I tatari
Il viaggio di Giovanni da Pian del Carpine nel cuore dell'Asia precede di
circa un trentennio quello di Marco Polo: inizia nell'aprile del 1245 e dura
circa due anni. Nel brano riportato, dalla Historia mongolorum (1247), il
viaggiatore francescano descrive i costumi – prima quelli 'buoni', poi i
'cattivi' – del popolo dei tatari. Le tappe principali furono Kiev e la
steppa dei kirghisi, e Karakoram, allora capitale dei mongoli.
I detti uomini, ossia i Tartari, sono assai più obbedienti verso i loro
superiori, di quanto non lo siano gli altri uomini, che abitano il mondo,
tanto religiosi, quanto secolari, e li venerano grandemente, né osano
mentire dinanzi a loro. Contendono di rado a parole e mai con fatti. Guerre,
risse, ferimenti, omicidi, non avvengono mai tra di loro. Predoni e ladri di
grandi cose non si trovano tra di loro, perciò non usano chiudere con
serrature o legature le loro abitazioni e i carri entro i quali racchiudono
il proprio tesoro. Se qualche animale si disperde chiunque lo incontri, o lo
lascia dove trovasi o lo consegna a coloro che sono incaricati di
raccoglierli. E i proprietari li richiedono a questi, ottenendoli di ritorno
senza nessuna difficoltà.
Si rispettano molto l'un l'altro e si trattano con grande famigliarità e per
quanto i viveri siano assai scarsi, pure se li passano volentieri.
Sopportano assai facilmente la fame e quando debbono digiunare del tutto per
un giorno intero o anche due, non s'impazientiscono, ma cantano e giuocano,
come se avessero ben mangiato. Nel cavalcare sopportano tanto il gran
freddo, quanto il gran caldo. Non sono delicati, né sono invidiosi del
prossimo. Fra di loro non avvengono questioni, né si disprezzano l'un
l'altro, ma si aiutano e proteggono per quanto possibile. Le loro mogli sono
caste, né si sente mai dir nulla della loro impudicizia. Tuttavia usano
assai di sovente parole turpi ed impudiche. Le ribellioni sono assai rare e
difficilmente si producono; e benché assai di sovente si ubbriachino, pure
non si dà mai il caso che nell'ebbrezza contendano a fatti od a parole.
Fatta la descrizione dei loro buoni costumi, parleremo dei cattivi. Essi
sono quanto mai altezzosi e sprezzanti verso gli altri uomini e li
considerano pochissimo, siano nobili, siano ignobili. [...] Sono assai irosi
verso gli altri uomini e sdegnosi ed anche mentitori con gli stranieri. E
difficilmente si può sapere il vero da loro. In sul principio sono
remissivi, ma, alla fine, pungono come gli scorpioni. Sono subdoli e
fraudolenti e, quando lo possono, circondano tutti con grande astuzia. [...]
Sono molto insistenti nel chiedere e sono tenacissimi nel conservare il
proprio e molto parchi nel donare. L'uccisione di uomini stranieri
considerano cosa di poco conto; e, per dirla in breve, non mi è possibile
redigere per iscritto, tanto sarebbe lunga cosa, tutti i loro cattivi
costumi.
Tutte le cose mangiabili servono ad essi di cibo, poiché mangiano cani,
lupi, volpi e cavalli e se ve ne è bisogno anche carni umane. [...] E li
vedemmo anche mangiare i topi. Non hanno né tovaglie né tovaglioli. Non
hanno pane, né olio, né legumi, né alcuna altra cosa se non carne di cui
mangiano in sì piccola quantità che a stento basterebbe per vivere ad altri
popoli. Con il grasso, quando mangiano, si sporcano assai le mani e se le
puliscono ai propri gambali o alle erbe o ad altra cosa simile. [...] Non
lavano i loro vestiti, né permettono che essi vengano lavati. Soprattutto
dall'epoca in cui cominciano i tuoni e sino alla fine di tal periodo, bevono
latte di giumenta, di pecora, di vaccina, di cammella.
Non hanno vino, cervogia e bevande fermentate se non [quando] siano inviate
o donate ad essi dalle altre nazioni. Durante l'inverno soltanto i ricchi
bevono latte di giumenta. Cuociono con il latte anche il miglio e lo fanno
così tenue, che non importa masticarlo, ma si può berlo. Ognuno ne beve una
o due ciotole al mattino e per tutto il giorno non mangiano più. A sera
viene dato a ciascuno un po' di carne e bevono anche del brodo. Durante
l'estate, poiché hanno abbondanza di latte di giumenta, mangiano di rado la
carne o quando venga loro donata o quando se la procurino con la caccia,
catturando qualche bestia od uccello. [...]
Non vi è differenza alcuna tra il figlio della concubina e della moglie
legittima. Ma il padre dà a ciascuno ciò che vuole, e, se egli è duca, sarà
duca tanto il figlio della concubina, quanto quello della moglie legittima.
E poiché ogni Tartaro ha molte mogli, ognuna di esse ha la sua tenda e la
sua famiglia. E con una [il marito] mangia, beve e dorme un giorno, e gli
altri con le altre. Ma tuttavia una è superiore alle altre, e più spesso con
essa anziché con le altre, esso convive. E benché siano molte, assai
difficilmente questionano tra di loro.
Gli uomini non compiono alcun lavoro all'infuori delle frecce ed in parte si
prendono cura delle greggi. Ma tutti cacciano e si esercitano a lanciare
saette, poiché dal povero al ricco sono tutti ottimi arcieri. E pure i loro
figliuoli, quando abbiano due o tre anni di età, cominciano a cavalcare e
guidare cavalli e corrono con essi. Danno loro archi, a seconda della età, e
li istruiscono a saettare, poiché sono agilissimi ed inoltre audaci.
Le vergini e le donne cavalcano con grande agilità ed a pari degli uomini,
come noi stessi vedemmo, portano arco e faretra. E tanto gli uomini, quanto
le donne, possono resistere a lungo nel cavalcare. Usano brevissimi
staffili. Custodiscono assai bene i cavalli. In genere sono grandi
conservatori di tutte le cose. Le loro donne confezionano tutti gli oggetti,
pellicce, abiti, scarpe, gambali ed ogni altro oggetto di cuoio. Guidano
anche carri. Pongono il carico sopra i cammelli e sono velocissime e valenti
nelle loro azioni. Tutte usano portare cosciali ed alcune saettano come
uomini.
Giovanni da Pian del Carpine,
Historia mongolorum.
|