De Amicis: La
scuola italiana a fine Ottocento
Una delle rappresentazioni più vive della scuola italiana postunitaria si
trova senz'altro in Cuore, il celebre romanzo di
Edmondo De Amicis.
Pubblicato nel 1886, si inseriva nel quadro di quella letteratura destinata
all'infanzia e alle classi popolari; in essa si mescolavano infatti modelli
educativi e valori risorgimentali tesi a consolidare l'idea dell'Italia unita,
laica e anticlericale, secondo le aspettative della sinistra storica. Qui di
seguito riportiamo due brani estratti dal libro, assai significativi come
ritratto ufficiale della scuola italiana nei decenni seguenti l'Unità.
La scuola
Si, caro Enrico, lo studio ti è duro, come ti dice tua madre; non ti vedo ancora
andare alla scuola con quell'animo risoluto e con quel viso ridente, ch'io
vorrei. Tu hai ancora il restìo. Ma senti: pensa un po' che misera, spregevole
sarebbe la tua giornata se tu non andassi a scuola! A mani giunte, a capo a una
settimana, domanderesti di ritornarci, roso dalla noia e dalla vergogna,
stomacato dei tuoi trastulli e della tua esistenza. Tutti, tutti studiano ora,
Enrico mio. Pensa agli operai che vanno a scuola la sera dopo aver faticato
tutta la giornata; alle donne, alle ragazze del popolo che vanno a scuola la
domenica, dopo aver lavorato tutta la settimana; ai soldati che metton mano ai
libri e ai quaderni quando tornano spossati dagli esercizi; pensa ai ragazzi
muti e ciechi, che pure studiano; e fino ai prigionieri, che anch'essi imparano
a leggere e a scrivere. Pensa, la mattina quando esci, che in quello stesso
momento, nella tua stessa città, altri trentamila ragazzi vanno come te a
chiudersi per tre ore in una stanza a studiare. Ma che! Pensa agli innumerevoli
ragazzi che presso a poco a quell'ora vanno a scuola in tutti i paesi; vedili
con l'immaginazione, che vanno, vanno, per i vicoli dei villaggi quieti, per le
strade delle città rumorose, lungo le rive dei mari e dei laghi, dove sotto un
sole ardente, dove tra le nebbie, in barca nei paesi intersecati da canali, a
cavallo per le grandi pianure, in slitta sopra le nevi, per valli e per colline,
a traverso a boschi e a torrenti, su per sentieri solitari delle montagne, soli,
a coppie, a gruppi, a lunghe file, tutti coi libri sotto il braccio, vestiti in
mille modi, parlanti mille lingue, dalle ultime scuole della Russia quasi
perdute fra i ghiacci alle ultime scuole dell'Arabia ombreggiate dalle palme,
milioni e milioni, tutti a imparare in cento forme diverse le medesime cose;
immagina questo vastissimo formicolio di ragazzi di cento popoli, questo
movimento immenso di cui fai parte, e pensa: – Se questo movimento cessasse,
l'umanità ricadrebbe nella barbarie; questo movimento è il progresso, la
speranza, la gloria del mondo. – Coraggio dunque, piccolo soldato dell'immenso
esercito. I tuoi libri son le tue armi, la tua classe è la tua squadra, il campo
di battaglia è la terra intera, e la vittoria è la civiltà umana. Non essere un
soldato codardo, Enrico mio.
La maestra di mio fratello
Il figliuolo del carbonaio fu scolaro della maestra Delcati che è venuta oggi a
trovare mio fratello malaticcio, e ci ha fatto ridere a raccontarci che la mamma
di quel ragazzo, due anni fa, le portò a casa una grande grembiulata di carbone,
per ringraziarla, che aveva dato la medaglia al figliuolo; e s'ostinava, povera
donna, non voleva riportarsi il carbone a casa, e piangeva quasi, quando dovette
tornarsene col grembiule pieno. Anche d'un'altra buona donna, ci ha detto, che
le portò un mazzetto di fiori molto pesante, e c'era dentro un gruzzoletto di
soldi. Ci siamo molto divertiti a sentirla, e così mio fratello trangugiò la
medicina, che prima non voleva. Quanta pazienza debbono avere con quei ragazzi
della prima inferiore, tutti sdentati come vecchietti, che non pronunziano
l'erre e l'esse, e uno tosse, l'altro fila sangue dal naso, chi perde gli
zoccoli sotto il banco, e chi bela perché s'è punto con la penna, e chi piange
perché ha comprato un quaderno numero due invece di numero uno. Cinquanta in una
classe, che non san nulla, con quei manini di burro, e dover insegnare a
scrivere a tutti! Essi portano in tasca dei pezzi di regolizia, dei bottoni, dei
turaccioli di boccetta, del mattone tritato, ogni specie di cose minuscole, e
bisogna che la maestra li frughi; ma nascondon gli oggetti fin nelle scarpe. E
non stanno attenti: un moscone che entra per la finestra, mette tutti
sottosopra, e l'estate portano in iscuola dell'erba e dei maggiolini, che volano
in giro o cascano nei calamai e poi rigano i quaderni d'inchiostro. La maestra
deve far la mamma con loro, aiutarli a vestirsi, fasciare le dita punte,
raccattare i berretti che cascano, badare che non si scambino i cappotti, se no
poi gnaulano e strillano. Povere maestre! E ancora vengono le mamme a lagnarsi:
come va, signorina, che il mio bambino ha perso la penna? Com'è che il mio non
impara niente? Perché non dà la menzione al mio, che sa tanto? Perché non fa
levare quel chiodo dal banco che ha stracciato i calzoni al mio Piero? Qualche
volta s'arrabbia coi ragazzi la maestra di mio fratello, e quando non ne può
più, si morde un dito, per non lasciar andare una pacca; perde la pazienza, ma
poi si pente, e carezza il bimbo che ha sgridato; scaccia un monello di scuola,
ma si ribeve le lacrime, e va in collera coi parenti che fan digiunare i bimbi
in castigo. È giovane e grande la maestra Delcati, e vestita bene, bruna e
irrequieta, che fa tutto a scatto di molla, e per un nulla si commuove, e allora
parla con grande tenerezza. – Ma almeno le si affezionano i bimbi – le ha detto
mia madre. – Molti sì, – ha risposto, – ma poi, finito l'anno, la maggior parte
non ci guardano più. Quando sono coi maestri, si vergognano quasi d'essere stati
da noi, da una maestra.
Edmondo De Amicis, Cuore.