Il Book of Kells. Il capolavoro dell'arte irlandese.

Il Libro di Kells (Book of Kells in inglese) conosciuto anche come il
Grande Evangeliario di san Colombano, è un manoscritto magnificamente decorato,
realizzato da monaci irlandesi intorno all'800 nell'ambito dell'arte insulare.
Contiene la traduzione latina dei quattro Vangeli, accompagnati da note
introduttive ed esplicative, il tutto corredato da numerose illustrazioni e
miniature riccamente colorate.
Estetica isperica
Le storie della cultura latina prima del Mille, e particolarmente tra il settimo
e il decimo secolo, registrarono lo sviluppo di ciò che è stato denominato "estetica
isperica", uno stile emerso e sviluppatosi dalla Spagna alle isole britanniche,
toccando anche le Gallie. La tradizione classica latina l'aveva già descritto (e
condannato) definendolo "asiano" e poi "africano", in opposizione all'equilibrio
dello stile "attico". Quintiliano, nella sua Institutio oratoria (XII, 79),
aveva già sottolineato che lo stile perfetto deve mostrare magna non nimia,
sublimia non abrupta, fortia non temeraria, severa non tristia, gravia non tarda,
laeta non luxuriosa, iucunda non dissoluta, granchi non tumida. Non solo la
retorica romana ma anche quella cristiana antica condannava il kakozelón o
cattiva affettazione dello stile asiano. Quale esempio di come fossero
profondamente scandalizzati i Padri della Chiesa quando erano messi a confronto
con gli esempi di questa mala affectatio, si veda l'invettiva di san Gerolamo (Adversus
Jovinianum, I): "Vi è una tal barbarie tra gli scrittori e il loro discorso è
reso così confuso da vizi di stile, che siamo giunti a un punto in cui non si
riesce più a capire chi stia parlando e cosa venga discusso. Ogni cosa (in
queste opere) si dilata per poi sgonfiarsi come un serpente indebolito che si
spezza mentre tenta di contorcersi... 'Tutto è preso in tali inestricabili nodi
verbali che si potrebbe ripetere con Plauto: 'Qui nessuno - tranne la Sibilla
può comprendere nulla.' Ma che sono queste stregonerie verbali?"
Una tirata simile può suonare come l'astiosa descrizione, da parte di un
tradizionalista, di una pagina del Book of Kells o del Finnegans Wake.
Ma nel frattempo qualcosa doveva accadere: quelle qualità che, secondo la
tradizione classica, erano state classificate come vizi, nella poetica isperica
sarebbero diventate virtù.
La pagina isperica non obbedisce più alle leggi della sintassi e della retorica
tradizionale, i modelli del ritmo e del metro vengono violati allo scopo di
produrre espressioni dal sapore barocco. Catene di allitterazioni che il mondo
classico avrebbe considerato cacofoniche cominciarono a produrre una musica
nuova, e Aldhelm di Malmesbury (Epistula ad Eahfridum PL 89, 91) si divertiva a
costruire frasi nelle quali ogni parola iniziava con la stessa lettera: Primitus
pantorum procerum praetorumque pio potissimum paternoque praesertim privilegio
panegyricum poemataque passim prosatori sub polo promulgantes... Il lessico
isperico si arrichisce di ibridi incredibili prendendo in prestito termini
ebraici ed ellenismi, il testo si appesantisce di crittogrammi ed enigmi che
sfidano ogni tentativo di traduzione.
Se l'ideale dell'estetica classica era la chiarezza, l'ideale isperico sarà
l'oscurità. Se l'estetica classica esaltava la proporzione, l'estetica isperica
preferirà la complessità, l'abbondanza di epiteti e di parafrasi, il gigantesco,
il mostruoso, l'irrefrenabile, l'incommensurabile, il prodigioso. La stessa
ricerca di etimologie inaccettabili condurrà alla dissociazione della parola in
elementi atomici che poi acquisiranno significati enigmatici.
L'estetica isperica rappresenterà lo stile dell'Europa di quelle età oscure
durante le quali il vecchio continente stava subendo un declino demografico, la
crisi delle colture, la distruzione delle città più importanti, delle strade,
degli acquedotti romani. In un territorio coperto di foreste non solo i monaci,
ma anche i poeti e i miniaturisti guarderanno il mondo come un'oscura,
minacciosa foresta brulicante di mostri, intersecata da percorsi labirintici.
In questi secoli difficili e disordinati sarà dall'Irlanda che la cultura latina
sarà riportata nel continente. Ma quei monaci irlandesi 'che hanno elaborato e
preservato per noi quel poco della tradizione classica che erano riusciti a
salvare, prenderanno l'iniziativa nel mondo del linguaggio e dell'immaginazione
visiva cercando a tentoni la strada all'interno di una densa foresta, simili ai
compagni di san Brandano, che con lui correvano i mari imbattendosi in mostri e
insulae perditae, incontrando un pesce gigantesco su cui sbarcano scambiandolo
per un'isola, un'isola abitata da uccelli bianchi (le anime cadute con Lucifero),
fontane miracolose, alberi del Paradiso, una colonna di cristallo in mezzo al
mare, Giuda su di una roccia, battuto e tormentato dalla forza e delle onde.
Liber monstrorum de diversis generibus
Tra il Settimo e il Nono secolo, forse su suolo irlandese (ma certamente nelle
isole britanniche) appare quel Liber monstrorum de diversis generibus che sembra
descrivere molte delle immagini che scopriamo nel Book of Kells. L'autore
confessa nelle prime pagine che, sebbene molti libri autorevoli avessero già
raccontato simili menzogne, non avrebbe mai pensato di proporle di nuovo se "il
vento impetuoso delle vostre richieste non fosse giunto inaspettatamente per
gettare a capofitto me impaurito marinaio in un mare di mostri. [...] Ed è
infinito, senza dubbio, il numero delle razze di animali marini mostruosi, i
quali con corpi smisurati, pari ad alte montagne, squassano le ondate più
gigantesche e sommuovono coi torsi le distese d'acqua quasi sradicate dal
profondo per spingersi poi verso la foce tranquilla dei fiumi: e nuotando
smuovono spume e spruzzi, con gran frastuono. Così schierato, quell'esercito
mostruoso e immenso attraversa le gonfie piane azzurre, e spazza l'aria con
sferzate di schiume bianchissime, come il marmo. E rovesciando poi con terribili
risucchi le acque, già tutte un turbinio per la massa stragrande dei loro corpi,
puntano alla spiaggia, così da offrire a chi stia sulla riva a spiarli non tanto
spettacolo quanto orrore".
Per quanto l'autore possa essere timoroso nel dire bugie, non può resistere
all'abissale bellezza di questa affascinante menzogna perchè essa gli consente
di tessere un racconto infinito e vario come un labirinto. Egli narra la sua
storia con lo stesso piacere con cui, nella Vita S. Columbani, è descritto il
mare intorno all'isola Hibernia o come nella Hisperica Famina (un'opera con la
quale l'autore del Liber monstrorum doveva avere una certa familiarità),
aggettivi come astriferus o glaucicomus sono usati per descrivere i marosi (e
l'estetica isperica privilegerà neologismi come pectoreus, placoreus, sonoreus,
alboreus, propriferus, flammiger e gaudifluus).
Sono le stesse invenzioni lessicali elogiate da Virgilio Grammatico nelle sue
Epitomae e Epistulae. Molti eruditi sostengono adesso che questo folle filologo
di Bigorre, vicino a Tolosa, fosse in realtà un irlandese, e tutto dal suo
stile alla sua visione del mondo sembrerebbe confermarlo. Virgilio è vissuto
nel VII secolo e quindi, presumibilmente, cento anni prima della produzione del
Book of Kells. Citava passaggi da Cicerone e da Virgilio (l'altro, quello vero)
che questi autori non potevano aver scritto, ma poí scopriamo, o supponiamo, che
egli apparteneva a una cerchia di retori, ognuno dei quali aveva preso il nome
di un autore classico. Forse, come è stato supposto, scrive per deridere gli
altri retori. Influenzato dalla cultura celtica, visigota, irlandese ed ebraica,
descrive un universo linguistico che sembra sgorgare dall'immaginazione di un
poeta surrealista moderno.
Afferma che esistono dodici varietà di latino e che in ognuna la parola fuoco
può essere diversa: ignis, quoquihabin, ardon, calax, spiridon, rusin, fragon,
fumaton, ustrax, vitius, siluleus, aenon (Epitomae, IV, 10). Una battaglia si
dice praelium perche ha luogo in mare praelum perché la sua vastità genera
la supremazia, o praelatum, del meraviglioso (Epitomae, I, 4). La geometria è
un'arte che spiega tutti gli esperimenti con le erbe e le piante, ed è questa la
ragione per cui i medici sono chiamati geometri (Epitomae, I, 4). Il retore
Aemilius ha proclamato elegantemente SSSSSSSSSSS. PP. NNNN-NNNN. GGGG.R.MM.TTT.D.
CC. AAAAAAA. IIIIVVVVVVVV .0. AE. EEEEEEE. che dovrebbe voler dire "l'uomo
saggio succhia il sangue dalla saggezza e deve essere giustamente chiamato
sanguisuga delle vene" (Epitomae, X, 1). Galbungus e Terrentius si sono
affrontati in una discussione durata quattordici giorni e quattordici notti per
discutere íl vocativo di ego, e il problema era di somma importanza perché si
trattava di determinare come ci si dovesse enfaticamente rivolgere a se stessi
("Oh! ho io ben operato? O egone, recte feci?").
Book of Kells
Ognuno di questi testi potrebbe essere usato per descrivere una pagina del Book
of Kells, così come una pagina del Finnegans Wake, perché in ognuno la lingua fa
ciò che nel Book of Kells fanno le immagini. Usare parole per descrivere il Book
of Kells significa reinventare una pagina della letteratura isperica. Il Book of
Kells è una fioritura dí forme di animali intrecciate e stilizzate, di piccole
figure scimmiesche tra un fogliame inestricabile che ricopre pagina dopo pagina,
come all'inseguimento dei motivi sempre uguali di un arazzo laddove in realtà
ogni linea, ogni corimbo, rappresenta una invenzione diversa. È una
complessità spiraliforme che vaga intenzionalmente ignara di ogni regola di
disciplinata simmetria, una sinfonia di colori delicati dal rosa al giallo
arancione, dal giallo limone al rosso violaceo. Quadrupedi, uccelli, levrieri
che giocano col becco di un cigno, inimmaginabili figure umanoidi avvitate come
un atleta equestre che con la testa tra le ginocchia si contorce fino a formare
una lettera iniziale, esseri malleabili e flessibili come elastici che si
introducono in un groviglio di entrelacs, che spingono le loro teste attraverso
decorazioni astratte, che si avvinghiano intorno alle lettere iniziali
insinuandosi tra le righe. La pagina non si ferma sotto il nostro sguardo, ma
sembra prendere vita da se stessa, non ci sono punti di riferimento, ogni cosa è
mescolata con qualsiasi altra cosa. Il Book of Kells è il regno di Proteo. E' il
prodotto di un'allucinazione fredda che non ha bisogno di mescalina o di acido
lisergico per creare i suoi abissi, anche perché non rappresenta il delirio di
una singola mente ma piuttosto il delirio di un'intera cultura impegnata in un
dialogo con se stessa, citando altri Vangeli, altre lettere miniate, altri
racconti.
Esso è la lucida vertigine di una lingua che cerca di ridefinire il mondo mentre
ridefinisce se stessa con la piena consapevolezza che, in un'età ancora incerta,
la chiave della rivelazione del mondo non può essere trovata nella linea retta
bensì nel labirinto.
L'antico manoscritto ci parla di un mondo fatto di sentieri che si biforcano in
direzioni opposte, di avventure della mente e dell'immaginazione che non possono
essere descritte. Si tratta di una struttura in cui ogni punto può collegarsi a
qualsiasi altro, dove non vi sono punti o posizioni ma solo linee di
collegamento, ognuna delle quali può essere interrotta in qualsiasi momento
poiché riprenderà immediatamente e seguirà lo stesso percorso. Questa struttura
non ha né centro né periferia. Il Book of Kells è un labirinto.
Ma nello stesso tempo il Book of Kells (insieme al Finnegans Wake, suo
discendente) rappresenta il modello della lingua umana e, forse, quella del
mondo in cui viviamo. Forse viviamo all'interno di un Libro di Kells credendo di
vivere nell'Encyclopédie di Diderot. Sia il Book of Kells che Finnegans Wake
sono la migliore immagine dell'universo così come viene presentato dalla scienza
contemporanea. Sono il modello di un universo in espansione, forse finito e
tuttavia illimitato, il punto di partenza per infinite interrogazioni. Sono
libri che ci consentono di sentirci uomini e donne del nostro tempo anche se
navighiamo nello stesso periglioso mare che ha condotto san Brandano alla
ricerca di quell'Isola Perduta di cui il Book of Kells canta in ogni pagina,
mentre ci invita e ci ispira a continuare la nostra ricerca per giungere a
esprimere in modo perfetto l'imperfetto mondo in cui viviamo.