Rivoluzione russa: le opinioni della stampa politica italiana
Per socialisti e cattolici, la Rivoluzione russa, nelle sue diverse fasi,
rappresentò senz'altro uno dei temi di maggior conflitto tra le diverse
posizioni di pensiero, tra chi cioè la interpretava come la 'liberazione del
mondo' e chi, al contrario, guardava con timore e paura la caduta del grande
impero zarista. Due articoli comparsi quasi contemporaneamente su 'Civiltà
cattolica' e su 'Critica sociale', quasi in una sorta di dialogo a distanza,
illustrano con chiarezza le prime reazioni di due delle maggiori forze
politiche italiane di fronte allo svolgimento dei fatti che portarono nel
marzo del 1917 al rovesciamento dello zar e all'insediamento di un governo
provvisorio di ispirazione liberale, appoggiato dai socialisti, che nel
frattempo preparavano i moti rivoluzionari d'ottobre che li avrebbero
portati alla definitiva conquista del potere.
Il vento della rivoluzione soffia dal Settentrione: un immenso popolo è in
sobbollimento, una sterminata regione in fiamme. 'La rivoluzione russa
divampa – annunzia festoso il Turati ai rappresentanti del popolo italiano
[...]– e si svolge in grande, richiamando alla memoria la Rivoluzione
francese'. E via di questo passo, inneggiando, con la rivoluzione russa, a
tutti i futuri 'movimenti popolari per la libertà', anzi alla prossima
'liberazione del mondo'. [...] È vero che le notizie ci pervengono stentate,
incerte, talora contraddittorie: ma nella loro stessa vaga incertezza e
stridente incoerenza fanno ragionevolmente temere il peggio. E il peggio
sarebbe, del resto, non difforme dal procedimento logico della storia,
dall'esempio del passato, giusta il seme gettato fra i popoli dai governi
stessi, creature o alleati antichi della rivoluzione, senza Dio: rovesciata
un'autorità che dominava assoluta sopra oltre centocinquanta milioni di
sudditi ed infestissima non solo alla libertà politica, ma ad ogni libertà
religiosa, e sopra tutto alla religione cattolica; spodestato un
potentissimo despota, il più temuto d'Europa, e fino a ieri riverito come
legittimo imperante, anzi esaltato a cielo da quelli stessi che oggi lo
conculcano. [...]
Ma se i fatti corrispondono alle voci, che sarebbe altro, questa, se non che
una imitazione, o se vuolsi una rinnovazione e di gran lunga mitigata, della
tanto decantata rivoluzione francese? [...] Non molto dissimili, forse,
appariranno a suo tempo le origini e i casi della rivoluzione russa, sebbene
per noi ancora troppo avvolta nella nebbia. Ma non dei casi della
rivoluzione russa noi vogliamo discorrere, che non conosciamo se non
parzialmente: più notabile assai, specialmente quale sintomo dei tempi
nuovi, pare a noi l'accoglienza ardente, entusiastica, fino al lirismo più
focoso, ond'essa fu salutata nei paesi dell'Intesa, dagli amici stessi del
caduto. Checché sia delle vicende russe, quest'accoglienza è per se stessa
un trionfo della rivoluzione. E il trionfo riesce tanto più strepitoso, più
sintomatico, in quanto più inatteso per chi seguiva alla superficie i fatti
e le questioni correnti, trasmesse dalle voci della stampa o della piazza.
Da ogni parte si inneggiava alla Russia; se ne lodava lo Czar; se ne
esaltava il governo, anche quando imprigionava vescovi e sacerdoti
cattolici: ad ogni occasione volavano sulle ali del telegrafo calorose
congratulazioni, saluti ed auguri dei capi di governo; ad ogni caduta o
rinnovazione di ministero correvano inni di ammirazione e promesse grandiose
sui nostri grandi organi della pubblicità... Ed ecco a intervallo di giorni,
tutto muta: ad un tratto si cambia registro: il colosso cade, e al crollo
spaventoso, neppure un attimo di sbalordimento: come ad una parola data,
tutti corrono a battere le mani, a gridare viva la rivoluzione, a imprecare
alle vittime, che ieri si adulavano nella potenza, ad insultare i caduti, a
gettare una pietra sul loro sepolcro. Mirabile sincerità delle 'intese'
politiche!
[Ma] lasciamo queste notizie all'accertamento della storia, noi stiamo ai
fatti che abbiamo sott'occhio. I 'proletari di tutto il mondo' tirano le
conseguenze dai principii che il liberalismo, e specialmente il laicismo
massonico, ha insegnato da oltre un secolo al mondo; [...] poiché il popolo
è in ogni tempo zimbello dei partiti più audaci [...] alla cui balìa resta
ogni autorità costituita nella moderna società. Finché questa minoranza
prevale con la forza o con l'astuzia contiene la moltitudine in soggezione,
e il principe in trono o il presidente in seggio; ma quando l'abuso esorbita
in alto o lo scontento si allarga in basso, non vi ha rimedio: qualsiasi
forza fisica deve cedere all'irrompere del torrente rivoluzionario quando
non è trattenuto da niun riparo di ordine morale. Poiché questo solo può
avere forza stabile su la libera volontà. Quindi lo scoppio inesorabile
delle rivoluzioni. Esso è preparato ora nella ribellione predicata dal
liberalismo, dal socialismo, dal radicalismo e dalla massoneria dominante,
sfruttatrice di tutti i partiti nemici di Dio e della Chiesa. Ora re e
grandi della terra, in cambio di reprimere siffatto moto di ribellione dei
popoli alle leggi morali e religiose, lo favorirono e talora anche lo
provocarono con il loro esempio. Essi intralciarono l'opera della Chiesa, la
libertà del suo Capo visibile, la educazione dei suoi ministri, i diritti
dei suoi fedeli e difensori, specialmente dei religiosi e delle religiose,
ne dilapidarono i beni, accumularono da ogni parte rovine religiose e morali
a dispetto di tutti i richiami della Chiesa e del Papa. Credevano di
ingrandirsi e si rimpicciolirono, e infine quanto di autorità e di credito
presumevano togliere alla Chiesa, al suo Capo, tanto ne perdevano essi
innanzi ai popoli, col tristo esempio che loro davano.
[...] Non vogliamo aggravare qui le colpe dello Czar o del governo russo o
di altri quali siano, ancorché nemici della Chiesa; né molto meno tripudiare
su la loro caduta. Si direbbe, quasi, che tocchi a noi perseguitati da
secoli, inneggiare, da questa Roma dei Papi, alla scomparsa dell'Antipapa
moscovita e della sua Chiesa burocratica, negazione della gerarchia divina,
istituita da Cristo. Ma il senso di carità e di nobiltà cristiana, che ci
sostenne tra la persecuzione brutale, ci commuove alla caduta fatale, e ci
riempie di pietà verso il colosso nemico, che giace infranto, sebbene
colpevole della sua propria rovina. La pietà tuttavia non deve oscurare la
verità. E questa è che la dinastia caduta segnò la presente sua condanna
[...] mediante la persecuzione religiosa, di tempo in tempo inasprita fino
alle credulità di Nicola I, e la politica subdola, ingannatrice, di
tradizione. [...] Noi, senza mai approvare l'errore, senza mai lodare
l'esempio di chi lo segue, stiamo preparati a sostenere l'urto della
tempesta che esso scatena sul mondo e che noi abbiamo tentato invano di
trattenere. Ci muoveva e ci muove la nobile adesione ad un alto principio di
ordine e prosperità sociale, non la interessata servilità a potenti, che
favorivano i loro proprii nemici, spogliando gli amici dell'ordine e
perseguitando la Chiesa. Ma non temiamo di nulla: fra tutti i rivolgimenti
mondani siamo certi che la Chiesa, che rocca di Pietro è inconcussa.
[da 'Civiltà cattolica', giugno 1917]
La 'Civiltà attolica' ha ragione: l'importanza della rivoluzione russa non
consiste tanto nell'avvenimento per se stesso, quanto nell'accoglienza che
l'avvenimento ricevette nei diversi Paesi. Nota con molto rammarico, la
Rivista Romana, che quell'accoglienza fu dappertutto non soltanto simpatica,
ma entusiastica: persino fra coloro che dovrebbero riguardare con orrore
ogni moto di popolo, ogni violenta rivoluzione, ogni offesa al principio di
autorità. [...] Ora, questa disposizione universale degli spiriti verso il
formidabile rivolgimento pare alla 'Civiltà cattolica' un triste ed
eloquentissimo indizio dei tempi: eloquentissimo sembra anche a noi, ma, per
ovvie considerazioni, anziché triste, felicissimo. [...][Oggi] si sente
nell'aria che un'epoca sta per finire, che un'altra sta per cominciare; che
tutti gli idoli millenari vacillano e stanno per dissolversi in polvere, che
si entra nella nuovissima storia. Il malcontento è diffuso: nelle classi
superiori ha ragioni spirituali, nelle inferiori materiali. [...] C'è in
certe classi borghesi uno spirito rivoluzionario che vieta loro di scorgere
l'abisso aperto ai loro piedi. Si direbbe come una follia di suicidio, una
sete di annientamento. Perché? Chi può spiegare l'origine e il significato
del vasto soffio che passa sulle compagini umane e dà loro la vertigine del
nuovo? Nessuno: notiamo il fatto senza interpretarlo. Duemila anni di
cristianesimo e un tempo indefinito di regime capitalistico hanno condotto
gli uomini a sbranarsi fra loro con una ferocia e una potenza di distruzione
inaudite. La civiltà borghese è fallita, perché della bestia umana non seppe
fare un uomo; le religione rivelate fallirono, perché non seppero insegnare
le vie della giustizia e della verità. Ecco perché questi popoli che
brancolano nella notte salutarono con letizia il raggio che s'accese
nell'oriente. Essi hanno, nel loro confuso ma sicuro istinto, quello che
ignorano i sapienti e i potenti: che cioè la rivoluzione russa è il
principio della fine della società attuale.
In un Paese vasto come la quinta parte dell'orbe si è compiuta in poche
settimane quella che si credeva dover essere l'opera di molte generazioni.
La sovranità popolare è in atto. La diplomazia segreta è sepolta. Il diritto
di proprietà è discusso, attaccato, pericolante. La rottura col passato è
completa e definitiva. [...] Perché la terra intiera passi al regime
socialista, basta che una porzione di essa lo metta in opera; perché, quando
si vedrà realizzato ciò che si credeva non realizzabile, cadrà la maggiore
fra le obiezioni che si sogliono opporre ai propagatori dell'idea comunista.
Così corre verso le estreme conseguenze quel processo logico e politico che
nacque quando dal cuore degli uomini fu strappato il concetto e il timore di
un Dio garante e custode delle iniquità sociali; da quando i mortali
negarono la necessità del dolore e proclamarono il diritto alla felicità;
[...][da quando sorse il bisogno di] abolire non il dolore ( che forse non è
lecito) ma molte fra le più frequenti cause di dolore e di colpa, la fame,
la povertà, la malattia, l'ingiustizia, la violenza; esasperare fino
all'ultimo limite le facoltà dell'ingegno umano, così da donare agli uomini,
nel campo delle scienze, prodigiosi imperi che oggi non possiamo neppure
intravedere; ecco una fede che val bene quelle di cui assistiamo senza
rimpianto al placido tramonto.
Gli oscuri moujiks che fra poche settimane formeranno col loro suffragio
l'Assemblea Costituente, dalla quale uscirà la prima repubblica sociale, la
repubblica in cui lo Stato sarà solo padrone delle terre, non sanno di
essere gli artefici di un nuovo mondo. Ma l'operaio che nella cava taglia il
blocco di marmo, sa egli forse quale immortale capolavoro trarrà dal blocco
informe il genio dello scultore?'
[da 'Critica sociale', giugno 1917]
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