi
dell’immagine-soggetto e dello spettacolo-soggetto» (Bagnanti, 1912: Parigi,
mamv; Uomo al balcone, 1912: Filadelfia, am, coll. Arensberg; Trebbiatura, 1912:
New York, Guggenheim Museum; Ritratto di venditrice di fichi, 1913: Lione, mba;
Donne che cuciono, 1913: Otterlo, Kröller-Müller). Spiritualmente vicino ad essi,
Le Fauconnier s’interessò anche dello studio dei volumi, ma soprattutto in
funzione della luce, creando una specie di impressionismo cubista molto
personale (Ritratto di Paul Castiaux, 1910: Les Sables-d’Olonne, coll. Lauberton;
l’Abbondanza, 1910-11: L’Aja, gm; Cacciatore, 1912: New York, moma).
Infinitamente piú originali tuttavia si rivelarono i contributi di Léger e di
Delaunay. Per l’influsso profondo e decisivo di Cézanne, Léger cominciò col
conferire un ruolo preponderante
alla forma, e particolarmente ai volumi, come nella Cucitrice (Parigi, coll.
priv.), o nei celebri Nudi nella foresta del 1909-10 (Otterlo, Kröller-Müller),
di cui egli stesso diceva che «erano solo una battaglia di volumi».
L’espressione non sembri esagerata, poiché, sconnettendoli con violenza, egli
conferiva già alle sue opere un carattere risolutamente
dinamico. Appunto questa volontà di dinamismo lo spinge, all’inizio del 1911, ad
introdurre nelle sue tele i primi «contrasti di forme» (Nozze, 1910-11: Parigi,
mnam; Fumatori, 1911: New York, Guggenheim Museum; Donna in blu, 1912: Basilea,
km), che consistono ora nel contrapporre larghe zone piatte, generalmente senza
significato realistico, ai volumi sconnessi dei personaggi o degli oggetti
rappresentati.
Il colore, che sino ad allora era stato sacrificato alla forma, nel 1912
ricompare, annunciando l’evoluzione che Léger subirà nel 1913. «Quando ho avuto
bene in mano il volume come lo volevo, – spiegava, – ho cominciato a collocare i
colori». Ed infatti le sue opere del 1913 e del 1914 presentano tutte colori
vivi e brillanti d’intenso dinamismo: Contrasti di forme (1913: Filadelfia, am,
coll. Arensberg; e Berna, coll. Hermann Rupf), Lampada (1913; Chicago, coll.
Leigh B. Block), Scala (1913: Zurigo, kh), Paesaggio (1914: Roubaix, coll. priv.),
Donna in rosso e verde (1914: Parigi, mnam). Ma Léger non abbandona peraltro né
i volumi né i puri contrasti tra forme, poiché per lui è l’equilibrio tra le
linee, le forme e i colori ciò che crea uno stato d’intensità plastica massima,
donde scaturisce il dinamismo indispensabile per qualsiasi rappresentazione del
mondo moderno.
Di temperamento molto vicino a quello del suo amico Léger, Delaunay aveva
anch’egli subito, sin dall’inizio del 1909, l’influsso di Cézanne (Autoritratto:
Parigi, mnam; numerosi
Studi di fiori: Parigi, coll. Sonia Delaunay), ma ciò che ne orienterà
l’evoluzione e conferirà al suo c un carattere potentemente originale è lo
studio dell’azione della luce sulle forme. Nella serie di Saint-Séverin
(1909-10: New York, Guggenheim Museum; Filadelfia, am; Minneapolis, Inst. of
Arts) la luce curva le linee dei pilastri e spezza quelle della volta e del
pavimento, mentre nella serie della Torre Eiffel (1909-11: New York, Guggenheim
Museum; Basilea, km) essa rompe decisamente tutte le linee e separa i volumi in
gruppi isolati che obbediscono a prospettive discordanti. Nella serie delle
Città (1910-11: Parigi, mnam; New York, Guggenheim Museum), infine, essa produce
una vera e propria dissoluzione delle forme. Tutte le ricerche di questo periodo,
che Delaunay chiamava piú tardi «distruttivo», si trovano riunite nella sua
immensa Città di Parigi (1910-12: Parigi, mnam), vasta sintesi che riassume
tutte le esperienze precedenti e annuncia, nella parte centrale, la costruzione
mediante il colore, che dall’inizio del 1912 diverrà il perno della sua opera,
come piú innanzi vedremo.
Le tendenze moderate
Il c corrispondeva a un’esigenza generale di rinnovamento troppo profonda per
non provocare una crisi di coscienza in molti giovani pittori desiderosi di
liberarsi dalle antiche costrizioni senza peraltro aderire totalmente ai
principi cubisti. È nota la frase di Braque: «Per me il c, o piuttosto il mio c,
è un mezzo che ho creato per mio uso e il cui scopo fu soprattutto di mettere la
pittura alla portata delle mie doti» (1924). Frase che si potrebbe, sembra,
mettere ancor piú giustamente in bocca di Jacques Villon, di Roger de la
Fresnaye o di André Lhote, che, non avendo creato il c come Braque, l’adattarono
al proprio temperamento. Dopo aver praticato per molto tempo il disegno
d’illustrazione, Villon cercava la sua strada quando suo fratello, Marcel
Duchamp, gli rivelò il c. Giustamente desideroso di trovare una disciplina
costruttiva, dal 1911 s’impegnò nello studio dei volumi; poi, nel 1912, adottò
un sistema di costruzione piramidale di cui aveva rinvenuto il principio negli
scritti di Leonardo da Vinci (Tavola imbandita: New York, coll. Francis
Steegmuller; Strumenti musicali: Chicago, Art. Inst.), sistema che non
gl’impediva di usare spessissimo colori vivi (Fanciulla al pianoforte, 1912: New
York, coll. Mrs George Acheson; Fanciulla, 1912: Filadelfia, am, coll. Arensberg).
Il suo scopo era anzitutto di realizzare un insieme armonioso; cosí il suo c fu
volutamente moderato e ponderato. Tale fu pure quello di La Fresnaye,
che dopo aver subito fortemente l’influsso di Cézanne (Corazziere, 1910: Parigi,
mnam; Paesaggi di Meulan, 1911-12: New York, coll. Ralph Colin) adottò alcuni
procedimenti
cubisti, come quello dei «passaggi» o quello della sovrapposizione dei piani (Natura
morta con angeli, 1912: Parigi, mamv; Ritratto di Alice, 1912: Svezia, coll.
priv.), senza sempre
rompere peraltro con la prospettiva e la figurazione tradizionali. Nel 1913, per
influsso di Delaunay, si orientò verso una modalità espressiva che poggiava
principalmente sulla
potenza costruttiva del colore, il che gli consentí di realizzare le sue opere
migliori (Conquista dell’aria, 1913: New York, moma; numerose Nature morte,
1913-14; il 14 luglio, 1914: Parigi, mnam; Uomo seduto, 1914: Parigi, coll. priv.).
Sarebbe forse divenuto un grande artista se la guerra non l’avesse lasciato in
una condizione fisica che può almeno in parte spiegare il deplorevole
arretramento dei suoi ultimi anni, nei quali cadde in un neoclassicismo che
lascia dubitare sulle sue reali possibilità. Tanto piú che i suoi scritti
denotano
un inquietante rispetto per la tradizione. Adattare lo stile cubista alla
composizione tradizionale fu, d’altronde, il progetto piú o meno confessato di
molti altri epigoni del movimento,
il principale dei quali resta André Lhote. Per lui esistevano infatti «invarianti
plastiche» (Parlons peinture, Paris 1933), in base alle quali qualsiasi scoperta,
qualsiasi procedimento tecnico nuovo doveva alla fine assoggettarsi alle norme
della composizione classica: concezione che, evidentemente, non differiva troppo
da quella dell’accademismo scolastico.
Cubismo e movimento
Questi artisti non osarono o non vollero adottare interamente il linguaggio
cubista a causa del loro attaccamento alla tradizione; altri invece si
accontentarono anch’essi di assumerne solo alcuni aspetti, ma non perché
temessero di rompere totalmente col passato, bensí al fine di poter esprimere
altri valori plastici loro cari che il c ortodosso aveva trascurati. Benché le
cose non siano sempre cosí semplici, si può dire, per chiarire lo studio, che
due grandi problemi rimisero parzialmente in questione i dati iniziali ed
ampliarono l’orizzonte cubista: quello del movimento e quello dell’astrattismo.
Il primo problema venne posto sin dal 1910 dai futuristi italiani, che
affermarono sonoramente attraverso le loro opere e i loro diversi manifesti la
natura essenzialmente dinamica del mondo attuale. Persuasi di essere gli unici
pittori veramente moderni, accusavano i cubisti della tendenza a pietrificare la
propria arte nella staticità, «con accanimento passatista», dimenticando
peraltro che dovevano loro gran parte dei propri procedimenti tecnici, ciò che
Gino Severini doveva finalmente riconoscere piú tardi. Malgrado questa relativa
ostilità che fece nascere numerose polemiche, pochi cubisti restarono totalmente
indifferenti alle proposte futuriste, e alcuni dovevano persino subirne piú o
meno transitoriamente l’influsso. Fu il caso in particolare di La Fresnaye (seconda
versione dell’Artiglieria, 1912: Chicago, coll. Sarmiel A. Marx), che
per qualche tempo s’interrogò sulla via da seguire, e di Jacques Villon (Soldati
in marcia, 1913: Parigi, mnam), che ne serbò un certo senso del ritmo (Equilibrista,
1913-14: Columbus O., Gall. of Fine Arts; Officina meccanica, 1914: New York,
coll. E. Stein). Léger e Delaunay, dal canto loro, cercarono di creare una
visione francamente dinamica, ma mediante il colore puro. Tuttavia, il cubista
piú vicino all’estetica futurista fu certamente Marcel Duchamp. Il c di Duchamp
era già fortemente originale. Traendo una conseguenza nuova dalla
moltiplicazione degli angoli visuali e dalla dissociazione di forma e colore del
c analitico, sin dal 1911 si era interessato soprattutto del problema delle
trasparenze e delle loro possibilità plastiche (Ritratto di giocatori di scacchi,
1911: Filadelfia, am, coll. Arensberg). Col Giovane uomo triste in un treno
(1911: Venezia, coll. Peggy Guggenheim) e col Nudo che scende le scale (prima
versione, 1911: Filadelfia, am, coll. Arensberg), affrontò in pieno il problema
dell’espressione del movimento: la seconda versione del Nudo (1912: ivi), piú
astratta della precedente, provocò d’altro canto grande scandalo nella famosa
Armory Show americana del 1913. Egli non cercava, è vero, di rappresentare il
movimento di un corpo, ma, diceva, le varie posizioni statiche di un corpo in
movimento. Cosí non materializzava il movimento, ma lo suggeriva mediante la
rappresentazione astratta delle sue conseguenze, in ciò superando il futurismo,
che di fatto restava assai piú naturalistico.
Cubismo e astrattismo
Il problema dei rapporti tra il c e la non figurazione (o l’astrattismo, per
impiegare il termine piú comunemente usato), visto in distanza appare
relativamente semplice. Semplice non era in quell’epoca, e i due modi di
espressione si confondevano o si contrapponevano senza che nessuno pensasse a
tracciare tra i due un limite netto. In quanto isolava certi elementi da un
insieme, il c era astratto, ma non per questo era non-figurativo nel senso reale
del termine. Risolutamente realistico, ma contrapponendosi alla figurazione
tradizionale, proponeva una rappresentazione nuova della natura che, senza
obbedire alla visione ottica convenzionale, non per questo rinunciava a render
conto oggettivamente del mondo esterno. Tuttavia alcuni artisti, allora
collocati sotto l’egida del c o che in seguito riconobbero di dovergli qualche
cosa, non esitarono invece a respingere qualsiasi allusione alla realtà esterna.
Partito dal c, di cui a lungo subí l’influsso a partire dal 1911, Mondrian
doveva infine abbandonarlo nel dopoguerra sviluppando «l’astrattismo verso il
suo scopo finale, l’espressione della realtà pura» (Plastic Art and Pure Plastic
Art, 1947: Wintenborn, New York); ma prima di lui due altri artisti vicini al c
si erano già volti alla non-figurazione: Franti∫ek Kupka, che dal 1912 si dedicò
soprattutto a rendere lo spazio mediante piani e armonie di colore (Piani
verticali, Amorpha, 1912: Parigi, mnam) o di linee e arabeschi; e Francis
Picabia, il quale, persuaso che le apparenze del mondo visibile abbiano valore
puramente relativo, preferí ricrearle a propria fantasia. Dopo essersi
concentrato sullo studio, già assai astratto, del volume (Processione a Siviglia,
1912: New York, coll. priv.; Danze alla sorgente, 1912: Filadelfia, am, coll.
Arensberg), Picabia si volse dal 1913, con opere come Udnie (Parigi, mnam),
Edtaonisl (Chicago, Art Inst.) o Catch as catch can (Filadelfia, am, coll.
Arensberg), verso un’arte d’invenzione pura, che obbedisca unicamente alle leggi
dell’immaginazione.
Ma di tutti i cubisti che figurano tra i pionieri dell’astrattismo, quello che
arrecò la soluzione piú notevole e piú feconda fu certamente Robert Delaunay.
Sin dalla seconda metà del 1912, con la serie delle Finestre (Parigi, mnam; New
York, Guggenheim. Museum), ebbe l’idea di una pittura fatta unicamente di
contrasti di colore, e nella quale il colore fosse insieme «forma e soggetto»:
nella quale cioè il soggetto non avesse piú alcuna importanza (Squadra del
Cardiff, 1912-13: Eindhoven, Van Abbe Museum; Parigi, mamv; Omaggio a Blériot,
1914: Parigi, mnam; Grenoble, Museo), o scomparisse del tutto, come nel Disco
(1912: Madison Conn., coll. Tremaine), o nelle Forme circolari (1912-1913: New
York, moma; Amsterdam, sm). L’essenziale per lui non era liberare il quadro da
qualsiasi riferimento visivo alla natura, bensí adottare una tecnica «antidescrittiva».
La potenza dinamica del colore gli consentiva d’altronde di dare al problema del
movimento una soluzione originale, creando, attraverso un sagace contrasto
cromatico, vibrazioni piú o meno rapide, che poteva controllare a proprio
piacimento.
L’esaurimento del cubismo
La prima guerra mondiale doveva porre brutalmente termine alle attività della
maggior parte dei cubisti. Braque, Léger, Metzinger, Gleizes, Villon e Lhote
vengono richiamati. La Fresnaye, riformato, e Marcoussis, di nazionalità polacca,
si arruolano. Molti di loro, certo, verranno piú o meno presto riformati e si
rimetteranno al lavoro prima della fine della guerra; nuovi adepti, come Hayden,
Valmier o Maria Blanchard, adotteranno piú o meno completamente il linguaggio
cubista; ma le cose non torneranno come prima. Picasso, Gris e Delaunay
proseguono, è vero, sulle strade precedentemente tracciate, ma sin dal 1917
Picasso stesso dà l’esempio di infedeltà al c (sipario di Parade: Parigi, mnam),
seguito qualche anno dopo da Metzinger, Herbin e La Fresnaye, che dal canto loro
tornano di colpo a formule risolutamente figurative; mentre Gino Severini, il
piú cubista dei futuristi, si autorinnega pubblicamente nel volume Du Cubisme au
Classicisme (1921), violenta critica dei procedimenti moderni. Altri, infine,
s’impegnano in direzioni diverse: Duchamp e Picabia evolvono verso il dadaismo,
Mondrian verso l’astrattismo totale, Uger, Marcoussis, Gleizes, Le Fauconnier e
Villon verso modi espressivi assai piú nettamente personalizzati. Il solo Gris,
pur evolvendo, resterà assolutamente fedele al c, che in qualche modo condurrà
al suo punto di esaurimento. Cosí non sembra esagerato asserire che, se ancora
nel dopoguerra si creano opere cubiste, il c è ormai praticamente concluso in
quanto movimento storico.