L'inferno e suoi significati
Storia e geografia



Nelle religioni precristiane, luogo di residenza delle anime dopo la morte, indicato di volta in volta con un nome proprio: Earu per gli Egizi, Arallu per i Babilonesi, Ades per i Greci, Orcus per i Latini.
Nella religione cristiana, regno oltremondano ove sono punite le anime dei peccatori non pentiti.

In senso figurato: tutto ciò che rende una situazione intollerabile, dolorosa, difficile a sostenersi.

Il termine italiano inferno deriva dall'uso sostantivato dell'aggettivo latino infernus, intensivo di inferus: con esso si intendeva qualcosa posto più in basso del riguardante o sotto di lui; in tal senso era il contrario di supernus, ciò che stava più in alto o sopra. Ben presto il vocabolo assunse, presso i Latini, una valenza cosmologica: l'uomo, spettatore del cosmo, definì "inferiori" o infernae le parti sotterranee del mondo, dove trovavano il loro posto i morti sepolti nella terra e gli dei della morte, chiamati inferi o inferni e distinti dagli dei del cielo, superi o superni.

Il termine passò poi nella versione latina della Bibbia detta Vulgata (383-405 d.C., opera di S. Girolamo), traducendo perlopiù il vocabolo ebraico she'ōl, inteso genericamente come aldilà. Solo più tardi, nella teologia cristiana, l'inferno passò a indicare il regno oltremondano nel quale sono puniti gli angeli ribelli e i defunti in peccato mortale.

Anche per le principali religioni dell'antichità (egiziana, assiro-babilonese, greca), l'inferno esprimeva solo il regno della morte, nel quale potevano però trovare posto pene e tormenti a carico delle anime malvagie. In genere la mitologia sviluppata da tali civiltà riteneva che la porta infernale fosse collocata nell'estremo Occidente, dove il sole si ritirava durante la notte: da questa porta era possibile entrare, ma non uscire. La condizione dei trapassati nell'oltretomba era riflesso della loro esistenza in vita: si mantenevano perciò attributi caratteriali e distinzioni di censo, insieme tuttavia a una sorte oscura e vuota per tutti.

Nell'antico Egitto l'inferno, in forma di budello, era posto nelle viscere della dea celeste Nut; era ammessa l'idea di un giudizio dopo la morte, in base al quale le anime trovate colpevoli subivano i tormenti di vari geni o mostri demoniaci. Si credeva anche all'esistenza di un Nilo sotterraneo, nel quale la sera entrava la barca del sole per uscirne ad Oriente la mattina, in modo tale che i morti, disposti sulle due sponde, potevano godere successivamente per un'ora della sua luce.

Per la religione assiro-babilonese non disponiamo di documenti sufficienti a chiarire la nozione di inferno. D'altro canto, l'assenza di tali documenti può riflettere la difficoltà di individuare una concezione filosofica precisa dell'oltretomba da parte di tale civiltà. Tuttavia, alcuni frammenti del grande poema Gilgamesh, lasciano supporre la credenza in un giudizio, dopo il quale le anime giuste sarebbero accolte presso gli dei, mentre le malvagie vegeterebbero in un oscuro e polveroso paese di ombre.

Nell'antica Grecia, solo con l'orfismo, religione misterica diffusasi a partire dal VI° secolo a. C., si sviluppa l'idea di pena o retribuzione nel destino oltremondano degli uomini e vengono individuate due differenti zone ultraterrene: il Tartaro, buia e triste, ove risiedono i non iniziati, e l'Eliso, luminosa e felice per i puri e gli iniziati. Per questo motivo c'è chi ha voluto vedere nell'oltretomba greco un'anticipazione di quello cristiano. L'inferno, sottoposto al dominio delle due divinità Persefone e Ades, era inoltre attraversato, come per gli Egizi, da una serie di corsi d'acqua: Stige, Acheronte, Flegetonte e Cocito, attestati variamente nell'Odissea omerica (X, 513-514), nella Teogonia di Esiodo (v. 777-806) e nel Fedone platonico (cap.52). I nomi di tali fiumi passarono poi nella mitologia latina, attraverso la mediazione del sesto libro dell'Eneide virgiliana e, di qui, alla Commedia dantesca.

Anche nella religione ebraica l'idea di una remunerazione o di una pena si sarebbe affermata tardivamente: la she'ōl, o oltretomba, dei libri più antichi della Bibbia, diventa, nel Nuovo Testamento, la gehenna, regno degli angeli ribelli e luogo di dannazione per i malvagi, in contrapposizione al paradiso quale sede di beatitudine celeste.

Nella religione islamica, il Corano accenna solo fuggevolmente all'esistenza di un inferno di tormenti per gli infedeli, concetto ripreso e sviluppato da molta letteratura successiva.

La teologia cattolica, infine, è piuttosto chiara ed essenziale circa il dogma dell'inferno: la vita presente è una condizione transitoria e di prova, al termine della quale si entra nell'aldilà; chi muore da peccatore sarà dannato all'inferno, luogo di tormento e di duplice pena: quella del danno, consistente nella privazione della visione di Dio, e quella del senso, vale a dire il tormento dei dannati per opera del fuoco. Sulla natura di questo "fuoco" sorsero presto molte discussioni, tra chi lo riteneva metaforico, non spiegandosi come un fuoco materiale potesse affliggere anime immateriali, e chi lo pensava materiale e in grado di affliggere le anime per misterioso volere divino.

Il cattolicesimo sostiene che varie e di diversa intensità sono le pene infernali, le quali mai conoscono mitigazione (anche se nel Medioevo si favoleggiò di ferie infernali, durante cui i dannati avrebbero goduto di un momentaneo alleggerimento della pena). Per ultimo, il dannato non può pentirsi dei suoi peccati e nulla è detto di preciso circa la sede dell'inferno.