|
Le biblioteche digitali — repertori di documenti digitali, talvolta
muttimediali (testi, ipertesti, immagini, file musicali ecc.), disponibili
on-line e consultabili tramite appositi strumenti di gestione e di ricerca
— costituiscono oggi una realtà decisamente interessante. Le potenzialità
e i vantaggi sono indiscutibili: una biblioteca digitale garantisce e
implementa i servizi forniti da una biblioteca tradizionale, consentendo
la consultazione libera, senza vincoli di tempo e di spazio, a un numero
infinito di lettori (anche contemporaneamente), con costi di mantenimento
irrisori. I documenti vengono archiviati in formati versatili, diffusi e
possibilmente indipendenti da sistemi hardware e software, sono mantenuti
costantemente aggiornati e quindi sempre "leggibili", al passo con i
progressi tecnologici. Inoltre, nelle biblioteche digitali vengono
automaticamente a cadere quelle barriere architettoniche che ancora
impediscono l'accesso ai portatori di handicap e appositi sistemi di
screen reading consentirebbero anche agli ipovedenti di consultare il
materiale e navigare nel sito.
La costruzione della biblioteca digitale è tuttavia meno immediata, poiché
richiede consistenti investimenti iniziali, per la digitalizzazione dei
documenti così come per la progettazione di database polifunzionali,
adatti all'archiviazione, alla ricerca secondo più chiavi e alla
consultazione. I principali sistemi per la creazione dei documenti sono
l'inserimento diretto dei testi (molto lungo e soggetto a numerosi errori,
come capitava agli antichi amanuensi), la scansione come immagini (adatta
soprattutto per testi illustrati e miniati, che vengono così restituiti
nel loro splendore originale, o quasi), la scansione OCR (che tramuta le
immagini di partenza in testi e costituisce il sistema più pratico).
Numerose biblioteche pubbliche, specialmente in ambito anglosassone, hanno
avviato progetti di digitalizzazione per affiancare al repertorio cartaceo
un archivio on-line consultabile a distanza, rendendo in tal modo
disponibili anche testi antichi, unici o rari, di solito accessibili solo
agli studiosi. È il caso della British Ubrary, che tramite l'opzione
«Turning the page» (http://www.bl.uk/onlinegallery/ttp/ttpbooks.html)
permette di sfogliare, come se fossero veri e propri libri sullo schermo,
i taccuini di Leonardo da Vinci, i manoscritti di Jane Austen, due copie
della Bibbia stampata da Gutenberg e la versione digitale della Magna
Charta Libertatum.
Progetti simili sono stati realizzati anche in Italia: la biblioteca
Braidense di Milano, per esempio, (http://www.braidense.it/digitale.html),
grazie a un finanziamento del ministero per i Beni e le Attività culturali,
ha messo on-line parte dei suoi fondi, comprendente fra l'altro anche una
sezione dedicata alla letteratura in dialetto milanese.
Nel caso in cui invece la biblioteca digitale non disponga di
finanziamenti pubblici o filantropici, deve appoggiarsi sul lavoro e sul
sostegno dei volontari. È questo forse l'aspetto più innovativo della rete:
la biblioteca online non è solo un luogo di consultazione, ma richiede il
contributo attivo dei suoi utenti per fornire e inserire documenti. È la
stessa "filosofia" che ha ispirato la creazione dei siti di scambio peer
to peer— dove l'utente è chiamato a condividere il proprio patrimonio e a
metterlo a disposizione della comunità, in un rapporto di continuo
interscambio — o l'ambizioso, ma non privo di risvolti problematici,
progetto di «Wikipedia».
La prima iniziativa del genere si deve a Michael Hart, che nel 1971 avviò
il «progetto Gutenberg» (http://www.gutenberg.org), con lo scopo di
conservare e condividere il patrimonio culturale mondiale. Il primo testo,
digitato dallo stesso Hart, fu la Dichiarazione d'indipendenza americana;
da allora, centinaia di volontari si sono awicendati a scansire o copiare,
creando a tutt'oggi un archivio di ventimila testi disponibili e
scaricabili gratuitamente on-line. A più di vent'anni di distanza, nel
1993 è nato in Italia il «progetto Manuzio» (www.liberliber.it) che
raccoglie testi italiani classici e moderni. Entrambi i progetti, come
molti altri analoghi, in osservanza delle leggi esistenti in materia,
possono gestire solo testi fuori diritto d'autore, o la cui pubblicazione
e consultazione on-line è espressamente autorizzata.
Questi sono solo alcuni esempi della diffusione e della varietà di
iniziative rintracciabili sotto il nome di biblioteca digitale.
Sponsorizzate o autofinanziate, gratuite o a pagamento, generiche o
specialistiche, testuali o multi-mediali, accademiche e non, esse
costituiscono una realtà in continua espansione. Prova ne è la nascita di
«Babelot» (http://www.babelot.com), un portale multilingue che funge da
motore di ricerca nel catalogo di venticinque biblioteche digitali
aderenti al progetto. Tramite un'interfaccia semplificata, l'utente invia
la propria richiesta e «Babelot» fornisce i link a tutte le biblioteche in
possesso del testo richiesto nella lingua prescelta. L'esistenza stessa di
questo portale, se da un lato testimonia il crescente successo delle
biblioteche digitali (il «progetto Manuzio» ha 250.000 utenti ogni mese,
il «progetto Gutenberg» conta 2 milioni di download al mese), dall'altro
evidenzia anche la ripetitività e la sovrapposizione delle iniziative.
Infatti, la mancanza di un coordinamento sovrastrutturale rischia di
disperdere fondi ed energie in progetti frammentati e fra loro
incomunicanti: una volontà comune e lungimirante potrebbe permetterebbe la
costruzione di un'unica biblioteca di riferimento, con un catalogo
ricchissimo — e senza "doppioni" — e criteri di archiviazione e gestione
standardizzati per una consultazione ottimale, che preservi nel presente e
nel futuro il patrimonio culturale e lo renda dawero disponibile a tutti.
|