LETTERATURA-STORIA-FILOSOFIA

Guerre puniche

Dalla metà del sec. III alla metà del II, Roma, che aveva già unificato la penisola italiana, divenne la prima potenza del mondo antico: in un secolo furono distrutti l'impero cartaginese e distrutti, o gravemente minati nella loro potenza, i regni ellenistici. In Italia la presenza dei Cartaginesi si faceva avvertire soprattutto lungo la costa tirrenica, dove il contatto con gli Etruschi aveva portato anche ad alleanze militari contro le quali si erano dovute scontrare duramente le città greche. L'urto con Roma, con la quale Cartagine aveva avuto fino alla metà del sec. III rapporti di amicizia, divenne inevitabile dopo che le guerre di Pirro avevano portato Roma a unificare le penisola e a raggiungere così la punta estrema della Calabria, venendo perciò a contatto con la Sicilia, della quale Cartagine divideva il dominio con Siracusa e nella quale aveva fortissimi interessi.

Lo scoppio della prima guerra punica (264 a.C.), col passaggio dell'esercito romano in Sicilia, non a torto è stato considerato il momento decisivo della storia di Roma: quello in cui i limiti ancora esistenti alla potenza romana, la sua caratteristica esclusivamente terrestre e i suoi interessi esclusivamente italici, caddero, e le necessità militari e politiche della guerra contro Cartagine, potenza dagli interessi e dall'influenza tanto vasta, dettero allo stato romano quello straordinario impulso espansivo che ne caratterizzò poi la vita fino all'Impero. D'altra parte, l'entrare a contatto con l'impero cartaginese e con le sue alleanze favorì una migliore conoscenza del mondo ellenistico-orientale, non più soltanto sul piano culturale e della civilizzazione, ma anche sul terreno politico. Le vicende della prima guerra punica (264-241), vinta da Roma, soprattutto per merito della flotta, prima inesistente e creata per l'impossibilità di battere i Cartaginesi nelle loro munitissime piazzeforti siciliane senza bloccare i mari, dimostrarono che Roma ormai non aveva nel Mediterraneo occidentale rivali con i quali non potesse competere. Con la riduzione a provincia della Sicilia (seguita poi da Sardegna e Corsica), Roma stabilì il suo dominio oltremare e aggiunse al suo già complesso sistema di egemonia una nuova creazione, la provincia. Ma Cartagine, le cui risorse economiche e politiche non si erano esaurite con la guerra, cercò di riconquistare in Spagna il primato perduto nel Mediterraneo centrale. E proprio dalla Spagna mosse l'esercito cartaginese di Annibale quando, dopo la rinascita della potenza cartaginese, Roma, decisa a tenere fermo il confine dell'Ebro e a non permettere in nessun modo che la città rivale acquistasse ulteriore influenza, accettò il nuovo conflitto. Se la prima guerra punica aveva dimostrato che Roma aveva ormai il dominio del mare, la seconda (218-201 a.C.) dimostrò che Cartagine era bensì in grado di battere Roma nella guerra terrestre, e quasi di prostrarla, ma che l'organismo politico della federazione romano-italica era assai più forte dell'oligarchia cartaginese e in grado di affrontare una lunga guerra di logoramento, ciò che Cartagine, per ristrettezza di vedute politiche e per mancanza di tradizione militare cittadina (il suo esercito era pressoché interamente mercenario), non poteva fare. La lunga serie di sconfitte che Annibale inflisse a Roma portando la guerra nella penisola italiana fin sotto le mura della città, che culminò a Canne (216) con la distruzione dell'esercito di due consoli, non riuscì a realizzare il fine che il generale, uomo di grande intelligenza politica, si era proposto, e cioè di sollevare gli alleati e i sudditi italiani di Roma contro Roma, disfacendone la secolare opera di unificazione, nella quale egli vedeva consistere la potenza romana. Alla fine della guerra, che si concluse non in Italia (donde Annibale, ormai isolato e logorato, dovette partire per accorrere a difendere Cartagine dall'esercito di Scipione) ma in Africa, non soltanto Roma aveva abbattuto definitivamente la forza politica di Cartagine, ma aveva rinsaldato la sua dominazione, tanto che subito fu in grado, nonostante le condizioni di fortissimo logoramento in cui si trovava, di affrontare i nuovi problemi che la Grecia e l'Oriente le ponevano. Nel corso della guerra, l'aristocrazia romana aveva espresso una grande classe dirigente militare, e in Publio Cornelio Scipione Africano una forte personalità di generale e politico, all'altezza dei grandi compiti che Roma doveva affrontare e che egli portò a termine: la vittoria su Annibale e, vari anni dopo, la vittoria sul regno di Siria.

Durante la seconda guerra punica, Cartagine si era procurata l'alleanza di Filippo V di Macedonia; le guerre macedoniche e la guerra di Siria furono conseguenza di quel primo contatto. In queste guerre, che occuparono il quarantennio successivo alla fine della seconda guerra punica, Roma dovette affrontare problemi politici interamente nuovi. L'urto con Cartagine aveva dato a Roma il dominio del Mediterraneo occidentale; il mondo greco-orientale rimaneva ancora fuori dalla sua sfera di interessi e le era ancora poco noto. L'intrico delle lotte tra le città greche, il conflitto di interessi tra Macedonia e Siria, l'indebolirsi della potenza dell'Egitto tolemaico, dettero modo a Roma, entrata nel primo conflitto con la Macedonia per limitarne la potenza crescente che faceva temere per i recenti acquisti illirici (Roma aveva messo piede sull'altra sponda dell'Adriatico nel corso del sec. III), di sviluppare una complessa e non sempre chiara politica di egemonia, valendosi delle vittorie militari per affermarsi come arbitra e pacificatrice della Grecia e dell'Egeo. Qui però il sistema di dominare mercé i trattati di alleanza, e con armi soprattutto diplomatiche e politiche, sembrò fallire. La Grecia aveva troppo forte la tradizione delle libertà cittadine, e troppo alto il senso della propria superiorità culturale, per sottostare al dominio romano. Si può affermare che alla conquista dell'Oriente Roma fu tratta da una serie di eventi politici nei quali l'iniziativa fu quasi sempre dalla parte greca o macedone o siriaca; la mancanza di un piano preordinato a lunga scadenza, caratteristica dell'espansione romana in tutta l'età repubblicana, fino a Pompeo e Cesare, si dimostrò chiaramente nel corso delle guerre macedoniche, che ebbero sostanzialmente il carattere di risposta a offese o pericolose iniziative degli avversari, non senza che i Romani cominciassero a trarne qualche vantaggio economico. Il compito che gran parte della classe dirigente romana, o per filellenismo o, al contrario, per diffidenza e avversione alle cose greche, si era proposto, e cioè di dominare la Grecia e il Vicino Oriente senza mescolarvisi direttamente, fallì. Alla fine delle guerre macedoniche (168 a.C.) il dominio romano era direttamente stabilito in Grecia e nell'Egeo e il sistema degli stati asiatici largamente influenzato dagli interessi romani; dopo l'ultima ribellione della Grecia, domata con grande durezza (146), tutte le leghe di città greche furono disciolte; le comunità che non avevano partecipato alla guerra, mantenute nella condizione di alleate, le altre ridotte a tributarie e sottoposte ai governatori della costituita provincia di Macedonia. Nello stesso anno, dopo un durissimo assedio, la terza guerra punica, voluta soprattutto dai ceti commerciali romani gelosi della rivale che era tornata a fiorire, finì con la distruzione di Cartagine, che scomparve come centro abitato, fino a che Giulio Cesare, dopo cento anni, non vi dedusse una colonia.

Venti anni dopo la terza guerra punica, con l'assoggettamento del regno di Pergamo e la creazione della provincia di Asia (126), il dominio romano comprendeva, oltre l'Italia, la Gallia cisalpina (ampiamente latinizzata e colonizzata nel corso del sec. II), l'Istria e la Dalmazia (assoggettate tra il 180 e il 160), sette province: Sicilia, Sardegna-Corsica, Spagna Citeriore e Spagna Ulteriore (risalenti alla seconda guerra punica), Macedonia, Africa e Asia. La vastità e durezza di queste e la complessità dei problemi di natura politica, economica, militare, che Roma per un secolo aveva dovuto affrontare, avevano prodotto una decadenza sempre più notevole dell'elemento contadino-popolare come forza di governo, espresso nei comizi, a favore del senato divenuto, per la sua omogeneità e capacità di iniziativa unitaria, il centro indispensabile e onnipotente della repubblica. La seconda guerra punica, in particolare, che portò nelle colonie romane e latine e tra le città alleate la devastazione e lo spopolamento, e che richiese al contadiname romano, nerbo dell'esercito, uno sforzo quasi insostenibile, arrecò un indebolimento grave all'elemento popolare di Roma, contribuendo, con questo fatto negativo, al prevalere del governo senatorio, già giustificato da ragioni politiche. Non mancarono nel senato elementi che favorivano una politica democratica, ma il processo generale rimase quello di un sempre maggiore irrigidimento dell'oligarchia nobiliare, che dall'impoverimento delle masse contadine traeva motivo per sempre maggiore arricchimento, con l'acquisto a basso prezzo di terre o con la confisca di beni dei contadini indebitati. Si avviava così la formazione del latifondo, e la situazione sociale tendeva ad aggravarsi per l'aumentare, in seguito alle grandi vittorie, degli schiavi nel lavoro della terra, a danno dei salariati e dei clienti. Il possesso dell'ager publicus, teoricamente aperto a tutti, si limitava sempre di più ai grandi proprietari che avevano la possibilità di sfruttarlo. Nasceva così, e si avviava a divenire questione centrale della storia romana dell'ultima repubblica, la questione agraria. A questa si collegava l'altra questione, anch'essa frutto delle grandi guerre: quella degli alleati italici, che avevano, quanto i Romani, pagato col sangue e le ricchezze proprie le vittorie dalle quali era nato il dominio universale romano, ma che non ne potevano essere compensati, perché esclusi dalla cittadinanza romana, titolo indispensabile per partecipare alla distribuzione delle terre e del bottino e alla lucrosa amministrazione delle nuove province. La questione agraria e la questione della cittadinanza romana furono ignorate a lungo dall'aristocrazia romana, tutta intenta a sistemare il governo mondiale e a dirimere nel suo interno le dure lotte per il potere.

Queste, dalla fine della seconda guerra punica, col predominio degli Scipioni, si andavano svolgendo con alterne fasi, fino a che, per opera soprattutto della minore aristocrazia fondiaria tradizionalista, rappresentata da Marco Porcio Catone, il dominio degli Scipioni non fu annullato. Accanto all'aristocrazia fondiaria, intanto, si veniva formando, frutto anch'essa delle conquiste, la nuova classe del capitale mobiliare, censita come classe dei "cavalieri": appaltatori, esattori, commercianti (il commercio era vietato ai senatori) e industriali. Questa classe divenne poi, per secoli, la classe dominante e caratteristica della società romana; intanto nella seconda metà del sec. II, il suo contrasto con l'aristocrazia tradizionale si andava facendo sempre più forte, tanto che vi fu chi, come Gaio Gracco, poté sfruttarlo ai fini di una rivoluzione in senso democratico.


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