|
PITTURA BIZANTINA
(330-1453)
Origini
L’11 maggio del 330 l’imperatore Costantino I il
Grande inaugurava solennemente Costantinopoli, che aveva
fondata sulle rive del Bosforo, nel luogo dell’antica colonia
greca di Bisanzio. Egli e i suoi successori dotarono la
«nuova Roma» di numerosi edifici religiosi e civili; ma, durante
i primi secoli della sua esistenza, Costantinopoli non
sembra svolgesse alcun ruolo nella formazione dell’arte cristiana.
Questa si sviluppò a Roma, fino alla caduta dell’impero
d’Occidente (476), nelle grandi città ellenistiche
d’Oriente – Antiochia, Efeso, Alessandria – e in Palestina,
nei luoghi santi. Col consolidarsi dell’impero sotto la dinastia
giustinianea e in particolare sotto Giustiniano (527-65),
Costantinopoli cominciò a svolgere una parte di primo piano
e divenne presto il centro principale ove si elaborarono
le idee e le forme dell’arte imperiale e dell’iconografia cristiana.
È vero che nella stessa Costantinopoli non è conservato
alcun esempio della pittura monumentale di questa prima
fase, ma è possibile farsi un’idea del carattere di quest’arte
in base ai resti che sopravvivono in altre città dell’impero,
a Salonicco, sul monte Sinai e a Ravenna, nonché in
base ai prodotti delle arti minori di cui è certa la provenienza
costantinopolitana, come i piatti d’argento col marchio del
ritratto dell’imperatore.
L’estetica bizantina
L’arte b quale la conosciamo è essenzialmente
arte religiosa. I palazzi imperiali, le dimore dei
grandi dignitari dell’impero sono andati tutti distrutti; solo
qualche descrizione, abbastanza sommaria, ha conservato il
ricordo della loro decorazione. Ma, al di fuori degli elementi
puramente ornamentali, l’arte profana stessa aveva subito
l’influsso di quella religiosa. Ciò vale soprattutto per l’arte
simbolica del potere imperiale. Pur serbando i temi consacrati
dalla tradizione antica, «dalla fine del VI sec. e soprattutto
alla vigilia della crisi iconoclastica, ci si propone di sostituire
un’iconografia simbolica cristiana alle formule romane
consuete» (A. Grabar). Per quanto riguarda le forme
e l’estetica, quest’arte obbedisce alle stesse norme dell’arte
religiosa. Pur assegnando il giusto ruolo alle modifiche stilistiche
introdotte in periodi e regioni diverse, si possono individuare
alcuni tratti essenziali dell’estetica b. Uno di essi
è lo scarto tra immagine e realtà. La figura umana viene
«smaterializzata», se ne attenuano il peso e il volume, e insieme
se ne limita il movimento. I personaggi, gravi, solenni,
tendono sempre piú a venir rappresentati di faccia, e tutta
la loro vita si concentra nello sguardo intenso, diretto verso
lo spettatore. Si elimina inoltre tutto ciò che è accidentale;le composizioni si collocano in un mondo bidimensionale
che non ha alcun rapporto col mondo materiale. Le teorie
sul carattere e la funzione dell’immagine religiosa, intermediario
sensibile tra il fedele e l’intelligibile, hanno contribuito
senza dubbio molto a creare questo linguaggio artistico;
ma già nell’antichità autori come Plotino avevano sviluppato
idee analoghe, spiegando che alcune immagini, guardate
con gli «occhi dello spirito», potevano mostrare l’invisibile.
Peraltro, una tendenza verso l’«astrattismo» si era
manifestata nell’arte tardoantica, soprattutto nelle province
orientali, ove venne spinta assai piú lontano. A Bisanzio,
erede di tradizioni grecoromane, dove il culto dell’antichità
non si esaurí, il carattere «astratto» non raggiunse mai lo
stesso grado delle opere orientali. Si continua ad osservare
il canone classico, e i personaggi, drappeggiati all’antica, serbano,
anche se visti di faccia, certi tratti della posa classica.
È perciò all’eredità antica che si debbono le composizioni
chiare e armoniose, nonché il modo di raggruppare le figure
intorno a un asse centrale. Taluni temi s’ispirano persino
a composizioni antiche, come il Cristo Buon Pastore, seduto
tra le pecore, o Davide che suona la lira, circondato da animali,
che imitano le rappresentazioni di Orfeo che incanta
le bestie. Questa sopravvivenza della tradizione antica è
dunque un altro tratto caratteristico dell’arte b. Vedremo
piú innanzi che le varie «rinascenze» bizantine si contraddistinguono
per un influsso maggiore dei modelli antichi, ma
occorre anche insistere sul fatto che, contrariamente all’Occidente,
il legame con l’antichità a Bisanzio non venne mai
spezzato. Occorre pure rammentare che non vi fu soluzione
di continuità nell’attività artistica di Costantinopoli a causa
di invasioni o conquiste. Tale attività è stata piú o meno
intensa a seconda dei periodi, ma le botteghe non scomparvero
mai. Persino durante il periodo iconoclastico si continuarono
a rappresentare temi profani. Ciò spiega la superiorità
tecnica delle opere eseguite a Costantinopoli o da
maestranze provenienti da questa città. Il gusto dei materiali
preziosi, e del colore, è osservabile ovunque, si tratti di
mosaici a fondo d’oro, di smalti, di oggetti di oreficeria o di
miniature e di icone, dipinte anch’esse su fondo d’oro. La
sontuosità delle chiese era un omaggio reso alla divinità, la
cui dimora doveva uguagliare se non sorpassare in ricchezza
quella dell’imperatore, vicario di Cristo. Poiché dunque
l’arte b era essenzialmente un’arte religiosa, l’influsso del
dogma e della liturgia fu preponderante nella sua formazione.
Tale influsso è soprattutto osservabile nei programmi per
gli edifici religiosi.
I programmi iconografici
IV-VIII secolo
In una lettera scritta intorno alla fine del IV
sec., san Nilo, in risposta a una domanda indirizzatagli
dall’eparca Olimpiodoro circa una chiesa che aveva fondata,
consigliava di far dipingere l’immagine della croce
nell’abside e di rappresentare sui due lati della navata scene
riprese dal Vecchio e dal Nuovo Testamento, «affinché gli
illetterati, che non possono leggere le sacre scritture, s’istruiscano
con lo sguardo». Questo ruolo edificante dell’immagine
è pure auspicato dai grandi dottori della Chiesa, che
fanno notare come la vista, piú pronta dell’udito, consenta
di cogliere meglio il senso degli eventi narrati dal Vangelo.
Durante questo stesso periodo si elaborava un altro sistema
di decorazione nei martyria, edifici costruiti sulle reliquie di
un martire, e soprattutto nel monumenti eretti sui luoghi
santi della Palestina, che commemoravano eventi importanti
della storia della salvezza. Venivano rappresentati gli eventi
mediante i quali Dio si era manifestato agli uomini, sia in
un’apparizione momentanea (teofania), sia con atti del suo
potere soprannaturale. Alle visioni dell’Antico Testamento
si aggiungevano gli episodi della vita di Cristo – infanzia,
miracoli e Passione – che corrispondevano ai vari aspetti dei
temi teofanici. Mentre in Occidente la pianta basilicale delle
chiese favorí spesso la conservazione di cicli narrativi, per
esempio il racconto del Vecchio Testamento in Santa Maria
Maggiore a Roma, o quello del Nuovo Testamento in
Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna, sembra che in Oriente,
sin da quest’epoca, si sia preferito un programma derivante
dalla decorazione dei martyria, che includeva le visioni del
Vecchio Testamento e gli episodi della vita di Cristo, considerati
come teofanie. Ma non si era ancora imposto un unico
sistema. Cosí, nella chiesa di Peru∫tica, scene del Vecchio
e del Nuovo Testamento erano giustapposte, mentre in San
Demetrio di Salonicco la devozione personale si esprimeva
con una serie di mosaici, in forma di ex voto.
IX-XI secolo
La chiesa a pianta quadrata sormontata da una
cupola venne assimilata a un microcosmo; la sua struttura ricorda
quella dell’Universo, e un tipo di decorazione a noi
noto soltanto da descrizioni del ix-x sec. tendeva a porre in
rilievo tale simbolismo dell’universo cristiano. La chiesa, si
legge in tali interpretazioni simboliche, è il cielo terrestre
abitato dal Dio celeste. Dalla cupola, vale a dire dal cielo,
Cristo «sembrava sorvegliare la Terra e meditarne l’ordine
e il governo». E su questa Terra, raffigurata dalle parti
dell’edificio sotto la cupola, erano rappresentati i profeti, gli
apostoli, i martiri e i santi vescovi. Essi simboleggiano la
Chiesa «prefigurata nella persona dei patriarchi, annunciata
da quella dei profeti, fondata su quella degli apostoli, consumata
in quella dei martiri e ornata in quella dei vescovi».
Ma l’universo cristiano annunciato dai profeti non poteva
fondarsi se non attraverso l’Incarnazione; cosí l’immagine
della Vergine, strumento dell’Incarnazione, occupava un posto
importante nell’abside. Questo tipo di decorazione, a carattere
piuttosto astratto, si fuse con un altro che ebbe grande
fortuna. L’immagine del Cristo Pantocrator, signore
dell’Universo, rappresentato a mezzo busto, e quella della
Vergine continuano ad occupare la cupola e l’abside; le varie
categorie di personaggi sacri sono anch’esse mantenute,
ma il tirocinio della salvezza è raffigurato mediante una scelta
di scene evangeliche legate all’Incarnazione, alla Passione
e alla Resurrezione, sacramentalmente rinnovellate da
ciascuna messa. Si trovano in documenti liturgici elenchi di
«grandi feste», quelle del Signore e quelle della Madre di
Dio. La scelta varia talvolta tra un elenco e l’altro, e tali differenze
sono ancora piú sensibili nell’arte monumentale, poiché
il numero di rappresentazioni in una chiesa era subordinato
agli spazi disponibili. Resta comunque il fatto che il
programma che s’impose a partire dall’XI sec. conteneva i
principali eventi della vita di Cristo e anche la dormizione
della Vergine, e che all’inizio i miracoli e la predicazione di
Cristo ne erano esclusi. Alla Cena, rappresentata raramente,
si preferí la Comunione degli apostoli, che ne è l’interpretazione
liturgica; dietro l’altare, ove il prete celebra il sacrificio
eucaristico, si rappresentò il Cristo, anch’egli in piedi
dietro l’altare, che somministra agli apostoli il pane e il
vino. Nelle chiese a pianta basilicale e soprattutto nelle province,
come in Cappadocia, i procedimenti antichi si conservarono
piú a lungo: le teofanie continuarono a decorare
l’abside, e il ciclo narrativo si dispiegò sulle pareti, senza che
si cercasse di evidenziare le scene corrispondenti alle feste
della Chiesa.
XII-XV secolo
La decorazione a mosaico era riservata alle
parti alte dell’edificio, al di sopra dei paramenti marmorei;
ma, a partire dal XII sec., quando l’affresco sostituí sempre
di piú il mosaico, la decorazione si estese su tutta la superficie
delle pareti e delle volte. Ciò comportò necessariamente
uno sviluppo del programma, ma già alcuni scritti indicavano
la strada che verrà poi seguita dai pittori. Un autore della
fine dell’xi sec., Teodoro d’Andida, scriveva: «Coloro che
esercitano il sacerdozio sanno e riconoscono che quanto viene
fatto nella liturgia rappresenta la passione, la sepoltura e
la resurrezione di Cristo. Ma ignorano, io credo, che la liturgia
ricorda pure gli episodi accessori della venuta del Signore
e del tirocinio della salvezza, in primo luogo la sua
concezione e la sua nascita, i primi trent’anni della sua vita,
poi il ministero del suo predecessore e la sua manifestazione
nel battesimo, l’elezione degli apostoli, i tre anni di miracoli
che hanno preparato la croce». Anche per altri autori
ecclesiastici la liturgia rievoca, agli occhi dell’iniziato, tutti
gli episodi della storia evangelica, e i pittori s’ispirarono
alle stesse idee sviluppando i cicli. Accanto agli eventi principali
essi raffigurano episodi secondari, aggiungono i miracoli
e le parabole e lasciano ampio spazio alla vita apocrifa
della Vergine. Sono pure rappresentate le vite del santo patrono
della chiesa e di altri santi; e il calendario liturgico, il
menologio, viene raffigurato sulle pareti del nartece, con una
speciale immagine per ciascun giorno dell’anno. L’influsso
della liturgia compare in modo ancor piú diretto in altre innovazioni.
Mentre in precedenza i santi vescovi autori della
liturgia, erano rappresentati in piedi e di fronte sulla parete
dell’emiciclo dell’abside, essi vengono ormai raffigurati
in atto di officiare, volti verso l’altare, sul quale si vede
Gesú Bambino steso sulla patena. Alla Comunione degli apostoli
si aggiunge la rappresentazione della Grande Entrata,
la processione solenne nella quale si portano le offerte all’altare,
ma tale rappresentazione viene concepita sotto il segno
dell’Eternità, della Divina Liturgia celebrata da Cristo, assistito
dagli angeli, i quali prendono il posto dei preti e dei
diaconi. L’influsso della liturgia, associata al crescente culto
della Vergine, induce gli artisti a illustrare gli inni a lei
dedicati. Ciascuna delle ventiquattro strofe dell’Inno acatisto,
che glorifica Maria, è illustrata in questo modo. Le composizioni
ispirate dallo «stichico» di Natale mostrano l’intera
creazione che reca le sue offerte alla Vergine e al Bambino.
Si raffigurano cosí i fedeli, raggruppati intorno all’icona
della Vergine, che cantano inni in suo onore. I soggetti
biblici introdotti compaiono quasi tutti in funzione della
Vergine, poiché scene come la scala di Giacobbe, Mosè dinanzi
al roveto ardente e altre ancora sono considerate «figure» o antetipi di Maria, Madre di Dio, e pertanto della
stessa Incarnazione. Il rapporto tra la decorazione della chiesa
e la storia della Chiesa viene espresso nella rappresentazione
dei concili ecumenici. Infine, sulle pareti del nartece
si dispiega ampiamente il Giudizio universale. Pertanto nel
corso del XIII e XIV sec. si sviluppò tutto un programma enciclopedico,
intimamente legato al dogma e alla liturgia.
L’evoluzione stilistica
Primo periodo (IV-VIII secolo):
pitture murali e mosaici Considerato
nel suo insieme, questo primo periodo appare una
fase di transizione tra l’arte tardo-antica e quella che sarà
piú specificamente b. In San Giorgio a Salonicco i ritratti
dei martiri restano fedeli all’ideale classico di bellezza, e le
architetture che adornano i fondi s’ispirano a modelli remoti
della decorazione della frons scenae del teatro antico. Nell’abside
della chiesa del Cristo Latome, in questa stessa città,
l’influsso dell’arte greco-romana è un po’ meno avvertibile,
soprattutto nella figura di Cristo e in quella del profeta seduto
a destra; e in San Demetrio a Salonicco le figure bidimensionali,le pieghe schematizzate dei drappeggi, gli atteggiamenti
rigidi rivelano uno stile che si allontana interamente
dal linguaggio artistico ereditato dall’antichità. Ma
tale trasformazione graduale non è la regola generale. Altre
opere attestano fluttuazioni, ritorni, o la presenza simultanea
delle due tendenze. Molti piatti d’argento, con figure a
sbalzo, sono datati dai loro marchi al regno dell’imperatore
Eraclio (610-64). Alcuni sono decorati con soggetti mitologici,
altri con scene della vita di Davide, ma tutti recano l’impronta
dello stile antico nel modellato e negli atteggiamenti
dei personaggi. Invece, su una patena in argento datata al
regno di Giustino II (565-78) e conservata a Costantinopoli,
e di conseguenza precedente di mezzo secolo i piatti d’argento
citati, la Comunione degli apostoli è eseguita in uno
stile lineare ove non sussiste traccia alcuna della tradizione
antica. La differenza stilistica non è dovuta al soggetto trattato,
poiché, su un’altra patena (Washington D.C., Dumbarton
Oaks Coll.), anch’essa datata al regno di Giustino II,
la Comunione degli apostoli è raffigurata in uno stile plastico
vicino all’arte anticheggiante dei piatti a soggetto mitologico
o biblico. Altre opere, come le grandi icone a encausto
del monte Sinai (Ritratto di san Pietro, Vergine con Bambino
in trono tra angeli e due santi), consentono di constatare
la coesistenza delle due tendenze nelle botteghe costantinopolitane:
da un lato la sopravvivenza dei procedimenti
artistici dell’epoca grecoromana, e il rispetto della forma plastica
del corpo umano, dall’altro il ricorso a uno stile lineare
e la ricerca di «spiritualità».
Periodo iconoclastico (726-843)
Lo sviluppo dell’arte religiosa
s’interruppe per un secolo a causa di una crisi che
sconvolse l’impero. Per ragioni religiose e in parte per motivi
politici, gli imperatori bizantini tentarono di por fine al
crescente culto delle immagini. Nel 726 Leone III faceva abbattere
la celebre immagine di Cristo posta sul Portone di
bronzo di Costantinopoli e, nel 730, promulgava un editto
che vietava la rappresentazione di personaggi sacri, di scene della vita di Cristo, della Vergine e dei santi; e inoltre ordinava
la distruzione di tutte queste immagini. I mosaici e
gli affreschi delle chiese vennero cosí distrutti o talvolta ricoperti
di calce, si spezzarono le icone e si strapparono persino
le miniature dai manoscritti. Dopo una breve interruzione(787-815) la crisi iconoclastica proseguí fino all’843.
In questa data, la restaurazione delle immagini, decisa da un
concilio, venne proclamata in solenne cerimonia, e presentata
come trionfo dell’ortodossia; l’evento è ancora commemorato
ai nostri giorni dalla Chiesa greca. Gli imperatori
«iconoclasti» (distruttori delle immagini) non erano peraltro
nemici dell’arte, e i soggetti profani non venivano banditi.
A detta degli storici, le scene religiose vennero sostituite
nelle chiese da «alberi, uccelli di ogni sorta e animali,
incorniciati da rami d’edera tra i quali apparivano gru, corvi
e pavoni». Costantino V (741-75) aveva sostituito alle rappresentazioni
dei sei concili ecumenici l’immagine del suo
cocchiere favorito. Rivaleggiando col fasto delle residenze
dei califfi di BaghdÇd, Teofilo (829-42) aveva decorato le
pareti dei padiglioni edificati intorno al suo palazzo con vari
ornamenti, di animali e alberi, di trofei e di scudi, nonché
di rappresentazioni di statue. Gli imperatori, accompagnati
da membri della famiglia, continuavano ad essere rappresentati
in effige.
La rinascenza macedone (IV-XI secolo)
L’impero bizantino
raggiunse l’apogeo dall’avvento di Basilio I (867) alla morte
di Basilio II (1025). Gli eserciti imperiali avevano respinto
gli Arabi in Asia Minore e riconquistato la Cilicia, la Siria e
la Palestina. In Europa avevano distrutto la potenza degli
zar bulgari e rioccupato la Macedonia e l’Italia meridionale.
La conversione, attraverso missionari bizantini, delle popolazioni
slave dei Balcani, e quella della Russia, estendevano
l’area d’influenza della civiltà bizantina. A Costantinopoli,
la ricostituzione dell’università e l’insegnamento di uomini
formatisi sulle opere dell’antichità greca e romana facevano
nascere quanto i contemporanei consideravano un «secondo
ellenismo». Parallelamente a questa rinascenza intellettuale
si ebbe una rinascenza artistica. Conosciamo solo da
descrizioni le prime opere eseguite a Costantinopoli dopo il
trionfo dell’ortodossia (l’immagine di Cristo ricollocata sul
Portone di bronzo prima dell’847; la decorazione di una
chiesa entro la cinta del palazzo nell’864 ca.; quella di una
sala di rappresentanza del palazzo, il Chrysotriclinos, tra
l’856 e l’866); ma, a partire dall’867, data in cui venne inaugurata
la maestosa immagine della Vergine che risplende
nell’abside della basilica di Santa Sofia, possediamo un numero
abbastanza notevole di mosaici e pitture a Costantinopoli,
a Salonicco, a Nicea e a Ocrida, nonché nelle chiese
di San Luca nella Focide e di Dafni. Inoltre, le numerose
chiese rupestri della Cappadocia ci offrono esempi dell’arte
provinciale e della penetrazione dell’influenza della capitale
nelle province. Il gusto e il senso del colore si manifestarono
in tutta la loro ampiezza nei mosaici scintillanti, che
sembrano catturare la luce. Piú che riprodurre l’esatta tonalità
degli oggetti o degli elementi del paesaggio, l’artista
bizantino cerca di creare armonie cromatiche. Adatta magistralmente
le composizioni e le figure isolate alla cornice architettonica:
personaggi in piedi sul tamburo della cupola e
sugli archi; a mezza figura nelle lunette; a busto e iscritti nei
medaglioni, per ornare gli scomparti delle volte costolonate
o la sommità degli archi. Sotto l’apparente semplicità compositiva
si percepisce una scienza molto sicura della disposizione
delle figure, dell’equilibrio delle masse, dei rapporti
tra pieni e vuoti. Il senso della bellezza classica predomina
nelle opere che si ricollegano piú direttamente a Costantinopoli;
ma la ricerca della bellezza ideale va di pari passo
con lo spiritualizzarsi delle espressioni. Un profondo senso
di riserbo conferisce grande dignità a tutte queste rappresentazioni;
le emozioni vengono discretamente suggerite da
un leggero aggrottarsi delle sopracciglia o da un gesto appena
abbozzato. I dettagli aneddotici sono banditi. Poste nel
mondo irreale dei fondi d’oro, le figure dagli atteggiamenti
calmi, le armoniose composizioni paiono star fuori del tempo
e dello spazio, come le verità intelligibili di cui ci offrono
un’immagine sensibile.
Il secolo dei Comneni (1081-1204)
Dopo la decadenza politica
sotto i successori di Basilio II e dopo la perdita
dell’Asia Minore, conquistata dai Turchi Selgiuchidi, l’avvento
al potere della famiglia feudale dei Comneni ristabilì
le fortune dell’impero. Questi imperatori proteggevano i letterati,
gli eruditi e gli artisti, e Costantinopoli conobbe un
nuovo brillante periodo. Gli scrittori gravitanti attorno alla
corte imperiale erano affascinati dalla cultura classica, ma
nelle opere religiose il misticismo guadagnava terreno. Abbiamo già menzionato l’influsso che tali scritti avevano esercitato
sui programmi delle decorazioni; esso si manifesta pure
nello stile dei dipinti. Gli inni di Simeone il Nuovo Teologo,
il grande mistico della fine del X e dell’inizio dell’XI
sec., sono pieni di accenti di tenerezza per il Salvatore e insistono
sull’umiltà del Cristo sofferente, sulla sua carità. Tali
scritti ci aiutano a comprendere le immagini del Cristo
compassionevole che sostituirà la figura severa del Pantocrator,
padrone dell’Universo, e l’espressione tenera e dolente
della Vergine, per esempio nell’icona detta «di Vladimir», inviata da Bisanzio in Russia all’inizio del xii sec.; e
soprattutto la forte emozione che si esprime nelle scene della Passione. Esiste una grandissima differenza tra lo stile
classico, sobrio e riservato, dei monumenti del X e dell’XI
sec., e quello dei dipinti della chiesa di Nerezi (1164), che
segnano una tappa importante nella storia della pittura b. Le
tendenze dell’arte del xii sec. si avvertono in una piú spiccata
accuratezza realistica, nel desiderio di conferire un accento
personale ai tipi fissati da una lunga tradizione, nell’interpretazione
degli episodi, nei quali i sentimenti di dolore
e tenerezza sono espressi con maggior fervore. I corpi, piú
snelli, non hanno piú impianto monumentale, le pieghe agitate
dei drappeggi denunciano il movimento, e il tracciato
grafico accentua l’espressione dei volti. Intorno alla fine del XII sec., queste tendenze sfociano nel manierismo, in un’esasperazione
del movimento, che è talvolta senza diretto rapporto
con l’episodio rappresentato.
L’epoca dei Paleologhi (1201-1453)
Dopo la riconquista
di Costantinopoli, occupata dai Latini dal 1204 al 1261, l’impero
bizantino, territorialmente ridotto, minacciato da ogni
parte e dilaniato dalle lotte intestine, conobbe ciò nonostante
un’ultima fioritura. Tornò in auge lo studio dell’antichità
classica, e gli scritti scientifici e filosofici bizantini,
nonché quelli filologici, preannunciano e preparano l’umanesimo
del Rinascimento italiano. Ovunque vennero edificate
chiese, decorate con grandi spese. Il mosaico, che era
scomparso, tornò in favore e coprí vaste superfici nella chiesa
di Kariye Camii a Costantinopoli. Gli artisti di questo periodo
abbandonano il manierismo dello scorcio del XII sec.;
sostituiscono allo stile lineare il modellato, che, con l’ausilio
di zone di colore, denuncia le forme; e spesso attingono
ispirazione nelle opere bizantine piú antiche, ove la tradizione classica si era conservata. L’imitazione dell’antichità,
i personaggi maestosi, le scene collocate nella loro cornice
naturale e animate di slancio lirico hanno avuto la loro
espressione piú bella nel XIII sec. nei dipinti di Sopoçani e
nel XIV sec. (con differenze stilistiche piuttosto spiccate) nei
mosaici e negli affreschi della chiesa di Kariye Camii. Gli
artisti dell’epoca dei Paleologhi riprendono e sviluppano tendenze
già manifestatesi nel XII sec. Le composizioni si arricchiscono,
si moltiplicano i personaggi secondari e gli accessori.
Una folla animata si muove in mezzo al paesaggio e
ad architetture disegnate in modo da fornire una certa impressione
spaziale. Dettagli pittoreschi, e altri tratti dalla vita
quotidiana, allietano le scene religiose; ma questi medesimi
artisti sanno conferire accento patetico agli episodi della
Passione. L’arte robusta del XIII sec., ove si manifestava
l’impegno realistico, l’imitazione della natura, consentiva di
sperare un’evoluzione in questo medesimo senso; ma a poco
a poco cedette il posto a un’arte ancora impregnata di spiritualità
profonda, ma dominata dalla ricerca dell’eleganza,
dell’effetto decorativo. Si può ritenere che questo ritorno
sia dovuto al trionfo della setta mistica degli esicasti sui razionalisti
rappresentati dal monaco Barlaam (1290 ca. -
1348). Per gli esicasti, la fede era una visione dei cuore che
superava le facoltà intellettuali; e attraverso la contemplazione
l’uomo poteva percepire l’invisibile. Tale concezione
della realtà irrazionale delle cose divine doveva allontanare
gli artisti dalla ricerca della realtà concreta e frenare il movimento
rinnovatore del XIII sec.
Il periodo postbizantino
La presa di Costantinopoli da parte
dei Turchi nel 1453 pose termine alle esperienze artistiche
nella capitale e nelle grandi città. L’attività si concentrò
nei centri monastici, sul monte Athos, alle Meteore, in
isole come Creta, che sfuggirono alla dominazione turca, o
in città della Macedonia come Castoria. L’arte di quest’ultimo
periodo visse, in qualche modo, sulle acquisizioni del
passato; tenne a preservare l’eredità ricevuta. I contatti con
l’Occidente le fornirono talvolta temi nuovi, ma non ebbero
influsso né sul suo stile né sul suo spirito.
I manoscritti illustrati La miniatura costituisce un settore
importante dell’arte b. Sotto certi aspetti, i miniatori si mostrarono
piú fedeli ai modelli antichi degli affrescatori o dei
mosaicisti. Come gli scribi ricopiavano scrupolosamente il testo, cosí essi riproducevano fedelmente l’illustrazione; il miniatore,
peraltro, era piú libero, poiché non era soggetto nello
stesso grado ai precetti del dogma e della liturgia. Si vedono
cosí da un lato opere piú vicine alla tradizione antica di
quanto lo sia l’arte monumentale, e dall’altro creazioni di cui
non si ha l’equivalente nella decorazione delle chiese. Infine,
i manoscritti illustrati, conservati in gran numero, consentono
di seguir meglio le varie fasi evolutive della pittura.
Le miniature del VI secolo
Tre manoscritti di gran lusso,
in parte conservati, scritti su pergamena purpurea in lettere
d’oro e d’argento, sono stati illustrati nel VI sec.: si tratta
del libro della Genesi (Vienna, bn, cod. theol. gr. 31) e di
due Vangeli (uno in Italia, nella cattedrale di Rossano; l’altro,
proveniente da Sinope, a Parigi, bn). Le illustrazioni
della Genesi non contengono piú che ventiquattro fogli. Ad
esse hanno collaborato numerosi artisti: dipinte in stile
impressionistico,
sono scene di genere al modo ellenistico, che
talvolta completano il testo aggiungendovi dettagli pittoreschi,
paesaggi e figure allegoriche; dipinte nella metà inferiore
della pagina, sono di solito prive d’incorniciatura. Lo
stile dei dipinti dei due Vangeli è molto diverso. Ogni dettaglio
accessorio o pittoresco è bandito da tali composizioni
sobrie, ridotte ai personaggi essenziali per comprendere il
soggetto. Il carattere solenne delle rappresentazioni, i personaggi
dal grave portamento, si accordano al senso profondo
delle scene religiose. L’intensità dell’espressione predomina
in alcune scene come la Preghiera di Cristo nell’orto dei
Getsemani, mentre, nella rappresentazione del Giudizio di
Cristo, l’artista si è ispirato a temi dell’arte imperiale.
Le miniature dal IX all’XI secolo
Numerosi salteri di questo
periodo, con illustrazioni marginali, costituiscono il gruppo
piú originale dell’arte b. Le figure dipinte ai margini, in
stile vivace e realistico, costituiscono un commento per immagini,
che raffigura gli episodi della storia del popolo ebreo
narrati nei salmi e le scene del Nuovo Testamento, di cui tali
episodi sono prefigurazione. A questo gruppo di miniature
altre ne sono state accostate che evocano la polemica tra
gli avversari e i fautori delle immagini. Mostrano, in particolare,
gli imperatori iconoclasti che ordinano di coprire di
calce le immagini di Cristo, paragonando l’empia azione a
quella dei carnefici di Lui. Tali miniature sono tra i rari
esempi in cui gli eventi contemporanei hanno trovato eco nell’arte b.
Altri salteri sono stati illustrati nel corso del X
sec., mediante grandi composizioni a piena pagina, veri e
propri quadri dipinti al modo antico. L’esemplare piú celebre
è il Salterio di Parigi (o Salterio greco: Parigi, bn, gr. 139);
è stato talvolta considerato opera del VII sec. a causa del carattere
arcaicizzante delle miniature a piena pagina. Si tratta
in realtà di uno dei principali monumenti della rinascenza
bizantina del X sec. Le miniature sono di valore inuguale,
ma molte tra esse, come Davide che canta i suoi salmi (ispirato
dall’allegoria della Melodia), oppure Isaia in preghiera
tra le figure allegoriche della Notte e dell’Aurora, dimostrano
l’alta qualità raggiunta dalla miniatura in questo periodo.
Nel Combattimento tra Davide e Golia, Davide è sostenuto
dalla Potenza, impersonata da una giovane donna
alata, mentre dietro Golia fugge, smarrita, la Jattanza. Per
il carattere delle composizioni, per la rappresentazione del
paesaggio, per il modellato dei drappeggi e la prestanza dei
personaggi, disposti su piú piani, e per la bellezza ideale dei
volti, tali miniature si riallacciano assai piú ai modelli antichi
di quanto accada per certi dipinti monumentali. Su un
rotolo di pergamena della Biblioteca Vaticana si succedono
in fregio continuo gli episodi della vita di Giosuè; il disegno
colorato di tali rappresentazioni, anch’esse animate da allegorie,
ci offre un altro esempio di grande qualità dell’arte
anticheggiante della rinascenza del x sec. Il rapporto con i
modelli antichi è palese quando si tratti di opere di autori
antichi come i Theriaca di Nicandro (trattato dei rimedi da
applicare contro i morsi velenosi), o l’opera di Apollonio di
Cizio sulla guarigione delle lussazioni; ma è ancor piú avvertibile
nei ritratti degli evangelisti o dei profeti che illustrano
altri manoscritti; i miniatori bizantini avevano perfettamente
assimilato l’estetica e i procedimenti della pittura
antica. Tale assimilazione avvenne probabilmente per gradi,
o può darsi che miniatori piú dotati vi siano riusciti meglio
di altri. Questo sembrano indicare l’ineguaglianza delle
miniature del Salterio di Parigi o la varietà stilistica osservabile
in un esemplare delle Omelie di Gregorio Nazianzeno,
illustrato nell’880-83 ca. per Basilio I e l’imperatrice Eudossia
(Parigi, bn, gr. 510): nella Visione delle ossa di Ezechiele
la bella figura del profeta, l’atteggiamento grazioso
dell’angelo, la fattura «impressionista» della montagna e del
cielo tinto di rosa, la composizione in profondità sono nella
migliore tradizione antica; i ritratti dei santi rammentano
quelli dei timpani di Santa Sofia a Costantinopoli, mentre
altre miniature presentano figure trattate in modo piú schematico,
mentre l’azione si svolge su un unico piano.
Le miniature dell’XI e XII secolo
Verso la fine del X sec. e
all’inizio dell’XI, i miniatori adattarono all’estetica bizantina
la maniera antica che avevano assimilato. Un Menologio
(calendario liturgico) e un Salterio, eseguiti ambedue per Basilio
II (976-1025) ci offrono eccellenti esempi di tale trasformazione.
Nel Menologio (Roma, bv, gr. 1613), raccolta
agiografica illustrata da un gruppo di otto pittori ciascuno
dei quali ha firmato col suo nome, gli edifici e il paesaggio
sono come un telone a fondale e non creano piú uno spazio
reale; le forme si rimpiccioliscono, il movimento è attenuato.
La differenza con i pittori del X sec. è ancor piú accentuata
quando si confrontano le scene della vita di Davide del
Salterio di Basilio II (Venezia, Marciana, gr. 17) con quelle
del Salterio di Parigi. Le allegorie sono scomparse; i personaggi,
disposti sullo stesso piano, non hanno piú la stessa
grandiosità. Tali dipinti, come quelli di altri incarichi imperiali,
presentano però grandissima qualità tecnica. Una raccolta
delle prediche di Giovanni Crisostomo (Parigi, bn, Coislin
79), illustrata per Niceforo III Botaniate (1078-81), è
ornata con molti ritratti dell’imperatore e dell’imperatrice.
Nella miniatura ove l’imperatore è in piedi tra Giovanni Crisostomo
e l’arcangelo Gabriele, l’espressione di ideale ascetico
della figura del santo contrasta col persistere, nell’arcangelo,
del canone classico. Un’altra miniatura di questo
manoscritto rappresenta l’imperatore circondato dai grandi
dignitari della corte, in piedi, nell’atteggiamento ieratico che
il cerimoniale prescriveva. Qui si privilegiano l’effetto decorativo
e le ricche vesti, ma gli angeli a mezza figura dietro
il trono serbano ancora una certa morbidezza di atteggiamento
e, malgrado la tendenza linearistica, un certo senso
del volume. Il linearismo e l’astrattismo sono piú accentuati
in altre opere dell’XI sec. In un Salterio copiato al monastero
di Studio a Costantinopoli nel 1066 (Londra, bm,
19.352) e in un Vangelo probabilmente eseguito nel medesimo
laboratorio (Parigi, bn, gr. 74) le figure gracili non hanno
piú né peso né volume, ma i profili sono eleganti e disegnati
con grande sicurezza di tratto. Il modellato è riservato
ai volti; negli ingrandimenti fotografici si percepisce ancor più la reale maestria del pittore nel variare le espressioni.
La reticella a fini tratti d’oro che copre le vesti imita l’arte
degli smaltatori e accentua il valore cangiante dei colori.
Il racconto evangelico è illustrato nei minimi dettagli, in fasce
intercalate al testo. Questa medesima disposizione, in
un ciclo narrativo della stessa estensione, si riscontra pure
in un evangeliario dell’inizio del XII sec. (Firenze, Bibl. Laurenziana,
Plut. VI-23). Non soltanto l’iconografia delle scene
non è piú la stessa, ma anche lo stile è diverso: i personaggi
hanno aspetto piú solido, i drappeggi sono modellati,
gli atteggiamenti piú vari. Nel complesso, la miniatura
dell’epoca dei Comneni segna un ritorno ai modelli classici,
senza tuttavia imitarli al modo del X sec. L’ornamentazione
comincia inoltre a svolgere un ruolo maggiore e accresce l’attrattiva
di queste opere, dall’esecuzione tecnica perfetta, e
di grande eleganza. Uno dei rappresentanti migliori di questo
gruppo è un evangeliario della biblioteca di Parma (Palat.
5). La maggior parte dei manoscritti giunti sino a noi datano
all’XI-XII sec. Gli Ottateuchi (gli otto primi libri del Vecchio
Testamento) hanno avuto un’illustrazione narrativa altrettanto
dettagliata dei Vangeli di Parigi e di Firenze e, come
in questi ultimi, le miniature sono intercalate a fasce entro
il testo. I Salteri continuano ad essere illustrati, alcuni
con miniature in margine, altri con miniature a piena pagina.
Tra gli scritti dei padri della Chiesa, la preferenza venne
data alle Omelie di Gregorio Nazianzeno. Venne pure illustrata
la Cosmografia di Cosma Indicopleuste, autore del VI sec., e un’opera mistica, la Scala santa di Giovanni Climaco,
altro scrittore dello stesso secolo. All’epoca dei Comneni
venne creata una serie di miniature per i Sermoni sulla
Vergine, attribuite al monaco Giacomo, che rappresentano
gli episodi leggendari della vita di Maria.
La decadenza (XIV-XV secolo)
L’arte della miniatura non
sembra godesse del medesimo favore dei secoli precedenti.
L’interesse degli umanisti per gli autori antichi si manifesta
negli esemplari delle opere mediche di Ippocrate, degli Idilli
e dei poemi minori di Teocrito e di Dosiade, le cui miniature
sono ispirate da modelli antichi: di questo periodo si possiede
inoltre un Vangelo bilingue, greco e latino, illustrato da
numerose miniature (Parigi, bn, gr. 54).
L’espansione dell’arte bizantina Nel corso della millenaria
esistenza dell’impero bizantino, la sua arte si espanse nei
paesi conquistati o limitrofi e si spinse ben al di là di questi
confini. Nell’Italia settentrionale (Ravenna, Castelseprio),
a Roma, piú tardi nell’Italia meridionale e in Sicilia, questo
influsso fu assai forte. Artisti provenienti da Costantinopoli
vi introdussero il repertorio iconografico e i procedimenti
artistici in auge nell’impero; essi formarono altri artisti,
che continuarono ad operare nella medesima tradizione, interpretandola
talvolta a proprio gusto. Da quando si comincia
a conoscere l’arte del periodo dei Paleologhi, soprattutto
le opere del XIII sec., si comprende meglio che cosa fosse
la «maniera greca» e il ruolo che quest’arte svolse agli inizi
del Rinascimento italiano. I prodotti delle industrie di lusso
di Bisanzio erano ricercatissimi; e attraverso la mediazione
di questi oggetti l’influsso bizantino si propagò
nell’Europa occidentale. Per decorare la sua grande basilica,
Didier, abate di Montecassino, non soltanto aveva fatto
venire mosaicisti da Costantinopoli, ma aveva pure ordinato,
nel 1066, porte di bronzo decorate da figure damascate
e niellate, come aveva fatto prima di lui un ricco mercante
di Amalfi: tali porte servirono di modello agli scultori italiani.
Nei principati latini del Levante fondati dai crociati
l’influsso bizantino compare nei manoscritti illustrati a Gerusalemme
o a San Giovanni d’Acri. Nell’Oriente cristiano,
principale veicolo di trasmissione fu appunto il cristianesimo.
Gli Slavi convertiti, bulgari, serbi di Jugoslavia e russi,
si disciplinarono alla scuola di Bisanzio, e la loro arte deriva
direttamente da quella dell’impero bizantino. Lo stesso
accadde in Georgia, paese ortodosso, e in minore misura in Armenia, la cui
Chiesa era indipendente. A partire dal XIV
sec. l’influsso bizantino penetrò anche in Romania. È certo
che Bisanzio non fu sempre insensibile alle forme d’arte straniere.
Nel campo delle arti decorative vennero spesso imitati
i motivi creati dai Persiani sasanidi, che si perpetuarono
nell’arte musulmana; e gli apporti orientali hanno molto
peso nell’ornamentazione bizantina. Dopo il XII sec. si possono
osservare alcuni effetti dei piú stretti rapporti con i Latini,
soprattutto nella scultura; ma, in linea generale, fu Bisanzio
la grande iniziatrice.
|