Henry David
Thoreau: Formiche
Walden,
ovvero la vita nei boschi (1854), di
Henry Thoreau è
il diario dei due anni vissuti in perfetta solitudine tra le piante, gli
animali, la terra, il cielo e pochi libri. Immerso nella natura in una simbiosi
totale, ne ascolta i suoni, ne contempla i cambiamenti con il passare delle
stagioni, studia il comportamento degli animali con l’acuto spirito
d’osservazione del naturalista e allo stesso tempo con la commossa
partecipazione lirica del poeta. Straordinario è il racconto della lotta tra le
due razze di formiche che Thoreau paragona a una guerra all’ultimo sangue tra
“rossi repubblicani” e “neri imperialisti”: alla fine egli si sente “eccitato e
tormentato come se avessi assistito alla lotta, alla ferocia e alla carneficina
di una battaglia tra uomini”.
[…] Un giorno che ero uscito per andare alla mia catasta di legna, o piuttosto
alla mia catasta di ceppi, osservai due grandi formiche, una rossa e una nera
(questa molto più grande della prima e più lunga di quasi mezzo pollice) che
combattevano ferocemente fra loro. Una volta che riuscirono a afferrarsi, non si
lasciarono più andare, ma lottarono e combatterono e si rotolarono senza posa
sulle scaglie di legno. Guardando più in là, fui sorpreso di scorgere che le
scaglie erano coperte di altri simili combattenti, e che quello non era un
duellum, ma un bellum, una guerra tra due razze di formiche, le rosse sempre
schierate contro le nere, e, spesso, due rosse contro una nera. Le legioni di
questi Mirmidoni coprivano tutte le colline e le valli della mia legnaia, e il
terreno era già cosparso di morti e morenti, rossi e neri. Fu la sola battaglia
alla quale io abbia assistito, il solo campo di battaglia sul quale io abbia mai
camminato, mentre la lotta ancora continuava; era una guerra mortale; da una
parte v’erano i rossi repubblicani, dall’altra i neri imperialisti. Le due
fazioni erano impegnate in un duello mortale, ma non si poteva udire rumore
alcuno, e però credo che mai soldati umani combatterono con pari risolutezza.
Osservai una coppia strettamente allacciata in un mutuo abbraccio, in una
piccola valle solatia in mezzo alle scaglie di legno, ora, a mezzogiorno, pronta
a combattere finché il sole o la vita scomparissero. Il più piccolo campione
rosso si era stretto come una tenaglia alla parte frontale del suo avversario, e
malgrado tutti i capitomboli, su quel campo, non smise neppure per un istante di
rosicchiare, alla radice, una delle antenne del suo nemico, che già aveva
completamente privato di un’altra; intanto, la formica nera, che era la più
forte, sbatteva quella rossa da una parte e dall’altra; come vidi avvicinandomi,
l’aveva, a sua volta, già privata di diverse membra. Combattevano con maggiore
tenacia di bulldogs, e né l’una, né l’altra appariva disposta a ritirarsi. Era
chiaro che il loro grido di battaglia era “Vincere o morire”. Nel frattempo
giunse al declivio di questa valle una formica rossa, isolata, chiaramente piena
di eccitazione, o perché aveva ucciso il proprio nemico, oppure perché non aveva
ancora preso parte alla battaglia; probabilmente l’ultima supposizione era la
più vera, ché aveva ancora tutte le membra intatte; sua madre doveva averle
comandato di ritornare o con il suo scudo o sopra di esso. O forse era un
qualche Achille, il quale, appartato, aveva nutrito la propria ira, che ora
veniva a vendicare o salvare il suo Patroclo. Vide da lontano questa lotta
impari – perché le formiche nere erano grandi quasi il doppio delle rosse – e si
avvicinò con rapida andatura. Si mise in guardia, a mezzo pollice dai
combattenti; poi, osservando il momento opportuno, balzò sul guerriero nero, e
cominciò le sue operazioni vicino alla radice della zampa destra anteriore,
offrendo le sue proprie membra all’attacco dell’avversario. Così ora v’erano tre
formiche, unite per la vita, quasi fosse stata scoperta una nuova specie di
attrazione che rendesse inutile ogni altro tipo di legame e di cemento. Adesso
non mi sarei meravigliato neppure se avessi scoperto che ambedue gli eserciti
avevano le loro rispettive bande musicali, situate su qualche scheggia più alta,
le quali, per tutto il tempo, suonassero là i loro inni nazionali onde eccitare
i lenti e rallegrare i combattenti che stavano morendo. In qualche modo ero
eccitato io stesso, come se quelle formiche fossero state degli uomini. […]
E sono certo che quelle formiche combattevano per un’idea, come i nostri
antenati, e non per protestare contro una tassa di tre penny sul loro tè. Non
dubito che i risultati di questa battaglia saranno altrettanto importanti e
memorabili, per quelli che ne sono interessati, almeno quanto la battaglia di
Bunker Hill.
Raccolsi una scheggia sulla quale le tre formiche, che ho così minuziosamente
descritto, stavano combattendo, e me la portai a casa; qui la misi sotto una
campana di vetro, sul davanzale, per vedere come sarebbe finita. Osservando con
un microscopio, vidi che la prima formica rossa, sebbene stesse rosicchiando
assiduamente la vicina zampa anteriore del suo nemico – dopo avergli strappato
ciò che rimaneva dell’antenna – aveva il petto completamente sfondato, e che
così le parti vitali di esso erano esposte ai colpi di zampa della formica nera,
la cui corazza appariva troppo spessa perché l’avversario rosso riuscisse a
perforarla; e i neri carbonchi degli occhi del ferito scintillavano con quella
ferocia che solo la guerra poteva eccitare. Combatterono sotto la campana per
un’altra mezz’ora, e quando guardai ancora, il soldato nero aveva strappato dai
loro corpi le teste dei suoi nemici le quali, ancora vive, gli pendevano da ambo
i lati, come spaventosi trofei dal pomo della sella, chiaramente ancora più
stretti che mai. Con deboli scossoni – poiché era completamente senza antenna e
le era rimasto solo il troncone di una gamba, e inoltre aveva non so quante
altre ferite – la formica nera tentava di liberarsene: alla fine, dopo più di
mezz’ora di sforzi, vi riuscì. Alzai il vetro e la formica uscì sul davanzale,
tutta storpia. Non so se alla fine sia sopravvissuta al combattimento o abbia
passato il resto dei suoi giorni in qualche Hôtel des Invalides; comunque, mi
dissi che le sue capacità lavorative non sarebbero state molto efficienti, in
futuro. Non seppi mai quale fazione vincesse, né la causa che provocò la guerra;
pure, per il resto di quel giorno, mi sentii eccitato e tormentato come avessi
assistito alla lotta, alla ferocia e alla carneficina di una battaglia tra
uomini. […]
Henry D. Thoreau, Walden o La vita nei boschi, traduzione di P. Sanavio,
Rizzoli, Milano 1964.