La condizione della moglie e la sua ribellione



L’opera teatrale Casa di bambola (1879), dello scrittore norvegese Henrik Ibsen (1828-1906), divenne uno dei simboli della ribellione femminile nei confronti dell’autorità del marito, della morale religiosa e delle convenzioni sociali. Il titolo evoca la finzione che regna all’interno del “focolare” domestico, dove Nora, la protagonista, viene trattata, prima dal padre e poi dal marito, come se fosse una bambola, come un oggetto da curare e da vezzeggiare, ma che non ha sentimenti e pensieri propri, costretta cioè a fingere di essere sempre sorridente e felice. La donna è così costretta a nascondere le proprie opinioni personali, e d’altronde l’intero rapporto fra moglie e marito si fonda proprio sull’assenza di comunicazione. Di fronte a tutto ciò, forse per la prima volta in letteratura, la moglie ha il coraggio di rinunciare alla propria funzione-finzione sociale, per adempiere al dovere più sacro: quello verso se stessa e la sua felicità. In questo dramma le donne poterono leggere non solo la descrizione dell’infelicità che regnava nel loro matrimonio, ma anche quella della legittimità della propria ribellione.

Nora – Siamo sposati da otto anni. Ed è la prima volta che ci parliamo seriamente, come marito e moglie. Riflettici.
Helmer – Seriamente, sì... che vuoi dire?
Nora – Otto anni sono passati... e anche più, tenendo conto del periodo in cui ci siamo conosciuti, e in tutto questo tempo non ci siamo mai scambiata una parola seria su un argomento serio.
Helmer – Dovevo renderti partecipe forse delle mie pene, che non avresti potuto alleviare? Nora – Non parlo di sofferenze. Voglio dire che mai, in nessuna occasione, noi abbiamo cercato di discutere, di riflettere insieme sulla realtà delle cose.
Nora – Eccoci al punto! Non mi hai mai capita... Siete stati molto ingiusti con me, Torvald; papà prima, tu dopo.
Helmer – Come?... Noi che ti abbiamo voluto un bene infinito?
Nora (scuotendo la testa) – Non mi avete mai voluto veramente bene. Vi divertiva rimanere in adorazione davanti a me, ecco tutto.
Helmer – Che significa questo modo di parlare?
Nora – È così, Torvald: quando stavo con mio padre, egli mi esponeva le sue idee, e io le condividevo. Se pensavo diversamente, non me ne facevo accorgere. La cosa lo avrebbe contrariato. Mi chiamava la sua piccola bambola, e giocava con me, come io giocavo con le mie bambole. Poi, sono entrata in casa tua...
Helmer – Adoperi delle strane espressioni per parlare del nostro matrimonio.
Nora (senza lasciarsi interrompere) – Voglio dire che dalle mani di mio padre, sono passata nelle tue. Tu hai sistemato tutto secondo i tuoi gusti, e io li condividevo, o almeno facevo finta di accettarli. Non lo so. Forse un po’ una cosa, e un po’ l’altra. Se guardo al passato, mi sembra di essere vissuta qui come una mendicante: alla giornata. Per guadagnarmi da vivere ho dovuto fare delle piroette per te, e questo ti divertiva tanto? Tu e papà avete molti torti con me. È colpa vostra se sono diventata un nulla.
Helmer – Sei assurda, Nora. Assurda e ingrata. Non sei stata felice in questa casa?
Nora – Mai. Credevo di esserlo, ma non lo sono mai stata.
Helmer – Non eri... Non eri felice?
Nora – No: soltanto allegra, ecco. Eri molto carino con me: ma la nostra casa non è stata altro che un luogo di ricreazione. La mia vita? Con mio padre, una bambola-figlia; con te, una bambola-moglie. E i nostri figli, le mie bambole! Mi divertivo quando giocavi con me, come loro si divertono quando giocano con me. Ecco cos’è stata la nostra unione, Torvald. [...]
Helmer – Abbandonare il tuo focolare, tuo marito, i tuoi figli? Non pensi a quello che dirà la gente?
Nora – Questo non basta a trattenermi dal farlo. So soltanto che non c’è altra soluzione per me.
Helmer – Tutto questo è rivoltante! Così, sei pronta a tradire i tuoi doveri più sacri?
Nora – Che intendi per sacri doveri?
Helmer – E debbo dirtelo io? Quelli che hai verso tuo marito e i tuoi figli.
Nora – Ne ho altri non meno sacri.
Helmer – Non è vero. Di quali doveri parli?
Nora – Dei doveri verso me stessa.
Helmer – Prima d’ogni altra cosa, tu sei sposa e madre.
Nora – Non credo più a questi miti. Credo di essere anzitutto un essere umano, come lo sei tu... o che almeno devo sforzarmi di diventarlo. So che la maggioranza degli uomini ti darà ragione, e che anche nei libri dev’esserci scritto che hai ragione. Ma io non posso ascoltare gli uomini, né badare a quello ch’è stampato nei libri. Ho bisogno di idee mie e di provare a vederci chiaro.

H. Ibsen, Casa di bambola, trad. it. di L. Chiavarelli, Newton Compton, Roma 1973, pp. 742-744.