| Resistenza e accettazione |
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Un senatoconsulto del 161
ordinò che i retori e i filosofi, venuti in Roma come esuli della Macedonia,
fossero cacciati dalla città. Cinque anni più tardi Atene inviava a Roma una
missione diplomatica, formata da tre filosofi (Critolao, che rappresentava
il Liceo, Diogene di Babilonia, che rappresentava la Stoa, e Carneade, che
era alla direzione dell'Accademia); essi approfittarono di questo soggiorno
per esporre in pubblico le proprie dottrine. Ottennero un enorme successo,
soprattutto Carneade, la cui oratoria, ricca di sottili argomentazioni
dialettiche, riusci in breve a conquistare la parte più intelligente della
gioventù. Famoso è rimasto il suo discorso sul contrasto fra la giustizia e
la saggezza, dimostrato proprio con l'esempio del popolo romano, che fondava
la propria potenza sui territori strappati con la violenza ad altri. Questa
non fu l'ultima ragione per cui i filosofi ateniesi, appena conclusa la loro
missione, furono invitati a lasciare la città.
Sarebbe
erroneo tuttavia ritenere che la Grecia, con i successi ora ricordati, a
effettivamente riuscita a imporre a Roma la propria cultura. Che non sia
stato così ce lo dimostra un fatto semplicissimo ma molto significativo:
mentre la lingua greca si era rapidamente diffusa in tutto il mondo
mediterraneo orientale (per esempio in Egitto), tanto da diventarvi l'unico
mezzo di comunicazione della cultura, nulla di simile accadde in occidente.
Nel campo linguistico la resistenza di Catone riportò piena vittoria: i
romani continuarono a scrivere in latino (cercando evidentemente di
arricchire il proprio vocabolario), e la civiltà mediteranea finì a poco a
poco per diventare bilingue. |