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LE SPEDIZIONI DI COLOMBO E LE POSIZIONI DELLA CHIESA

Quando Colombo sottopone i suoi progetti di viaggio alla commissione di teologi riunita da Ferdinando il Cattolico, re d'Aragona, e da Isabella regina di Castiglia, molti di quei dotti ritengono inattuabile tale navigazione, obiettando che essa si sarebbe addentrata nella zona torrida, intollerabile per il suo clima, e per di più si sarebbe avventurata nei pressi dell'equatore, con il rischio di precipitare fuori dal mondo.

La progressiva conoscenza del Nuovo Continente (la notizia delle esplorazioni di Amerigo Vespucci si diffonde fin dal primo decennio del Cinquecento) mette in crisi quelle certezze, che nondimeno tardano a scomparire del tutto. Inoltre, considerata sotto l'aspetto religioso, la scoperta pone altri problemi sconcertanti. Per la Bibbia tutti gli uomini derivano da Adamo, ma è difficile pensare che un discendente del progenitore abbia popolato quelle terre lontane e sconosciute. Anche più arduo, poi, è risolvere un problema posto dalla narrazione neotestamentaria della Pentecoste, per cui il Verbo di Cristo - come aveva ribadito san Paolo (Romani 10,18) - era stato diffuso a tutti gli uomini fino agli estremi confini del mondo, tanto che non professavano quella fede solamente coloro che l'avevano scientemente rifiutata: di qui la possibilità di punirli, riducendoli in servitù. Ma gli abitatori di quei Paesi di là dall'oceano, separati da così grande estensione di acque, non potevano essere stati raggiunti dagli apostoli: come devono essere dunque considerati? La risposta più comoda per i conquistatori è di ritenerli estranei alla discendenza di Adamo, privi di anima, alla stregua delle bestie, e quindi passibili di essere annientati o fatti schiavi: come è noto, la distruzione di quelle popolazioni, facilitata dalle epidemie dilaganti per mancanza di immunizzazione, viene anche operata largamente dagli Europei, non tanto con massacri, quanto con lo sfruttamento inumano e con i cambiamento radicale delle abitudini di vita.

Il dibattito su quel problema teologico si prolunga, impegnativo e difficile, e ha come maggiori protagonisti l'umanista aristotelico Ginés de Sepùlveda, sostenitore dell'inferiorità naturale degli indigeni, e il domenicano Bartolomé de Las Casas, che sostiene la causa degli Indios. Una riunione di teologi, indetta dall'imperatore e re di Spagna Carlo V nel 1550 per dirimere la controversia, non approda ad alcun risultato; se la Chiesa finisce con l'abbracciare le tesi di Las Casas sviluppando una vasta opera di evangelizzazione, i colonizzatori perdurano nel convincimento della naturale inferiorità degli indigeni, sfruttandone la manodopera soprattutto nelle miniere, e più tardi nelle coltivazioni, finché lo stesso scarso numero dei superstiti li spinge a ricorrere alla tratta degli schiavi africani. Un'altra considerazione sulla natura degli Indios - senza peraltro alcuna positiva conseguenza pratica per loro - viene sviluppandosi: si tratta del mito del "buon selvaggio", che trova i suoi prodromi già negli appunti di Colombo, nell'iniziale entusiasmo per quella che giudica l'innocenza naturale delle popolazioni appena scoperte. Forse l'enunciazione più limpida e matura di questo giudizio sugli abitanti del "mondo bambino", trovato da poco, è nei Saggi del filosofo francesce Montaigne: egli avrebbe voluto che quella "così nobile conquista" fosse stata compiuta da Alessandro Magno o dai Romani, per non essere svilita e imbarbarita, come era avvenuto con gli Spagnoli.

LE CONSEGUENZE DELLA CONQUISTA E DELLA COLONIZZAZIONE

È difficile esagerare le conseguenze catastrofiche che la conquista e la colonizzazione hanno sulle popolazioni americane. Da qualsiasi punto di vista, politico, culturale, economico e demografico, l'impatto con l'Europa risulta molto più disastroso per queste popolazioni di quanto non lo sia per le popolazioni asiatiche giunte a contatto con i Portoghesi, e anche per le popolazioni africane, che pure sono fatte oggetto della tratta degli schiavi. L'andamento demografico è forse quello che meglio può dare un'idea della portata della catastrofe. Nel complesso, il continente americano alla vigilia della conquista conta circa 80 milioni di abitanti, in gran parte concentrati nelle aree delle grandi civiltà azteca, maya e inca. Nel Seicento il continente americano ospita forse 15 milioni di abitanti nonostante l'immigrazione di coloni bianchi e di schiavi neri. L'America spagnola in particolare conta una decina di milioni di abitanti. Il crollo si consuma quasi interamente nei primissimi tempi della conquista.

Come spiegare una catastrofe che sia in termini assoluti sia relativi non ha probabilmente eguale nella storia dell'umanità? Il genocidio di intere popolazioni non è stato intenzionale: la conquista è certamente molto violenta, ma la manodopera è troppo preziosa per volerla distruggere. Le ragioni del crollo vanno quindi ricercate nella diffusione di epidemie di ogni tipo tra popolazioni che erano rimaste a lungo isolate dal resto del mondo. Agenti patogeni di scarsa pericolosità per gli Europei - morbillo e influenza - si rivelano micidiali per gli indigeni, senza contare altre malattie come ad esempio il vaiolo. Batteri e virus si rivelano i migliori alleati dei conquistadores e spesso li precedono. Molte popolazioni sono decimate dalle malattie europee prima di avere mai visto un bianco. Accanto alle epidemie bisogna considerare naturalmente lo sfruttamento intenso cui sono sottoposti gli indigeni e il crollo del loro sistema sociale e culturale: in definitiva, la completa destrutturazione della loro civiltà.

Dall'inizio del Cinquecento l'America spagnola - e portoghese - entra a far parte integrante del sistema economico europeo e la sua economia viene radicalmente modificata. In questa economia-mondo in via di definizione, il Nuovo Mondo occupa però una posizione periferica e subordinata, quella di fornitore di un particolare tipo di materia prima, i metalli preziosi e, secondariamente, di altri prodotti come lo zucchero. Questo ruolo, a benefìcio di un ristretto numero di coloni, implica il ricorso a forme di sfruttamento coercitivo della manodopera quali la schiavitù dei neri nelle piantagioni o le prestazioni lavorative coatte degli indigeni nelle miniere.

Come ha scritto lo storico francese Pierre Chaunu, "l'oro e l'argento d'America sono un mezzo per trasferire verso l'Europa una piccola frazione del potenziale economico delle decine di milioni di uomini che formano l'enorme varietà delle popolazioni indie d'America. Mezzo crudele e barbaro, di un rendimento ridicolmente basso". La prima fase, quella dello sfruttamento delle risorse aurifere delle isole caraibiche, verso il 1520 può dirsi conclusa e le colonie americane devono cercare nuovi prodotti da inviare in Europa, dalla quale dipendono per gran parte delle loro necessità. Le isole trovano nella produzione di cuoio una prima soluzione. Al rapido declino della popolazione indigena fa riscontro l'aumento del numero di capi di bestiame bovino. La soluzione più duratura però sono le piantagioni di canna da zucchero, numerose a partire dal terzo decennio del secolo. Una soluzione questa che viene adottata in seguito anche dal Brasile portoghese.

È la diffusione dell'economia di piantagione - e la crisi demografica degli Amerindi - a determinare l'avvio della tratta degli schiavi dall'Africa. Con la sottomissione dei grandi imperi del continente, i rapporti fra America coloniale ed Europa entrano in una nuova fase dominata dall'esportazione di metalli preziosi. Dopo la metà del Cinquecento, l'Impero spagnolo trova nell'argento e nell'oro la sua ragion d'essere, come quello portoghese nelle spezie. Le prime importanti quantità d'argento provengono dal Messico, ma la vera svolta si ha con 'introduzione del processo di estrazione dell'argento tramite 'amalgama di mercurio verso il 1560. Questo mutamento tecnico coincide con l'entrata in scena su vasta scala del Perù come produttore d'argento. Il centro della produzione d'argento peruviana è il Potosì, i cui giacimenti vengono scoperti nel 1545. Nei dintorni dei giacimenti del Potosì, a 4 mila metri di quota, in condizioni estremamente difficili, vivono alla fine del Cinquecento 120 mila persone, in maggioranza indigeni impiegati nel micidiale, e coatto, lavoro di estrazione. Alla fine del secolo, i metalli preziosi rappresentano il 95 percento in valore delle esportazioni del Nuovo Mondo verso l'Europa. Le esportazioni di metalli preziosi americani rappresentano un valore doppio dell'intero commercio cerealicolo nel Mediterraneo. Negli scambi fra Americhe ed Europa, L'Avana e Siviglia rappresentano i punti di partenza e di arrivo. I convogli organizzati dalla Spagna a partire dal 1542 partono infatti da L'Avana e giungono a Siviglia, la vera "capitale" dell'impero.

Il monopolio della Corona spagnola si arresta però a questo punto e dopo Siviglia entra in gioco tutta l'Europa. La città europea che meglio sa approfittare dell'enorme espansione dei traffici è Anversa, alla foce della Schelda. L'oro americano non si ferma infatti nella penisola iberica. La Spagna non è in grado di soddisfare la domanda proveniente dai coloni americani e deve quindi acquistare prodotti da tutt'Europa. Inoltre la Spagna imperiale del Cinquecento è impegnata in uno sforzo politico e militare che assorbe un'enorme quantità di risorse. Lo scoppio della rivolta dei Paesi Bassi nel 1579 determina però il declino di Anversa che in molte delle sue funzioni viene sostituita da Genova. Sono Genovesi i finanzieri -gli hombres de negodos - che forniscono agli Asburgo il denaro necessario per combattere sui numerosi fronti in cui sono impegnati, tra i quali, appunto, quello olandese.