La censura sui libri in Italia dal fascismo agli anni Settanta

L'idea che la censura sia stupida, e anche un po' inutile, è diffusa. Eppure, è difficile ritenere stupido un sistema di controllo come quello esercitato sui libri in Italia nel Novecento, che è rimasto attivo per molti anni, con pause e riprese, ed è riuscito persino a evolvere dal tempo della dittatura a quello della democrazia.

Dopo la gestione di epoca liberale — che conosce alcune durezze negli anni 1915-20 — la censura sui libri è usata, durante e dopo il fascismo, più come mezzo di gestione del potere che, come succedeva con L'indice cattolico dei libri proibiti, come sistema di controllo e di indirizzo delle coscienze: serve per imporre e rendere palesi scelte politiche, per delimitare l'azione di intellettuali (o industriali, gli editori) non allineati o, viceversa, per dare segnali e indicazioni a quelli «amici».

Fino al 1920 subisce diverse volte le «sbianchettature» dei censori anche il quotidiano di Mussolini, «Il Popolo d'Italia», e in diverse occasioni (meno durante la guerra) il duce si dichiara ostile alla censura: per esempio, nel dicembre 1929 ribadisce a papa Pio XI che in Italia «non esiste alcuna forma di censura preventiva su libri e giornali», formula ripetuta anche nei giomi della Repubblica Sociale. Con quella lettera Mussolini afferma ironico che il suo sistema di potere non usa l'imprimatur e non è censorio come quello della Chiesa. Il fascismo si vuole distinguere dal regime liberale che, con Nitti, aveva usato in modo pesante il controllo preventivo sui giornali, e soprattutto non vuole ammettere l'esistenza della censura perché significherebbe ammettere l'esistenza di un dissenso interno.

Per questo il fascismo continuerà sempre a ribadire di non aver praticato la censura, anche se si trattava di un'affermazione falsa. Il 13 dicembre 1924 è vietata —prima censura fascista conosciuta di un libro di una certa importanza e non «sovversivo» — la traduzione e l'importazione di un'opera di B. lbanez perché critica verso il re spagnolo Alfonso XIII, capo di un paese amico. Dell'agosto 1929 è il primo episodio di censura (incrociata peraltro con l'autocensura dell'editore) contro un libro di grande rilievo internazionale: Mussolini — poco tempo prima definito «pacifista» dai giornali stranieri — chiede all'editore Mondadori (e questi accetta) di non tradurre il celebre Niente di nuovo sul fronte occidentale di E.M. Remarque perché antimilitarista.

È di nuovo un atto ispirato dalla politica estera e, benché la richiesta non sia ufficiale, è nondimeno una indicazione esplicita per gli editori, che dopo di allora rallentano la pubblicazione dei libri «pacifisti». L'altalena nei confronti del bolscevismo e dell'URSS è un ulteriore esempio dell'ambiguità della censura fascista: nel 1930 Mondadori pubblica tranquillamente la biografia di Lenin scritta da V. Marcu (vietata in Germania e in Francia), ma due anni più tardi è censurata; solo nel 1933 sono invece vietate tutte le opere, ma in tedesco, del leader bolscevico; le opere di Gorki sono sequestrate e poi invece pubblicate, di nuovo sequestrate, ma una di esse esce ancora nel 1941; analoga sorte tocca a Stalin: nel 1933 sono vietate varie sue opere in lingua straniera, ma ne sono autorizzate altre in traduzione italiana, e negli anni 1935-37 sono emessi divieti di pubblicare caricature del leader sovietico.

II comunismo era un sistema politico che il fascismo aveva combattuto (ma non sempre); l'URSS invece era un paese con cui l'Italia e Mussolini stesso intrattenevano rapporti diplomatici ed economici.

Il 3 aprile 1934 Mussolini emana una circolare che dà ordine ai prefetti di vagliare in anticipo tutti i libri in uscita nella propria provincia: dodici anni dopo la presa del potere, la censura preventiva diviene realtà, ma solo grazie a una circolare. Se lo ritiene necessario, il prefetto può sequestrare opere pubblicate. Nel sistema di controllo è inserito l'ufficio stampa del duce, quello stesso che di lì a qualche anno si sarebbe trasformato in ministero della Cultura Popolare. All'origine della circolare è il romanzetto di un'autrice che, sotto lo pseudonimo di Mura, aveva pubblicato Sambadù amore negro: storia di amore e sesso tra un'italiana e un nero africano. Mussolini ha deciso che la politica razziale di un'Italia che sta per invadere l'Etiopia non può permettersi di pubblicare testi inneggianti agli incroci razziali e in questo modo usa il solito sistema, mette sull'avviso prefetti e questori, e con loro editori e scrittori. In seguito, la Cultura Popolare allestisce appositi uffici che controllano i libri sia italiani sia stranieri, anche tradotti (per le traduzioni la censura è sistematica a partire dall'aprile 1938). Il controllo diviene così capillare e preventivo.

Intorno alla censura libraria nasce dunque una piccola burocrazia di lettori, traduttori e censori, peraltro non sempre di atto livello.

Gli interventi (tagli e modifiche) — decisi anche secondo l'inclinazione personale dei singoli censori, tendenza i che si accentuerà nel corso del tempo — riguardano in particolare le descrizioni troppo esplicite di rapporti amorosi, i suicidi, gli aborti, l'esaltazione eccessiva di popoli e razze straniere; sono inoltre colpite le descrizioni meno che rispettose del fascismo e vengono in certi casi modificati passi più «ideologici», come alcuni che si riferiscono all'odiata Rivoluzione francese. Dal 1938 la censura accompagna esplicitamente le scelte razziste, e non solo perché vengono eliminati i libri di autori ebrei, ma anche perché viene resa sempre più attenta e scrupolosa la verifica dei contenuti in relazione ai temi sopra citati, che potevano confliggere con una seria politica razzista. Soprattutto dal 1939 entrano in vigore divieti sul trattamento ostile delle questioni tedesche e naziste.

Quanto agli effetti sulla letteratura italiana più affermata, non sono stati rilevanti. Si conoscono alcuni problemi avuti da E. Vittorini con il romanzo Il garofano rosso: a causa dei temi sessuali (l'iniziazione del giovane protagonista), dopo una prima pubblicazione su rivista viene vietata l'uscita in volume. Vittorini continua però ad avere ottimi rapporti, anche personali, con le autorità fasciste e nel 1942 pubblica un altro libro famoso, Conversazione in Sicilia, che malgrado le polemiche suscitate non è toccato dalla censura. E gli è consentito addirittura di pubblicare un'antologia di autori di un paese nemico, Americana, solo più tardi forse censurata.

Di un altro scrittore italiano, V. Brancati, è ritirato per immoralità, dopo la pubblicazione, un breve romanzo, Singolare awentura di viaggio (1934), e qualche taglio è imposto dallo stesso Mussolini a un'altra sua opera (Piave); ma nel contempo lo scrittore, come molti altri artisti coevi, viene sussidiato dal regime e dal duce in persona. Nel dopoguerra Brancati accennerà ai suoi personali trascorsi con la censura in Ritorno alla censura (1952). Ma dei finanziamenti non farà alcuna menzione.

Sempre più pesanti e puntigliosi diventano gli interventi nel mondo delle traduzioni. Tra gli altri, durante la guerra è vietata la pubblicazione di Proust, con promessa di «liberarlo» nel dopoguerra. I motivi delle censure sono sempre gli stessi: la razza, gli ebrei, il sesso e la morale, la religione e la Chiesa cattolica, i rapporti con la Germania, i suicidi e l'aborto. Le modifiche però sono talvolta anche difficili da valutare nel loro insieme perché gli stessi editori procedono con disinvoltura (in particolare Mondadori) all'autocensura e le traduzioni a volte vengono presentate al vaglio già purgate. L'Italia si riempie dunque di testi poco affidabili.

Partiti da una circolare, non si va molto oltre, perché la circolare del 1934, e quelle che seguiranno, non sarà mai trasformata in una legge vera e propria. I procedimenti restano allo stadio amministrativo e non si vuole farli assurgere a pubblico principio-guida.

Ciò spiega come mai nel dopoguerra è piuttosto facile spazzare via la censura libraria fascista: perché ufficialmente non esiste, non ci sono leggi da abrogare né affermazioni di principio da smentire. Quando il governo Badoglio, nel dicembre 1943, elimina il ministero della Cultura Popolare, il passo più importante è stato compiuto. È applicato un nuovo tipo di censura, quella militare degli Alleati, che stila nuovi elenchi di libri vietati, di cancellazioni (in particolare le apologie del fascismo distribuite in molti testi scolastici) e, fino all'ottobre 1945, esercita un controllo preventivo. Il principio liberale si impone comunque, in via definitiva, con l'articolo 21 della nuova Costituzione: «La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell'autorità giudiziaria». A quel punto, il traghettamento sembrava completo. La stampa del nostro paese era libera e il controllo, successivo alla pubblicazione, era riservato ai tribunali.

E in effetti sarà così. Ha fine la censura governativa, inizia (o ricomincia, come in epoca liberale) quella operata attraverso il potere giudiziario. La normativa fascista sul controllo dei contenuti, finalizzata a esaltare la «dignità di razza», si trasforma invece nell'intelaiatura di una nuova normativa contro l'osceno e l'immorale. La legge chiave su questo argomento (31 maggio 1946) è politicamente forte, perché firmata dal primo ministro democristiano A. De Gasperi e dal guardasigilli comunista P. Togliatti. Accanto a essa, conta soprattutto la normativa sul vilipendio delle istituzioni (compresa la religione cattolica) e quella sul falso in atto pubblico.

In realtà dopo la guerra ci vorrà un po' di tempo perché le procure e i tribunali intervengano a pieno ritmo, in Particolare contro le pubblicazioni oscene: nel 1946, ad esempio, Mondadori traduce L'amante di Lady Chatterley di D.H. Lawrence; ma il sequestro sopraggiunge solo un mese dopo l'uscita, quando la tiratura è ormai venduta per intero. Poco dopo, il tribunale assolve autore ed editore e il libro ne ricava notevole pubblicità: è l'inizio della fortuna dei libri sequestrati. La censura giudiziaria sortisce soprattutto dalle iniziative di diversi gruppi cattolici (a partire da Azione Cattolica) che si rivolgono alle procure per denunciare e bloccare libri «indecorosi» e che si fanno sempre più attivi via via che si rinforzano i governi che fanno pemo sulla Democrazia Cristiana, suscitando controffensive a sinistra. Comunque, parlare male dei censori non è facile.

V. Brancati, scrittore affermato, fa fatica a pubblicare il citato Ritorno alla censura (che è proprio contro la Democrazia cristiana e contro la proibizione da parte di G. Andreotti della sua opera teatrale La govemante, vicenda di omosessualità femminile); anche editori «progressisti» come Einaudi e Bompiani rifiutano quel libro che, alla fine, uscirà con Laterza.
Dopo una fase di incertezza e stasi, l'offensiva dei sequestri si scatena alla fine degli anni Cinquanta, in particolare con il sequestro e il famoso processo (1957) a D. Dolci, per la sua Inchiesta sulla Sicilia pubblicata dalla rivista «Nuovi Argomenti». Il motivo sono dieci righe ritenute oscene, ma si trasforma in una kermesse sulla Sicilia e sul suo governo. Dopo mesi, il testo viene assolto e rimesso in circolazione.

Nel successivo decennio si apre una stagione di frequenti sequestri, più evidente forse nel campo cinematografico che librario. Tra l'altro, bisogna ricordare che fino alla fine degli anni Sessanta è in vigore la normativa che impone di depositare alla dogana gli elenchi di tutti i libri stranieri importati, che alla fine arrivano alla Presidenza del Consiglio. Il controllo è dunque pressoché totale. Tra i testi colpiti: Le chiavi di San Pietro di R. Peyrefitte (1960); II ponte della Ghisolfa (1960) e L'Arialda (1961) di G. Testori; La noia di A. Moravia (1961); per oltraggio al pudore e vilipendio della rehgione persino i Canti della nuova Resistenza spagnola editi da Einaudi e curati da S. Liberovici, M. Straniero e M. Galante Garrone (1963), che vengono anche condannati a due mesi di detenzione. Nel 1962 è la volta di un «immorale» catalogo di quadri e incisioni di G. Grosz; nel 1966 di Tropico del Cancro di H. Miller (come già di Plexus nel 1958) e di La ragazza di nome Giulio di M. Milani. Finiscono nel mirino perfino classici come Boccaccio, Sade, l'Aretino.

Ma il sequestro giudiziario può avere ancora ragioni politiche: nel gennaio 1964 un pretore toglie di mezzo La storia della Repubblica di Salò di F.W. Deakin, edito da Einaudi, in seguito alla denuncia di un ex gerarca repubblichino; infine, nel 1992 la Rizzoli, su richiesta di un ex prefetto, senza dare spiegazioni manda al macero, ancor prima che esca, un libro di M. Palumbo sulle stragi italiane in Africa e nei Balcani. Del resto, nel campo della politica e della storia, l'editoria era già stata un campo di battaglia: basti pensare alla vicenda del Dottor Zivago di B. Pastemak, che nel 1958 fu al centro di intrighi di partiti e servizi segreti di vari paesi.

La dichiarazione, da parte cattolica, che l'Indice dei libri proibiti non ha più corso segna nel 1966 una svolta importante e riduce le denunce alle procure: è uno dei risultati del clima conciliare. I cambiamenti nel mondo cattolico hanno gran peso sull'evoluzione della censura; in sostanza, l'ultimo capitolo della sua storia italiana viene scritto tra la fine del 1976 e l'inizio del 1977, quando sono sequestrati, a seguito di una denuncia, Porci con le ali di M. Lombardo Radice e L Ravera e, subito dopo, Paura di volare di E. Jong. I tempi sono cambiati, la legge sul divorzio (1974) ha introdotto un modello di famiglia più libera; e in questi due casi la stampa, soprattutto di sinistra, trasforma i due libri in modelli d'epoca e le due vicende in battaglie per la libertà di stampa. All'assoluzione e al dissequestro fa seguito un enorme successo di vendite per entrambi i libri: così viene vanificato definitivamente il valore, e quindi il sistema, della denuncia giudiziaria e del sequestro.