Il best-seller
Un grande editore del passato, Livio Garzanti, diceva che i best-seller
erano imprevedibili Facendo pressione sui critici, acquistando spazi
pubblicitari, insistendo con distributori e librai, egli sosteneva di poter
spingere le vendite di un libro al massimo fino a trentamila copie. Oltre
era impossibile, perché da lì in poi, contava solo il passaparola dei
lettori, che evidentemente è sempre imprevedibile. Insomma, allora come oggi,
è il pubblico che fa il best-seller. E personalmente penso che il pubblico,
non solo li fa i best-seller, ma in fondo anche se li scrive.
Goffredo Fofi, Tirature '06
In Italia circa tre quarti dei titoli pubblicati vendono, nei normali canali,
meno di tre copie all'anno. E sono poche decine i titoli che in un anno
vendono più di 40.000 copie — la soglia oltre la quale un libro da noi
diventa un best-seller (infatti a volte vanno in classifica libri tirati in
poche migliaia di copie).
L'editoria conosce da sempre il fenomeno, ma il primo best-seller moderno
può essere considerato Via col vento di Margaret Mitchell. L'autrice ottenne
un anticipo di meno di 500 dollari, il 10% di utile sulle prime 10.000 copie
vendute e il 15% sul resto; la Mitchell e il suo agente si auguravano, senza
sperarci troppo, che l'editore riuscisse a vendere almeno 500 copie: invece
nel 1936 fu il primo libro a vendere più di un milione di copie in un solo
anno (un secolo prima, La capanna dello zio Tom si era fermato a 300.000).
In Italia i primi libri a superare in tempi brevi le 100.000 copie sono
stati Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel 1958, La ragazza di
Bube di Carlo Cassola nel 1960 e Il giardino dei Finzi-Contini di Giorgio
Bassani nel 1962. Per superare il milione di copie, è stato necessario
attendere un giornalista-scrittore come Oriana Fallaci, con Lettera a un
bambino mai nato (1975). L'anno successivo fu la volta del «best-seller
alternativo» Porci con le ali scritto da Marco Lombardo Radice e Lidia
Ravera, subito sequestrato e dissequestrato dalla magistratura.
Il prototipo di quello che Vittorio Spinazzola definisce «best-seller di
qualità» è Il nome della rosa di Umberto Eco, uscito nel 1980, venduto nel
giro di pochi anni in milioni di esemplari nel mondo intero. Si potrebbero
fare numerosi altri esempi, citando libri molto diversi da questi che però
hanno un elemento in comune: l'imprevedibilità del loro successo.
Molti best-seller e long-seller erano stati in precedenza rifiutati da altri
editori, e quasi tutti al momento dell'uscita non venivano considerati tali.
Molto spesso hanno saputo cogliere e anticipare stati d'animo e bisogni
latenti (o nuovi), che nessun direttore marketing poteva prevedere e
programmare. Del resto, se esistesse una ricetta, tutti gli editori la
seguirebbero (e non esisterebbero più i best-seller...). Per quanto gli è
possibile, l'editore cerca di aiutare il best-seller attraverso adeguate
tecniche di promozione, ma non lo può fabbricare. Peraltro resta sempre
accesa la disputa tra la quantità (il dato oggettivo delle classifiche di
vendita) e la qualità (il giudizio critico, sempre sottoposto a discussione,
e la cui tenuta va verificata nel tempo): non bisogna mai dimenticare che il
successo non è automaticamente un valore da tutti i punti di vista.
Nel mangiare e nell'abbigliamento e nel calcio non si fa una classifica
unica come coi libri: con le stelle e i cappelli e le forchette e le sfilate
di modo e le serie A e B e C del campionato, l'utenza è molto più selettiva
e attenta. Non tollererebbe un solo «calderone».
Alberto Arbasino, «la Repubblica», 3 gennaio 1999
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