Morfologia e retorica
dell'anticristo
Se si dà una figura che,
per antonomasia, ha identificato nella cultura occidentale il nemico, questa
è certamente quella dell'anticristo: non un qualsiasi avversario, bensì
l'antagonista dello scontro decisivo che si consumerà nei tempi finali della
vicenda di questo mondo. Da una tale identificazione si è ingenerata una
delle retoriche più efficaci e perciò sfruttate nel corso dei secoli per la
caratterizzazione ultimativa del nemico che di volta in volta ci si trovava
a combattere, fosse l'impero o l'imperatore, il papa o Lutero, lo zar o il
dittatore di turno. Non è quindi senza significato, cercare di cogliere come
e quando abbia preso forma per la prima volta un simile strumento per
l'individuazione e la costruzione di una tale figura.
Al proposito, la corrente storiografica prevalente e consolidata considera
che in essa confluisca tutta una serie di precedenti tradizioni e idee,
riconducibili ad un mito cosmico-escatologico che affermava l'incombenza e
l'ineluttabilità dello scontro finale contro un nemico di origine sovrumana
(il drago del mito babilonese). In questa luce, l'anticristo dei cristiani
non sarebbe altro se non l'ultima e più articolata declinazione di una tale
vicenda, variamente espressa nell'Antico e soprattutto nel Nuovo Testamento,
nelle sezioni apocalittiche dei vangeli sinottici, nella seconda lettera ai
Tessalonicesi e in special modo nell'Apocalisse.
Se però si abbandona una tale precomprensione e non si dà per scontata
l'esistenza di una generica "idea dell'anticristo" nelle grandi tradizioni
religiose e in quella biblica in particolare, bensì si resta saldamente
ancorati ai testi degli autori cristiani dei primi secoli in cui il termine
"anticristo" effettivamente compare, si potrà osservare come la creazione
dell'"anticristo" non si comprenda al di fuori del formidabile conflitto
ermeneutico che nel corso del II secolo oppose i giudei ai cristiani e
divise gli stessi cristiani - tra cui vanno ricompresi anche gli gnostici e
i seguaci di Marcione, che solo dopo l'affermazione della chiesa episcopale
potranno essere derubricati a «eretici» - riguardo a fondamentali questioni
tanto cristologiche, quanto escatologiche: la natura del Regno annunziato da
Cristo, il significato della sua attesa e i tempi della sua venuta, il
ritardo della parusia e gli avvenimenti destinati a precederla.
In questo senso, allora, l' "anticristo" si viene delineando in un preciso
tornante storico tra la fine del II e l'inizio del III secolo, al crocevia
di conflitti interni ed esterni vissuti dalle comunità cristiane. Il dato
qui più interessante è che alla soluzione di tali conflitti abbia
contribuito la costruzione della figura di un "nemico", la cui collocazione
è però dislocata in un futuro tutt'altro che prossimo; per i cristiani
sottoposti ora alle persecuzioni del potere imperiale ora a conflitti
scismatici ed eresiologici, la retorica dell'anticristo rappresentò
paradossalmente un sostegno fondamentale: sapere che i mali con cui essi
avevano a che fare erano i medesimi che gli eletti avrebbero dovuto
affrontare contro l'ultimo nemico, in vista della imminente e definitiva
liberazione, non poteva che essere motivo di consolazione e di resistenza di
fronte all'infuriare della tribolazione.
Se infatti ci si muove in una prospettiva scevra da precomprensioni testuali,
si vede come l'"anticristo" di cui si parla nelle lettere di Giovanni (unico
luogo del Nuovo Testamento in cui compaia il termine) non sia una generica
figura antimessianica, analoga o riassuntiva di quelle presenti nella
letteratura precedente o coeva, ma indichi specificamente chi si oppone alla
esatta comprensione della persona storica di Gesù Cristo e alla fede a ciò
connessa; se davvero, come vorrebbe la linea interpretativa predominante,
l'autore della prima lettera di Giovanni avesse condiviso l'idea, largamente
diffusa, della figura escatologica antimessianica non si vede perché avrebbe
dovuto ricorrere al conio di un termine così peculiare. Viceversa, se testi
più o meno coevi come la Didaché, oppure di poco posteriori come il Dialogo
di Giustino, davvero si riferissero (implicitamente) al medesimo concetto e
rimontassero ad un sostrato comune, risulterebbe ben strana l'assenza in
essi della benché minima traccia del termine anticristo, che compare solo ad
opera di Ireneo, cioè nella seconda metà del II secolo. In realtà, l'unico
altro scritto in cui il termine è presente, immediatamente posteriore
all'epistolario giovanneo e da questo con ogni probabilità dipendente, la
lettera ai Filippesi di Policarpo di Smirne, non ne mostra alcuna
implicazione escatologica, e anzi lo lega ancora una volta ad una specifica
polemica dottrinale, del tutto in continuità con l'interpretazione che viene
qui avanzata dell'epistolario giovanneo.
Al momento della sua comparsa, dunque, il termine "anticristo" non pare
avere alcuna connotazione escatologica né essere direttamente riconducibile
alla vasta congerie di temi, tradizioni e testi che si agitavano nel mondo
ebraico, o più generalmente mediorientale, in relazione alle speculazioni
escatologiche o messianiche. Ancora alla coscienza di autori della prima
parte del III secolo era ben presente il preciso significato eresiologico
del termine "anticristo" dell'epistolario giovanneo, come confermano due
passi del trattato di Tertulliano Sulla prescrizione degli eretici, datato
al 200-202, di cui il secondo costituisce un vero e proprio catalogo delle
eresie correnti all'epoca apostolica. Pure Origene, redigendo tra il 240 e
il 250 il suo commento al Vangelo di Matteo (nella parte che qui interessa
giuntoci grazie ad una traduzione latina, nota come Commentariorum series in
Matthaeum), si limita ancora ad associare il significato dell'espressione ad
alcune specifiche eresie, estendendolo più in generale ad ogni
interpretazione deviante ed ereticale della Scrittura.
E' del tutto evidente, però, come questa originaria linea di utilizzo del
termine "anticristo" sia risultata residuale a partire proprio dal terzo
secolo, per essere progressivamente marginalizzata da un uso del termine che
individuava invece una precisa figura escatologica che si opponeva alla
venuta di Cristo alla fine dei tempi, quella appunto dell'"anticristo".
Decisivo diventa dunque individuare quando e perché - e se possibile ad
opera di chi - sia stata operata la sovrapposizione della tematica
escatologica ad un termine che, invece, nasce e persiste con tutt'altra
connotazione.
A parere di molti, è stato Ireneo, vescovo di Lione nelle Gallie negli
ultimi decenni del secondo secolo, ad elaborare i tratti della sua figura
anticristica in stretta correlazione con la polemica cristologica da lui
condotta contro lo gnosticismo e il marcionismo in particolare, e per questa
via giunse ad utilizzarla anche per la costruzione di un'escatologia in
competizione con quella giudaica.
Dal punto di vista della cronologia, la discontinuità segnata da Ireneo può
essere confermata dall'esame della testimonianza di Celso che, all'incirca
nei medesimi anni della stesura dell'opera ireneana, compose un articolato e
ben informato scritto polemico contro i cristiani (il Discorso vero), da cui
si può cogliere come a quell'altezza di tempo l'avversario trascendente cui
si riferivano i cristiani fosse del tutto genericamente il Satana della
tradizione biblica, non invece una specifica figura antimessianica, né
quindi tantomeno l'Anticristo. Curioso indagatore di giudaismo e
cristianesimo, buon conoscitore degli scritti e delle diverse articolazioni
dei due mondi religiosi, Celso ne coglie il rapporto di derivazione e, sul
punto che qui interessa, sostiene la provenienza dell'avversario del Figlio
di Dio di cui parlano i cristiani dal concetto giudaico del Satana. Sul
fondamento poi del discorso escatologico di Gesù (Ev. Matth. 24 e paralleli),
destinato a diventare centrale in tutta la speculazione cristiana
sull'Anticristo, Celso lega la genesi dell'idea che sta criticando alle
effettive persecuzioni subite dai cristiani: essi, ammoniti e così
turlupinati in anticipo da Gesù, attribuiscono a Satana le persecuzioni da
cui sono afflitti al momento presente. A sua volta, il satana/diavolo
biblico nascerebbe da una maldestra interpretazione dei più antichi, e
perciò più autorevoli, miti teogonici della tradizione greca, tra cui spicca
quello dei Titani. Il riferimento a questo e ad altri combattimenti celesti
della tradizione teogonica mostra come Celso fosse consapevole delle
implicazioni apocalittiche che i cristiani assegnavano al conflitto di Gesù
e dei cristiani contro Satana; se solo avesse avuto sentore dell'esistenza
di un "anticristo" in questo specifico contesto ben difficilmente ne avrebbe
taciuto, dato che la sua argomentazione ne sarebbe uscita rafforzata e Gesù
ben più ridicolizzato. In ogni caso, in nessun modo si può trarre da questo
passo di Celso la conferma dell'esistenza di un mito anticristico, in quanto
risulta univoca l'identificazione da parte di Celso dell'avversario di
Cristo con Satana. Nella sua risposta di circa settant'anni posteriore,
Origene gli obietterà di lasciare da parte la dottrina dell'anticristo; e in
effetti Celso non solo non la conosceva, ma neppure poteva conoscerla.
Trascorrendo dal "quando" al "perché" della comparsa della figura
dell'Anticristo, è possibile seguirne la progressiva genesi nel corso dei
cinque libri della vasta opera di Ireneo, che inizia quale confutazione
delle false dottrine gnostiche, come dichiarato dal titolo, per risolversi
nella prima esposizione sistematica della teologia cristiana, al cui culmine
si colloca l'escatologia delineata negli ultimi capitoli dello scritto.
Pure in Ireneo persistono consistenti tracce della funzione eresiologica del
termine anticristo; ancora nel mezzo del terzo libro, polemizzando come già
Policarpo contro le posizioni docetiste, che ritenevano soltanto apparenti
le sofferenze di Cristo sulla croce, Ireneo ricorre alla definizione di
anticristo delle lettere di Giovanni per bollarne i sostenitori e mettere in
guardia il proprio gregge. Questo terzo libro è consacrato alla confutazione
delle dottrine gnostiche e marcionite, e consiste in una sistematica
esposizione dei luoghi, tratti dall'Antico e dal Nuovo Testamento, che
sostengono le obiezioni mosse da Ireneo, che risulta così il primo autore
cristiano a porre in organica connessione le due parti della Scrittura.
Quasi incidentalmente, a III 6,5-7,2 Ireneo viene a contestare
l'interpretazione che da parte ereticale veniva data di alcuni luoghi
paolini, in particolare della seconda lettera ai Tessalonicesi; è in questo
contesto che si opera la prima, esplicita identificazione dell'Anticristo
con «l'empio» che si oppone a Dio e si innalza sopra ogni altra realtà,
figura che a sua volta Paolo riprendeva dalla tradizione apocalittica del
libro di Daniele. Grazie alla testimonianza di Tertulliano (Tert., Adv.
Marc. V 16,4-7), possiamo arguire che il passo di II Ep. Thess. 2,8 s.,
veniva utilizzato da Marcione per sostenere che il Demiurgo, cioè il dio
cattivo dell'Antico Testamento avverso al Dio buono annunciato da Gesù,
ingelositosi del vero Cristo apparso sulla terra, ne avrebbe inviato uno
proprio caratterizzato dal potere satanico. Ireneo propone una lettura di
questo passo imperniata sulla considerazione del modo di scrivere proprio
dell'apostolo, che lo porta a fornire, a suo dire, la vera interpretazione
di questo, come di altri passi. Ireneo è il primo autore cattolico di cui
possediamo una citazione della seconda ai Tessalonicesi, in un contesto di
esplicita polemica antimarcionita e antignostica; da ciò e dalla ricordata
testimonianza di Tertulliano possiamo dedurre che gli gnostici e i
marcioniti dovevano far uso di questo testo paolino per sostenere volta a
volta l'esistenza di più dèi sopra cui si sarebbe innalzato l'empio (II Ep.
Thess. 2,4) o la futura comparsa di un inviato del demiurgo in opposizione
allo stesso Cristo. In un simile quadro, mentre rivendica l'interpretazione
ortodossa del testo paolino, Ireneo compie di fatto due operazioni gravide
di conseguenze: da un lato, riconduce una figura sin lì problematica del
pensiero paolino, quella appunto dell'oppositore di II Ep. Thess., ad
un'altra, specifica categoria di uso corrente nel dibattito eresiologico,
l'anticristo giovanneo, cui avrebbe fatto ricorso ancora pochi paragrafi
dopo; dall'altro, distingue la generica azione di Satana contro Cristo e i
suoi fedeli dalla specifica opposizione del soggetto satanico di II Ep.
Thess. così ridefinito, la cui azione si colloca ancora, come in Paolo, in
un contesto non ben precisato tra presente e futuro. Come Ireneo sia giunto
a questa sovrapposizione, che costituisce una soluzione ad uno specifico
problema esegetico posto da un'istanza esterna, l'interpretazione
gnostico-marcionita di Paolo, rappresenta un interrogativo che è possibile
sciogliere alla luce del contesto storico in cui il vescovo di Lione si
trovò ad operare e di cui troviamo una traccia decisiva nel primo libro
della sua opera, laddove si viene a parlare di Marco Mago, allievo dello
gnostico Valentino, la cui setta era attiva proprio nelle Gallie in quel
periodo. Il passo di I 13,1, ci è conservato anche nell'originale greco,
oltreché nella versione latina che ci ha trasmesso l'intera opera ireneana;
vi si definisce Marco «quasi un vero precursore dell'anticristo»; ma una
tale definizione non ha origine da Ireneo, che la trae da uno scritto
polemico in versi contro il medesimo Marco Mago, opera di un non meglio
precisato «divino vecchio e araldo della verità», esponente di quella
tradizione profetico-presbiterale cui si rifà Ireneo per legittimare le
proprie posizioni teologiche. Poco più avanti[6], infatti, Ireneo riporta il
passo in questione, che suona: «O Marco, fabbricatore di idoli e esaminatore
di prodigi, esperto di astrologia e di arte magica, con cui sostieni gli
insegnamenti del tuo inganno, mostrando prodigi a quelli che sono ingannati
da te, opere di una forza che conduce all'apostasia, che sempre ti consente
di compiere il padre tuo satana, grazie alla potenza angelica di Azazel,
trovando in te un precursore della nequizia avversa a Dio». E' evidente
nelle parole del «divino vecchio» la presenza simultanea di elementi della
tradizione apocalittica giudaica, sino alla potenza angelica di Azazel, e di
tratti più squisitamente cristiani; ma decisivo è osservare come, in un
contesto connotato da elementi che saranno poi costantemente declinati in
chiave escatologica (le azioni magiche, i prodigi e gli inganni, l'apostasia
provocata da Satana, il ruolo precorritore), il composto che indica
opposizione sia il generico antitheos (lett. «antidio»), laddove tutto
parrebbe indicare che ci sia ogni condizione perché vi compaia il termine
Anticristo; se ciò non accade, se ne deve dedurre che al tempo del «divino
vecchio» (il cui attacco a Marco è posteriore alla metà del II secolo e
quindi non molto lontano dall'epoca di composizione degli scritti di Celso e
di Ireneo), l'anticristo escatologico non esisteva ancora, e la stessa
teoria dell'opposizione satanica a Dio, legata a prodigi magici e
produttrice d'apostasia, presentava caratteri escatologici alquanto confusi,
se pure li presentava, nel caso specifico fortemente giudaizzanti per la
menzione di Azazel. E' dunque Ireneo che modifica l'espressione utilizzata
dal «divino vecchio», riconducendola da una generica opposizione a Dio ad
una specifica a Cristo, in linea con la tradizione giovannea e con gli
intenti specifici della propria opera (un trattato antiereticale), senza
caricarne il significato in senso escatologico. Se dunque dovesse ad altri
la propria dottrina dell'Anticristo escatologico, Ireneo non l'avrebbe
comunque tratta da quella tradizione dei presbiteri profeti cui appartiene
anche il «divino vecchio» e a cui il vescovo di Lione sistematicamente
riconduce i tratti più impegnativi delle proprie dottrine; ma allora,
piuttosto che postulare una derivazione di cui non si riescono ad
individuare le tracce, è decisamente più logico affermarne una genesi
interna alla stessa riflessione ireneana.
Il ripensamento esegetico di cui abbiamo traccia nel terzo libro, pur
accompagnandosi ancora alla persistenza dell'uso eresiologico, apre la
strada per una nuova caratterizzazione del termine "anticristo". Uno degli
assi portanti della costitutiva forza dell'impresa dottrinale di Ireneo è,
come detto, rappresentato dalla sistematica connessione istituita tra Antico
e Nuovo Testamento, per cui il primo trova la sua piena realizzazione e la
sua completa esplicazione nel secondo. Viene così a comporsi il disegno di
quella «economia divina» che dalla creazione e dalla caduta si snoda
attraverso la vicenda del mondo creato sino alla salvezza e alla definitiva
ricapitolazione di ogni realtà in Cristo. In questo quadro, risultava
imprescindibile per Ireneo il mostrare come tutte le profezie
veterotestamentarie avessero trovato compimento o esplicazione nell'opera e
nel messaggio di Cristo: come già negli scritti di Paolo, il dilazionarsi
del ritorno di Cristo e della conseguente instaurazione del regno costituiva
un elemento di problematicità, se non una vera e propria debolezza, del
discorso cristiano a questo proposito. Come era infatti possibile affermare
che il messia fosse giunto, se mancava ogni visibile segno della sua
signoria? E' questo il punto al centro del dibattito messo in scena alla
metà del secondo secolo da Giustino nel suo Dialogo con il giudeo Trifone;
ai capitoli 80 e 81 vi si afferma che tra i cristiani risultava aperto il
dibattito se l'instaurazione del regno messianico di Cristo avrebbe coinciso
con l'inizio di un millennio in cui gli eletti avrebbero regnato con lui in
una Gerusalemme rinnovata, godendo di ogni bene della terra, secondo una
dottrina propria di alcune correnti apocalittiche del giudaismo, nota
appunto come millenarismo o chiliasmo, secondo il termine greco per indicare
il numero mille. E' chiaro, come del resto già rilevava Giustino, che non
accogliere una tale dottrina eliminava in radice un elemento di
problematicità, permettendo di collocare in una dimensione più spirituale e
trascendente il segno della presenza di Cristo tra i suoi fedeli. E' questa
la strada seguita dal vangelo e dall'epistolario giovannei, e da autori come
Clemente e Origene. Ma laddove non si volesse rinunciare alla visibilità del
regno e della nuova Gerusalemme, il nervo risultava inevitabilmente scoperto.
Non è un caso che l'Anticristo escatologico abbia la sua culla in un autore,
come Ireneo, che del chiliasmo si fa aperto propugnatore, ponendo la
celebrazione del millennio a conclusione della propria opera.
Se infatti Giustino si limitava a legare la seconda venuta di Cristo alla
comparsa di «un uomo dell'apostasia» che si sarebbe rivelato persecutore dei
cristiani e bestemmiatore di Dio, Ireneo nel quinto libro istituisce una
serie di sistematiche corrispondenze tra la figura e le azioni
dell'Anticristo e alcune profezie, in specie quelle del libro di Daniele,
che nella tradizione giudaica erano strettamente legate ai tempi della
venuta messianica. In questo modo, Ireneo, come già Giustino, poteva
assegnare la manifestazione gloriosa della messianicità di Cristo alla sua
seconda venuta, e altresì contestare ai giudei la mancata comprensione
dell'esatto significato delle profezie escatologiche, che li avrebbe
condotti all'erronea identificazione del messia con colui che ne sarebbe
stato invece l'oppositore e il mistificatore.
L'identificazione escatologica dell'Anticristo era stata anticipata da
Ireneo ancora in conclusione del terzo libro, laddove, illustrando la
dottrina di Cristo nuovo Adamo che in quanto tale redime l'uomo dal suo
destino di morte, viene operata una cursoria identificazione dell'Anticristo
con la terza bestia menzionata dal salmo 90,13: «Camminerai sull'aspide e
sul basilisco e conculcherai il leone e il drago». Nell'ambito della sua
dottrina della ricapitolazione di tutte le realtà in Cristo, Ireneo utilizza
il passo per connettere il serpente genesiaco e quello citato in alcuni
luoghi del vangelo di Luca (Ev. Luc. 10,19) e dell'apocalisse giovannea (Apoc.
12,9 e 20,2): si tratta ovviamente del diavolo, destinato ad essere
incatenato per mille anni; aspide e basilisco sono per Ireneo figura del
peccato e della morte prodotti dalla caduta genesiaca: l'esegesi può essere
completata proprio con l'identificazione dell'Anticristo nel leone, che
permette di creare una coerente catena che lega il libro della Genesi, il
salmo 90, il vangelo e l'Apocalisse. Ma è oltremodo significativo che al di
fuori di questo passo l'interpretazione anticristologica del salmo 90 non
abbia avuto alcun seguito, così come l'uso escatologico del vocabolo
Anticristo non sia mai supportato dalla citazione delle lettere di Giovanni,
sostituite invece come testi di riferimento dall'Apocalisse e dalla seconda
lettera di Paolo ai Tessalonicesi e, tra le profezie veterotestamentarie, da
quelle del libro di Daniele; in altri termini, Ireneo pare essere giunto
solo per strappi successivi ad una compiuta delineazione della figura
escatologica dell'Anticristo, forgiandola per la contemporanea spinta, da un
lato, del dibattito cristologico ed esegetico che lo vedeva opposto a
gnostici e marcioniti e, dall'altro, del conflitto con il giudaismo per
l'appropriazione dell'escatologia millenarista e per la sua regolamentazione
nell'ambito cristiano. E'infatti questo l'ultimo snodo fondamentale che va
chiarito per comprendere la logica e le motivazioni con cui Ireneo
costruisce la sua anticristologia.
Sempre nella seconda metà del secondo secolo, infatti, si assiste ad una
drammatica accelerazione delle attese escatologiche da parte di alcune
correnti cristiane, tra cui spicca soprattutto il movimento promosso dal
profeta frigio Montano (e per questo definito montanismo, nuova profezia o
setta dei catafrigi), che predicava l'imminente fine del mondo e la discesa
sulla terra della nuova Gerusalemme celeste, sulla scorta di una
interpretazione letteralista dell'Apocalisse e di precisi debiti contratti
verso l'escatologia giudaica. Sempre Celso sbeffeggia questo genere di
profeti, che un po' in tutto l'oriente «proclamano di essere Dio o il Figlio
di Dio o uno spirito divino: annunciano la rovina del mondo, la perdizione
degli increduli, la salvezza per chi crede loro, il loro ritorno con potenza
celeste»[9], facendo uso di espressioni estatiche e oscure. A fondamento di
questa impazienza apocalittico-escatologica veniva posta la speculazione su
alcune indicazioni cronologiche presenti nell'Apocalisse (i
milleduecentosessanta giorni di Apoc. 12) e soprattutto nel libro di Daniele
(le settanta settimane di Dan. 9), da cui con ogni probabilità li aveva
derivati anche l'autore dell'Apocalisse. Il libro di Daniele, poi, offriva
anche l'occasione per ulteriori speculazioni, in quanto conteneva nel
secondo capitolo la celebre visione di Nabucodonosor della statua le cui
diverse parti e la cui caduta venivano interpretate ad indicare la
successione dei grandi imperi universali e la distruzione finale dell'ultimo
di essi, identificato con l'impero romano. La recrudescenza dell'attività
persecutoria, su scala locale o generale, costituiva la scintilla che
periodicamente accendeva una tale frenesia escatologica.
Al 202 risale lo scritto di un non meglio noto Giuda, che - ci informa di
Eusebio di Cesarea - «nella sua trattazione sulle settanta settimane di
Daniele termina la Cronografia al decimo anno del regno di Severo: egli
riteneva che allora fosse già imminente anche la venuta dell'Anticristo,
della quale si faceva un gran parlare. Con tale violenza l'incalzare della
persecuzione, allora scatenata contro di noi, aveva sconvolto le menti dei
più!». Sempre in quegli anni, Ippolito compone un vero e proprio commento
esegetico al libro di Daniele, in cui tra l'altro irride la vicenda di due
vescovi siriaci che si erano recati con il loro intero gregge nel deserto
per attendervi il ritorno di Cristo e che si erano salvati solo grazie alla
moglie del governatore che, cristiana, aveva interceduto presso il marito
che si accingeva a sterminarli tutti, avendoli scambiati per una banda di
briganti.
In una tale situazione, Ireneo, che pure non si occupa di Montano e
condivide con lui la credenza chiliasta, aveva dunque già costruito, una
trentina d'anni prima di Giuda e di Ippolito, un'interpretazione congiunta
della profezie di Daniele e dell'Apocalisse che ne proiettava molto più in
là l'effettivo compimento, in un futuro alquanto indeterminato ma
sicuramente non incombente. Ippolito, nello specifico trattato
sull'Anticristo e nel quarto libro del commento a Daniele darà sostanza a
questa linea interpretativa, che si proponeva chiaramente di smorzare le
istanze profetico-apocalittiche presenti nelle comunità cristiane,
proponendo una visione escatologica coerente e dilazionata nel tempo. In
essa anche la figura dell'Anticristo, delineata da Ireneo, assume contorni
sempre più precisi e, soprattutto, diviene il soggetto grazie a cui può
risultare giustificato il ritardo nell'instaurazione del regno di Cristo;
c'è infatti, come adombrato da Paolo nella seconda lettera ai Tessalonicesi,
qualcuno che ne ritarda la venuta, e costui ora, grazie ad Ireneo, ha un
nome, Anticristo. Ma la sua comparsa è rinviata ad un momento
sufficientemente lontano per depotenziare, ad un tempo, le obiezioni
messianiche di parte ebraica e le inquietudini delle comunità cristiane,
stabilizzandole sotto la guida dei vescovi.
Che la costruzione dell'Anticristo si collochi al crocevia di eresie
cristologiche - in specie marcionite - e di addensamenti escatologici è
confermato poi dagli scritti e dalla vicenda di Tertulliano. Questi non
tratta esplicitamente dell'anticristo, ma gli accenni che compaiono in
alcune sue opere, soprattutto in relazione ad alcuni passi neotestamentari e
a temi specifici, permettono di cogliere un'evoluzione di estremo interesse,
se si prova ad incrociare la cronologia delle opere con il tornante
biografico della adesione al montanismo da parte di Tertulliano. Infatti,
nel De praescriptione haereticorum, opera riconducibile alla fase iniziale
della sua produzione (probabilmente tra il 200 e il 202), e comunque di
certo anteriore alla scelta montanista, "anticristo" appare utilizzato nei
capitoli 4 e 33 come mero connotatore di alcuni specifici eresiarchi, senza
alcuna valenza escatologica, in ciò in linea con le lettere di Giovanni e di
Policarpo. Cosippure Marcione è definito anticristo in questa accezione nel
primo libro del Contra Marcionem (I 22,1). Il quadro muta proprio nel corso
della composizione di quest'opera, che, ci informa Tertulliano stesso, ha
conosciuto varie e travagliate fasi: dapprima, una stesura in un solo libro,
pubblicata ma a noi non pervenuta; in seguito, intorno al 205-206, ne
redigette una versione accresciuta a due libri, ma essa gli venne sottratta
da un confratello poi apostata, che la mise in circolazione dopo averla
adulterata; Tertulliano, quindi, ne approntò una terza versione (nell'anno
207-208), aumentandola a tre libri, grazie a una suddivisione del primo dei
due che costituivano la stesura sottrattagli e soprattutto con l'aggiunta di
frasi e di passaggi che mostrano, tra l'altro, il suo accostamento al
montanismo. Tuttavia ancora a questo punto, e in specie a III 8, l'uso
linguistico non pare mutato, sia pure con un significativo cambiamento
nell'esegesi delle lettere di Giovanni. E' però con l'esplicita adesione al
montanismo e alla sua escatologia chiliastica che l'anticristo tertullianeo
assume un deciso connotato escatologico: nel De resurrectione mortuorum,
anteriore al quinto e ultimo libro del Contra Marcionem (databile intorno al
212), appare pienamente sviluppata la cronologia escatologica che vede
nell'anticristo un attore decisivo, in base ad un dossier testuale che
Tertulliano condivide con Ippolito (anche se il difficile problema
dell'identificazione di quest'ultimo e della datazione delle sue opere
impedisce univoche conclusioni di dipendenza); a tale dossier Tertulliano
apporta delle limitate ma significative nuances ermeneutiche. Così, anche la
definizione ireneana di Marco Mago quale praecursor viene utilizzata per
reinterpretare ex post la figura degli anticristi dell'epistola di Giovanni;
e però, non potendo per ovvi motivi cronologici definirli sic et simpliciter
precursori dell'anticristo, Tertulliano li trasforma in precursori dello
spirito di questo (V 16,4), in ciò forzando la lettera del testo giovanneo
per giustificare l'ormai avvenuta escatologizzazione della figura
anticristica.
All'incirca nel medesimo torno di anni, Ippolito, probabilmente un vescovo
dell'Asia Minore, dedicherà all'anticristo un ampio trattato, in cui la
figura escatologica assumerà una compiuta morfologia esegetica e teologica;
da quel momento in poi, sempre più esso diventerà un potente strumento
retorico di individuazione e di delegittimazione del "nemico" di volta in
volta individuato, che accompagnerà la storia del cristianesimo nel corso
dei secoli. Ma questa sarà già un'altra storia.
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