I navajo e gli apache - Geronimo

I navajo e gli apache sono i più conosciuti fra i nativi americani del Sud-Ovest, soprattutto per la resistenza accanita che opposero all'esercito statunitense nell'Ottocento. I due popoli sono ora in gran parte concentrati in Arizona, anche se occupano pure parti del New Mexico, e la nazione dei Navajo si estende anche allo Utah del sud. Entrambi i popoli sono relativamente nuovi nella regione, perché sono arrivati negli attuali territori più o meno nello stesso periodo dei primi spagnoli, e il loro impatto fu distruttivo quanto quello dei colonizzatori europei.

I navajo e gli apache sono popoli distinti, ma le loro lingue hanno molto in comune, e le loro strade si sono divise solo negli ultimi 500 anni. Discendono entrambi dalle popolazioni athabascan, i cui antenati asiatici passarono in Alaska circa 7500 anni fa, molto dopo le prime migrazioni nel Nuovo Mondo.
Altri athabascan rimasero nel nord, e divennero i popoli dene dell'Alaska e del Canada nord-occidentale, e i na, che abitavano in quello che oggi è il Nord-Ovest degli Stati 'Uniti, di cui facevano parte gli haid e i tlingit. A un certo punto, tuttavia, gli antichi navajo e apache migrarono verso sud, seguendo i bisonti lungo i pendii orientali delle Montagne Rocciose e trasportando i loro averi con slitte tirate da cani.

Le stime intorno al periodo in cui raggiunsero la loro prima base nel Sud- Ovest, che probabilmente fu al limitare delle Grandi Pianure a est del Rio Grande, vanno dal 575 al 1525; la datazione più probabile è dal 1250 al 1300. Come tutti i nomadi del mondo, scambiavano i frutti della caccia e della racccolta, e nel loro caso soprattutto le pelli di bisonte, con i prodotti agricoli di popolazioni più sedentarie, come i pueblo del Rio Grande. I cronisti che accompagnarono la prima avventura spagnola nel Sud-Ovest, cioè la spedizione di Coronado del 1540, non fecero distinzioni fra i navajo e gli apache, e chiamarono entrambi querecho. Alla fine di quel secolo tuttavia, quando gli spagnoli tornarono, i navajo, che chiamavano se stessi diné, si erano separati dagli apache, o ndee.

I navajo

Si pensava che fosse stato l'arrivo dei bellicosi navajo nella regione di Four Corners a costringere i suoi abitanti precedenti, gli antichi pueblo, ad andarsene alla fine del XIII secolo. In realtà quando i navajo si spostarono a ovest, il San Juan Basin era già disabitato, e gli antichi pueblo se ne erano andati da tempo. Si è perfino ipotizzato che furono gli antichi pueblo a scacciare i navajo quando le comunità di Chaco Canyon e di Mesa Verde si frammentarono e i loro abitanti si diressero a est per fondare i pueblo lungo il Rio Grande.

Nel tardo XVI secolo una regione di Largo Canyon a est dell'odierna Farmington, che ancora oggi è il cuore del territorio navajo, divenne conosciuta come Dinétah, che significa "fra la gente". I diné definirono il loro territorio compreso fra quattro montagne sacre: Blanca Peak o Sis Naajini, a est, in Colorado; Hesperus Peak (Dibé Nitsaa), anch'essa in Colorado ma nel nord, vicino all'odierna Durango; Mount Taylor (Tsoodzil) a sud, in New Mexico; e i San Francisco Peaks (Dook'o'ooslítd), vicino a all'attuale Flagstaff, in Arizona. Cominciarono a crearsi le leggende sul primo uomo e la prima donna che vivevano presso Huerfano Mountain; i due trovarono una bambina sul Gobernador Knob, e la chiamarono Donna Cangiante; lei a sua volta mise al mondo i gemelli navajo, Distruttore di mostri e Nato dall'Acqua.

I padroni del mondo

Intorno al 1580, i navajo avevano cominciato a saccheggiare i pueblo di Acoma, di Zuni e degli hopi. La loro espansione ricevette una forte spinta quando con la presenza stabile degli spagnoli entrarono in possesso di cavalli. Dal 1606 in poi i navajo si gettarono in una serie di razzie degli insediamenti ispanici e dei pueblo che si trovavano lungo il Rio Grande, impadronendosi di animali, raccolti e manufatti di metallo. Nella lingua tewa, che è parlata in molti pueblo, apache significa "stranieri" o "nemici", e nabajú vuol dire "grandi campi coltivati". Nel 1626 gli spagnoli menzionarono per la prima volta gli "apaches de nabigir, e il nome fu subito troncato in "navajo".

I navajo e i pueblo non furono però sempre in guerra fra loro, e alcuni navajo parteciparono alla rivolta dei pueblo del 1680, che riuscì a espellere per breve tempo gli spagnoli dal Sud-Ovest. Quando, circa dodici anni dopo, gli spagnoli riconquistarono la regione, molti pueblo sfuggirono alla loro vendetta ritirandosi e unendosi ai navajo. La cultura dei navajo moderni, che gli antropologi considerano un ibrido costituito da elementi athabascan e pueblo, si formò nelle fortificazioni remote conosciute come "pueblito di Dinétah", nei canyon Largo e Gobernador.

L'alleanza fra pueblo e navajo naufragò subito, ma già nel Settecento i navajo assorbirono le conoscenze dei pueblo, come l'arte di lavorare l'argilla e di tessere, e ne furono influenzati nelle strutture sociali e religiose. L'acquisizione dei cavalli aumentò notevolmente la loro mobilità, mentre grandi greggi di pecore consentirono loro di vivere bene in quelle che erano state considerate terre marginali. Essi si espansero verso ovest per coprire un'area molto più vasta, occupando gran parte dell'Arizona nord-orientale e circondando gli hopi.

Per gli spagnoli, i navajo erano a quei tempi los dueflos del mundo, "i padroni del mondo", temuti cavallerizzi che possedevano una solida base economica nelle loro terre, e che ciò nonostante continuavano a saccheggiare i pueblo a volontà. Per gran parte del Settecento, tuttavia, i navajo e i coloni ispanici del New Mexico furono nominalmente in pace fra loro, in quanto alleati per resistere alle incursioni degli ute e dei comanche del Nord. Poi i navajo cominciarono ad accorgersi che gli spagnoli stavano tacitamente incoraggiando i razziatori ute e comanche e che compravano da loro i prigionieri navajo come schiavi. Dal 1786, quando gli spagnoli firmarono un trattato ufficiale con i comanche, lo stato di guerra con i navajo fu costante.

Con il pretesto di convertirli al cristianesimo, donne e bambini navajo furono imbarcati come schiavi per il Messico; i navajo si rifecero portando via gente dai villaggi dei pueblo e alcuni insediamenti di missionari dovettero essere abbandonati a causa dei loro attacchi. Nell'insieme i territori principali dei navajo rimasero inespugnabili, anche se nel 1805 il tenente Narbona penetrò con una squadra nel Canyon de Chelly e ne massacrò più di cento.

La guerra contro gli Stati Uniti

L'indipendenza del Messico, raggiunta nel 1821, non attenuò il conflitto; i navajo e i coloni ispanici erano ancora ai ferri corti quando l'esercito spagnolo marciò e prese il controllo del Sud-Ovest, nel 1846. I navajo rimasero stupiti quando gli invasori americani pretesero che firmassero una pace con i loro vecchi nemici, dato che ormai gli abitanti del New Mexico erano considerati tutti americani.

Un elemento importante nel fallimento americano nel ratificare e nel rispettare i trattati con i navajo era il fatto che questi non costituivano un gruppo omogeneo. Inoltre, non avevano "capi" nel senso americano, e ancor meno un capo supremo. Nessun navajo poteva parlare in nome di un gruppo più esteso della sua famiglia, né si sentiva legato da un patto sottoscritto da qualcun altro se non era stato interpellato. Anche così, i navajo rimasero in rapporti tutto sommato pacifici con gli americani fino al giorno in cui, nel 1849, sotto una bandiera bianca, alcuni soldati americani uccisero e tolsero lo scalpo a un anziano navajo molto rispettato, che aveva assunto un nome che potrebbe confondere, Narbona. Per i quindici anni seguenti Manuelito, genero di Narbona, condusse una guerra ininterrotta contro la cavalleria statunitense, che aveva la sua base a Fort Defiance, vicino a Window Rock. Nel frattempo i razziatori di schiavi del New Mexico continuavano a rapire bambini navajo.

Nel 1863 il generale James Carleton decise che i navajo dovevano essere spostati del tutto dalle loro terre, in modo che potessero "diventare un popolo di agricoltori e cessare di essere nomadi", e anche per permettere agli abitanti del New Mexico di espandersi oltre la valle del Rio Grande e d'impossessarsi di tutte le ricchezze agricole e minerarie detenute dai navajo. Aiutato dal veterano Kit Carson, il generale lanciò una campagna per fare terra bruciata, che culminò nel 1864 con la distruzione degli hogan, dei campi e dei frutteti di peschi del Canyon de Chelly. Ridotti alla fame, i navajo si arresero e furono mandati a "Fair Carletonia", la riserva di Bosque Redondo vicino a Fort Summer, nel New Mexico orientale.

Novemila navajo intrapresero la Long Walk, una lunga marcia di 590 km per Bosque Ridondo in cui tremila di loro morirono. La riserva, assolutamente inadatta all'agricoltura e ben lontana da una possibile autosufficienza, divenne un peso per il governo federale. Carleton fu congedato e nel 1868, dopo quattro anni, dodici capi navajo firmarono un trattato, noto come "Old Paper", che consentiva loro di tornare a casa. Uno di loro, Barboncito, aveva precedentemente dichiarato: "Nel nome di Dio, spero che non mi chiediate di andare in nessun'altra terra se non nella mia".

La Nazione navajo

Considerando i navajo come un popolo indipendente, l'"Old Paper" costituì il fondamento della costituzione della Riserva indiana dei navajo, che i navajo stessi preferiscono chiamare Nazione navajo, e che esiste tutt'oggi. La riserva originaria del 1868 era un piccolo rettangolo nel nord-est dell'Arizona e nel nord-ovest del New Mexico, che comprendeva Canyon de Chelly e Shiprock, ma non Window Rock. Qui i sopravvissuti a Fort Summer si riunirono ai navajo sfuggiti alla cattura nelle regioni interne; alcuni si erano nascosti vicino a Navajo Mountain, oggi considerata anch'essa una vetta sacra.
 
I clan navajo

Alla base della vita sociale e familiare dei navajo c'è il sistema dei clan. Ogni bambino nasce "nel" clan della madre e "per" il clan del padre. I navajo si identificano secondo i clan dei genitori e non si sposano con persone che appartengono a questi clan. Per tradizione, ogni membro dei clan era considerato responsabile dei crimini o dei debiti di ogni altro appartenente a esso.
In origine esistevano solo quattro clan, che si consideravano discendenti delle quattro coppie create a ovest da Donna Cangiante. Attualmente esistono circa sessanta clan, e i nuovi si formano quando una donna di un'altra tribù o di un altro luogo sposa un nevaio. Alcuni nomi rivelano una provenienza dai popoli zuni, mescalero, messicani, ute e jemez, ma di solito si riferiscono a luoghi specifici della riserva, eventi mitici o altro. Qualche esempio: il clan della Montagna che gira, il clan del Sale, quello della Gente che ha scoppi di collera, quello della Roccia che arriva fino all'acqua.

Nel Novecento la popolazione dei navajo è cresciuta a un ritmo fenomenale, passando da 20.000 nel 1900 a circa 350.000 di oggi. Allo stesso modo, in oltre una dozzina di differenti transazioni, le dimensioni della riserva si sono ampliate dai 15.500 km2 iniziali ai circa 70.000 km2 di oggi. Un governo ufficiale dei navajo fu formato solo nel 1923, quando le grandi compagnie petrolifere ebbero bisogno di qualcuno che potesse firmare i contratti di affitto delle terre, in modo da poter sfruttare i giacimenti trovati nelle riserve. Subito dopo fu istituito un sistema di riunione dell'amministrazione locale e, nel 1927, Window Rock divenne il centro politico tribale.

L'evento più drammatico del XX secolo fu la riduzione del bestiame, nel 1933, quando le autorità federali uccisero un milione di pecore e capre e ridussero l'insieme delle greggi dei navajo a mezzo milione di capi. Il motivo era che il pascolo eccessivo provocava erosione e accumulo di limo nel fiume Colorado, danneggiando la nuova diga di Hoover; molti navajo dovettero abbandonare la pastorizia e darsi al lavoro salariato.

Dalla fine della seconda guerra mondiale la nazione navajo ha continuato a modernizzarsi; nel 1947 fu costruita la prima strada asfaltata e nel 1969 fu aperto il primo istituto di studi superiori mai fondato in una riserva, il Tsaile's Navajo Community College. Mentre molte famiglie riescono ancora a vivere secondo gli usi tradizionali, il cambiamento più radicale è stato provocato dallo sfruttamento crescente delle risorse minerarie. In tutta la regione sono state aperte miniere e centrali elettriche, alcune delle quali sono appena fuori dalle riserve e dipendono comunque dal lavoro degli indiani. Alcune imprese sono state oggetto di forti controversie. L'impianto di Four Corners, vicino a Farmington, è stato descritto come la peggior fonte d'inquinamento di tutti gli Stati Uniti; l'estrazione a oltranza praticata dalla Peabody Company a Black Mesa, per alimentare la centrale elettrica Navajo Generating Station di Page, è considerata una tragedia ambientale. Nel 1979 Church Rock, a nord-est di Gallup, fu teatro della peggiore contaminazione nella storia dell'industria nucleare: la rottura di uno sbarramento nello stabilimento della United Nuclear Corporation provocò la fuoriuscita di quasi 400 milioni di litri d'acqua radioattiva e di 100 tonnellate di fango anch'esso radioattivo. Nel 1975 il presidente tribale Peter MacDonald contribuì in modo determinante a fondare il Council of Energy Resources Tribes, che egli stesso definì "un OPEC domestico". Mentre i contratti di affitto delle terre firmati negli anni Cinquanta e Sessanta rendevano pochissimo, ora accordi più redditizi hanno rafforzato l'economia dei navajo. E cresciuta però anche l'opposizione allo sfruttamento minerario, da quando i suoi effetti a lungo termine sono diventati evidenti. Molti pensano che la lunga disputa fra navajo e hopi per i territori sia stata manipolata dai politici federali e dalle compagnie minerarie per i loro scopi.

Peter MacDonald ha compiuto numerosi sforzi per diversificare la base economica della Nazione, fondando fra l'altro ditte di software e fattorie di coltivazione dei funghi shiitake, ma a un certo punto è stato sospettato di arricchirsi con mezzi illeciti, e nel 1989 è stato condannato a 14 anni di prigione per corruzione e cospirazione. Nonostante questo verdetto pronunciato da un tribunale federale, nella riserva MacDonald è ancora popolare; lo schieramento a suo favore o contro di lui è un tema dominante, e i suoi sostenitori gli hanno concesso "perdoni" non contemplati dalla legge federale.


Gli apache

Intorno al 1600, cioè quando i navajo cominciarono ad assorbire elementi della cultura pueblo e diventarono un popolo completamente distinto, gli apache si suddivisero in diversi gruppi. Gli apache occidentali occuparono le montagne dell'Arizona centrale; i Jicarilla si insediarono nelle regioni del New Mexico nord-occidentale fra Chama Valley e Four Corners, e i lipan si spinsero a est, nelle pianure del Texas occidentale. Allo stesso tempo, nel sud del New Mexico, i mescalero cominciarono a diffondersi a est del Rio Grande, mentre i chiricahua si diressero verso ovest fino all'odierna Arizona meridionale.

Anche questi raggruppamenti non erano tribù come le pensavano i bianchi. Gli apache vivevano in comunità nomadi basate su clan, formate da un numero di persone che andava da 30 a 200. Ognuna di esse eleggeva un proprio "capo", il cui compito principale era assicurare che la propria gente avesse cibo a sufficienza; se non ci riusciva, la sua autorità veniva subito messa in discussione. La maggior parte di questi gruppi coltivava alcune piante, ma la fonte principale di sostentamento erano le razzie, non solo contro gli insediamenti dei pueblo ma anche contro i navajo e fra apache stessi.

Con l'arrivo degli spagnoli, gli apache ebbero per la prima volta i cavalli. Agli inizi li rubavano per mangiarli, ma una volta che impararono a cavalcarli si abituarono rapidamente a regolari razzie nei villaggi del Rio Grande durante la stagione dei raccolti, lasciandoli invece sostanzialmente tranquilli per il resto dell'anno. Un apache considerava poco dignitoso l'allevamento dei cavalli, per non parlare di quello delle pecore, praticato invece dai navajo; gli apache rubavano semplicemente gli animali quando ne avevano bisogno.

I coloni del New Mexico, che per tutto il tempo del dominio spagnolo e messicano rimasero confinati in una striscia di terra lungo il fiume, chiamavano gli estesi territori degli apache che li circondavano Apachería. Dato che gli apache non si univano mai per combattere in una guerra ufficiale (nessun loro schieramento di guerra superò mai i 200 guerrieri), era impossibile sconfiggerli in un attacco concertato. Nella prima metà del Settecento, gli apache furono però costretti a riunirsi in zone più ristrette e montagnose, perché gli ancora più agguerriti comanche cominciarono a irrompere con regolarità crescente, attraversando le grandi pianure.

Più avanti, sempre nel Settecento, gli spagnoli riuscirono a pacificare in parte gli apache costituendo presidios che li rifornivano di cibo, alcol e perfino di fucili adatti alla caccia ma non alla guerra. Quando però, nel 1821, il Messico divenne indipendente, la nuova amministrazione non poté più permettersi tali sussidi. La sua soluzione fu di offrire una ricompensa di $100 per ogni scalpo di apache portato nei presidios, non importava se di uomo o di donna, di giovane o di anziano.

Le guerre apache

Per il governo federale degli Stati Uniti, che prese possesso del New Mexico intorno al 1840, il genere di vita degli apache era assolutamente intollerabile. Come un gruppo di apache mescalero spiegò a un furiere dell'esercito USA, nel 1850, "Noi dobbiamo rubare a qualcuno... Se non ci permettete di depredare i messicani, dobbiamo rubare a voi, o combattervi". In totale, nel Sud-Ovest c'erano tra 6000 e 8000 apache; la resistenza più accanita venne da un gruppo composto da poco più di 1000 persone, i chiricahua, guidati da Cochise, la "quercia".

Il conflitto fra l'esercito degli Stati Uniti e gli apache scoppiò nel 1861, quando Cochise accettò d'incontrare il luogotenente George Bascom nel sud-est dell'Arizona e fu ingiustamente accusato di aver rapito un bambino. Il capo apache riuscì a fuggire nelle montagne del Dragoon, ma un fratello e due nipoti vennero impiccati; Cochise iniziò allora a imperversare per tutta l'Arizona, uccidendo minatori, cercatori, passeggeri di diligenze e soldati, ovunque li trovasse. Quando gli anglo-americani fuggirono, pensò di averli scacciati definitivamente; non sapeva che la sua campagna coincideva con lo scoppio della guerra civile, il che significava che tutti i cittadini statunitensi si ritiravano verso est.

Nel giro di un anno l'esercito dell'Unione era già tornato, sotto il comando del generale James Carleton. La sua politica verso gli apache, che all'inizio si rivolse ai mescalero piuttosto che ai chiricahua, era semplice: "Tutti gli uomini di quella tribù devono essere uccisi, in qualsiasi momento e luogo li troviate". Nell'inverno del 1862-63 i mescalero furono radunati nella riserva di Bosque Redondo, presso Fort Summer, nell'est del New Mexico, dove in seguito dovettero andare anche i navajo.

Nel 1862 un altro gruppo di chiricahua si era unito a quello di Cochise: erano gli apache di Warm Springs, in New Mexico, guidati dall'anziano Mangas Coloradas. L'anno successivo, l'uccisione a tradimento di Mangas Coloradas da parte di soldati statunitensi, a Pinos Altos, dove era stato invitato a negoziare la pace, fece diventare i chiricahua ancora più risoluti. Nei dieci anni che seguirono, l'esercito degli Stati Uniti spese circa 38 milioni di dollari in campagne che uccisero in totale cento apache. A loro volta, gli apache uccisero più di mille americani.

Fu in questo periodo che il nome di
Geronimo cominciò a essere fortemente temuto; apparteneva ai bedonkohe, un sottogruppo dei chiricahua, ed era nato intorno al 1823 vicino alle abitazioni fra le rocce di Gila, nel New Mexico. Fu chiamato Goyahkla, che significa "Colui che sbadiglia" e raggiunse l'età adulta senza vedere neanche un bianco. Dopo che, nel marzo del 1851, sua madre, sua moglie e tre figli furono uccisi da soldati messicani a Janos, nel Messico settentrionale, egli si vendicò per anni con diverse incursioni. Il nome con cui divenne famoso derivò in qualche modo dal grido di battaglia dei messicani, che si rivolgevano a san Gerolamo. In seguito divenne un uomo di medicina rispettato, ma non fu mai un "capo" per come lo intendevano i bianchi.

Nel massacro di Camp Grant, nel 1871, un'alleanza nata a Tucson fra indiani tohono `o'odahm, ispano-americani e anglo-americani uccise 144 apache, fra cui c'erano solo otto uomini adulti; si suppone che l'eccidio avvenne con l'appoggio esterno dell'esercito americano, che stazionava nell'Aravaipa Canyon, in Arizona. L'indignazione pubblica suscitata dal massacro spinse il presidente Grant ad adottare verso gli apache una nuova politica, che nel 1872 portò all'istituzione delle riserve di White Mountain (conosciuta anche come Fort Apache) e di San Carlos.

Tutti gli apache che non andavano nelle riserve erano però considerati "rinnegati"; il compito di scovarli fu affidato al generale George Crook, che adottò la nuova strategia di "guerra totale" sviluppata durante la guerra civile. Impiegò guide apache della White Mountain, secondo il principio che i più adatti a rintracciare gli apache erano altri apache, e durante l'inverno 187273 "passò in revisione" tutto il Tonto Basin, uccidendo circa 5000 indiani.

Dopo una tregua piena d'incidenti, fu concessa ai chiricahua una loro riserva, un piccolo quadrato di circa 80 km per lato che aveva come centro quello che oggi è il Chiricahua National Monument. La riserva fu però chiusa nel giro di tre anni, a seguito di una serie di incursioni al di là della frontiera compiute dopo la morte di Cochise, avvenuta nel 1874. I chiricahua furono trasferiti'nella Riserva di San Carlos, anche se tradizionalmente avevano sempre considerato gli apache di quella riserva "Bi-ni-e-Dine", cioè "gente senza cervello".

Nel 1877 Victorio, un altro capo chiricahua, radunò 500 apache di diversi gruppi che odiavano la vita a San Carlos e diede il via a un'altra lunga fase di guerriglia in tutto il New Mexico e nel Texas occidentale, durante la quale furono uccisi di nuovo 1000 anglo-americani. Nell'ottobre del 1880 i chiricahua furono sospinti nel Messico e sterminati a Chihuahua, e i pochi sopravvissuti furono venduti come schiavi.

Geronimo, che non si era unito a Victorio, divenne il riferimento per gli apache dissidenti. Tra il 1880 e il 1890 abbandonò ripetutamente la riserva e scese sul sentiero di guerra, ogni volta con un numero minore di seguaci. La prima volta fu nel 1881, quando passò a pochi chilometri da Tombstone e fu inseguito da Wyatt Earp e dai suoi fratelli. Nel 1883 il generale Crook lo rintracciò nella Sierra Madre, nel nord del Messico, ma fu catturato dagli apache; in seguito Geronimo decise di arrendersi.

Nel maggio del 1885 Geronimo fuggì nuovamente dalla riserva, e ancora una volta si arrese a Crook in Messico, nel 1886, con l'intesa che sarebbe stato esiliato nell'est degli Stati Uniti per non più di due anni. Ma prima che Crook potesse riportarlo a San Carlos, Geronimo si ubriacò e scappò nuovamente. Crook diede le dimissioni e fu sostituito dal generale Nelson Miles.

Nell'ultima campagna di guerriglia dei chiricahua, che si svolse per cinque mesi nell'estate del 1886, 37 apache, fra cui 18 guerrieri, si contrapposero a 5000 soldati, un quarto di tutto l'esercito degli Stati Uniti. Infine il generale Miles riuscì a mettersi in contatto con Geronimo in Messico, raccontando che tutti i chiricahua rimasti nella riserva erano stati portati per nave in Florida, anche se ciò era falso. Disperato, Geronimo si arrese per la quarta e ultima volta, il 3 settembre del 1886, nello Skeleton Canyon, in Arizona. La menzogna del generale divenne realtà, perché Geronimo e altri 500 apache, comprese le guide che avevano combattuto dalla parte degli Stati Uniti, furono effettivamente mandati in Florida in treno. Gli uomini e le donne furono segregati in campi separati. Dopo qualche tempo i chiricahua furono riuniti, prima in Alabama e poi in Oklahoma, ma Geronimo non tornò più nel Sud-Ovest. Fra le varie apparizioni pubbliche dei suoi ultimi anni ci fu la cavalcata alla testa del corteo inaugurale del presidente Theodor Roosevelt, nel 1905. Geronimo morì nel 1909.

Nel 1913 fu concesso ai 261 chiricahua sopravvissuti di scegliere se rimanere in Oklahoma o unirsi agli apache mescalero in New Mexico. Circa due terzi si misero in cammino. C'erano inoltre i circa dieci chiricahua che non furono mai trovati dall'esercito e che rimasero nascosti in Messico. Ancora negli anni Trenta si parlava di apache liberi che combattevano nella Sierra Madre.


Gli apache oggi

Oggi nel Sud-Ovest vivono circa 20.000 apache. Le loro due riserve più estese sono in Arizona: quella di Fort Apache, terza fra tutte le riserve dei nativi americani degli Stati Uniti per numero di abitanti, e la vicina San Carlos. I jicarilla vivono ancora nel nord-ovest del Messico, intorno all'insediamento di Dulce.

È più facile che i turisti entrino in contatto con gli apache mescalero, che condividono i loro territori con i discendenti degli ultimi chiricahua, nelle montagne del New Mexico sud-orientale. Una delle imprese azzardate che hanno procurato loro un buon livello di sicurezza economica è la località sciistica di Ski Apache. Rilevata dalla tribù nel 1962 per 1,5 milioni di dollari, ha anche un lussuoso albergo con casinò, l'Inn of the Mountain Gods. Più controversa è stata la decisione dei mescalero di consentire il deposito di scorie altamente radioattive accanto alla riserva.