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Ex libris
All'inizio c'è
un porcospino tedesco. Il porcospino (Igel) viene
raffigurato in un foglietto, anzi in un cartellino. Siamo
attorno al 1480, e le diverse copie di questo cartellino
sono usate da un signor Igler: ne applica una sul
frontespizio di ogni suo libro, contando che vedere il
porcospino Igel ricordi il nome del proprietario Igler a
chiunque prenda il libro in mano.
Quel cartellino è la testimonianza più antica che abbiamo
del processo che, accompagnando la rivoluzione editoriale
innescata da Gutenberg e dall'invenzione della stampa a
caratteri mobili, ha finito per produrre anche l'ex libris.
Qualche anno dopo cartellini analoghi verranno concepiti dal
grande incisore Albrecht Dürer: lì incomincerà la parte più
nobile della storia dell'ex libris, quella che ha
interessato artisti di fama. Non sarà, però, la parte più
importante, perché il filone maggiore della produzione di ex
libris resterà sempre consegnato all'esecuzione
dell'artigiano.
Volendo fare, per quel che si può, una storia completa dei
precursori dell'ex libris moderno occorrerebbe risalire
perlomeno al secondo secolo avanti Cristo e al faraone
Amenofi, o al secolo successivo e alla biblioteca di Ninive
di Assurbanipal: lì troviamo papiri e tavolette accompagnati
da iscrizioni che ricordano il nome del sovrano, loro
detentore.
Nel Medioevo i copisti miniavano lo stemma del proprietario,
o aggiungevano una nota scritta con il suo nome: una
tradizione che si esprimerà anche con sigilli, timbri e, più
tardi, con l'abitudine francese di imprimere il blasone del
proprietario sulla legatura del libro, un uso che in
italiano prende il bel nome di "legatura alle armi".
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