ROMA E CRISTIANESIMO
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Mentre l'edificio dell'Impero romano entrava nella sua grande crisi, il
cristianesimo, nato da due secoli, si affermava sempre di più come la religione
più diffusa nel mondo conosciuto.
L'esistenza di una comunità cristiana a Roma, o più esattamente di una reazione
suscitata in seno alla fiorente comunità ebraica di Roma dalla propaganda
cristiana, è attestata con certezza negli anni Quaranta: Svetonio infatti, nella
vita di Claudio, scrive che questo imperatore Iudaeos, impulsore Chresto,
assidue tumultuantes Roma expulit ("cacciò da Roma i Giudei che continuamente
tumultuavano su istigazione di Cresto"), testimonianza confermata dagli Atti
degli Apostoli (18,2). Può dunque dirsi con certezza che il messaggio cristiano
giunse presto a Roma, trovando il suo primo centro di diffusione in ambito
giudaico. Un'ulteriore testimonianza, di primaria importanza nella comunità
romana, è costituita dall'epistola di Paolo ai Romani, scritta attorno al 57-58;
più tardi, sarà lo stesso apostolo che giungerà prigioniero a Roma (Atti 28,
11-29) e vi diffonderà il verbo cristiano con notevole successo, a giudicare da
quel che egli dice nell'epistola ai Filippesi, scritta nel periodo di cattività
romana, tra il 63 e il 64. Giungiamo così all'anno (64) dell'incendio di Roma,
che provocò la nota persecuzione neroniana contro i cristiani accusati di aver
appiccato l'incendio. Alla fine del secolo I, ci si presenta un nuovo documento,
di grande significato, nella comunità cristiana di Roma; è la Prima Clementis
ove si è anche voluto riconoscere il primo cenno al martirio di Pietro e Paolo a
Roma. Da questo momento la tradizione della morte di Pietro a Roma, la cui
antichità è confermata anche dagli scavi sul colle Vaticano, si andrà
incrementando, mentre la comunità romana, nel corso del secolo II, viene
assumendo una propria fisionomia, ricollegando le sue origini alla predicazione
degli Apostoli. Nella seconda metà del secolo, da Aniceto a Vittore a Callisto,
vescovi di Roma, si venne accentuando l'importanza della comunità, ormai sempre
più latinizzata. Il secolo III segna il formarsi di una sua precisa e preminente
posizione, cui le altre comunità, soprattutto quelle che da Roma derivano la
loro fondazione e le comunità dell'Africa romana, guardano con particolare
rispetto.
Lo stato romano si era manifestato dapprima in linea di massima tollerante verso
la nuova "setta". Tuttavia il contrasto, già esploso in singoli episodi di
persecuzione, non poteva tardare ad aggravarsi. Il Dio dei cristiani era
altrettanto esclusivo verso i suoi fedeli quanto il Dio degli ebrei, ma il
cristianesimo aveva capacità e volontà di proselitismo enormemente superiori a
quelle del giudaismo. D'altra parte la fine tragica delle due grandi rivolte
ebraiche, domate l'una da Vespasiano e Tito, con la distruzione di Gerusalemme,
e l'altra da Adriano, aveva contribuito a creare attorno alla religione
israelitica e alla cristiana, a lungo non ben distinte agli occhi dei Romani,
l'aureola delle religioni dei ribelli per eccellenza, mentre favorendo la
diaspora giudaica aumentava la diffusione anche dei centri di propagazione del
cristianesimo. La nuova religione, che interdiceva il culto dell'imperatore, uno
dei fondamenti dell'Impero, spingeva il cittadino ad appartarsi dalla vita
sociale e pubblica, rispondendo all'esigenza d'interiorità che si andava
diffondendo in tutte le classi. Al tempo stesso, le comunità che sempre più si
stringevano a costituire la Chiesa rappresentavano un elemento di aggregazione
sociale completamente estraneo allo stato, e tendenzialmente indifferente alle
sue sorti; la stessa vita economica era influenzata dai principi della carità e
del mutuo soccorso che animavano i nuclei cristiani. La nuova religione si
distingueva dalle altre religioni orientali per il suo carattere assolutamente
universalistico, per la semplicità dei suoi riti, per la mancanza di quelle
rigide gerarchie di iniziazione che tendevano a mantenere quelle religioni
ristrette e prive di vera forza espansiva. Il messaggio dei Vangeli poteva
essere inteso dal senatore di cultura greca come dal legionario appena
civilizzato, senza che la diversità delle risonanze culturali deformasse il
nucleo fondamentale della religione, i suoi momenti eticamente e socialmente più
vitali, la morale della carità, dell'amore universale, della parità degli esseri
umani, della speranza nel regno futuro. In sostanza, il cristianesimo non era
nella sua essenza portato a costituire una forza eversiva della società e dello
stato, finché il cristiano poteva e doveva dare allo stato e alla società (una
volta assolto il debito verso Dio e rispettato il principio che l'adorazione è
dovuta a lui solo, ciò che per la tolleranza romana era nella maggior parte dei
casi possibile) tutto sé stesso, come buon cittadino o militare; ma creava una
riserva spirituale di fronte allo stato, relativizzandone il rapporto con l'uomo.
Dove lo stato tentasse di prevaricare e chiedere al cristiano più di quel che
questo poteva dare, la relatività del rapporto si manifestava, e il cittadino
scompariva davanti al credente. Il cristianesimo, e la sua Chiesa, rappresentava
insomma una potenziale minaccia per l'Impero non in quanto originariamente
prescrivesse alcunché contro lo stato, ma in quanto per i suoi valori
etico-religiosi creava la possibilità di una vita al di fuori di esso.
Certamente, col tempo maturò l'orgoglio e il senso di superiorità morale sul
mondo profano, che appariva sempre più smarrito e incapace di rinnovarsi. Gli
uomini di cultura pagani e i più avvertiti politici e imperatori sentirono che
la nuova religione, che non si manifestava come una moda passeggera,
rappresentava nel cuore dell'ordinamento civile, nel compatto mondo spirituale
greco-romano, una dimensione nuova, una linea di evasione. La larga diffusione
delle religioni orientali (in particolare quella del mitraismo, d'origine
persiana), dei culti misterici, delle sette orfico-pitagoriche, e, presso i più
colti, della filosofia platonizzante (sempre più tendente verso la religione)
creava d'altra parte una sorta di antagonismo contro i cristiani, che mostravano
per queste religioni e filosofie altrettanto disprezzo quanto per gli dèi
tradizionali del paganesimo greco-romano. Se queste religioni potevano adattarsi
a vivere nell'ordinamento di Roma, perché il cristianesimo manteneva una così
profonda riserva? La stessa umanità dei costumi e della mentalità, che nella
società civile romana del primo e secondo secolo aveva raggiunto un alto livello,
lo stesso affermarsi di posizioni come quella di Seneca (della cui morale i
cristiani stessi sentirono il profondo valore), piuttosto che avvicinare i
mitigati spiriti pagani allo spirito cristiano rendevano più evidente il
contrasto tra i due mondi, fra i quali l'abisso scavato dalla positività della
fede nella rivelazione si manifestava invalicabile da ogni affinità meramente
morale. Il "ciceroniano" e il "cristiano", che potevano anche essere vicini nel
modo di vivere, erano in realtà ai poli estremi: rappresentavano due mondi
opposti, l'uno fondato nel rispetto cosciente di una secolare tradizione di
cultura e di vita etica, l'altro nella cosciente e ferrea adesione a una fede
obiettiva. Donde una incomprensione profonda per il cristianesimo anche da parte
di coloro che erano disposti a condividere certi insegnamenti morali di dolcezza
e mitezza: la cultura greco-romana ripugnava a fondare tutta la vita spirituale
su un fatto tanto irrazionale come la fede in un Uomo-Dio, e non poteva
riconoscere nella oscura nascita, breve vita terrena e morte di Gesù di Nazareth
un evento che capovolgesse interamente la storia umana, un fatto assolutamente e
trascendentalmente condizionante per l'uomo. Il disagio del contatto con questo
nuovo "popolo eletto", che non si identificava con alcuna stirpe nota di
abitanti dell'Impero, che si insinuava dovunque e non poteva essere stretto da
presso, e che se stretto da presso sfuggiva con la morte all'impero della legge
e della tradizione di Roma, con un popolo che si lasciava separare dalla
comunità dello stato senza provare per la morte civile quell'orrore che
contraddistingueva l'uomo antico, tutto sociale e avvezzo a ritrovare nel
rapporto con i propri simili associati nello stato la propria più intima essenza;
il disagio di avvertire in questi pur buoni cittadini un totale disprezzo per i
valori fondamentali dell'etica pagana, come la gloria, la fama, la virtù, la
saggezza, la conoscenza della filosofia e della scienza, la bellezza della
poesia e delle arti; il concreto affermarsi in forme autonome dei gruppi umani
raccolti nelle comunità e nelle chiese, centri d'interessi sociali e di vita
economica: questi e altri motivi vennero creando lentamente le condizioni di
quelle persecuzioni anticristiane volute da molti imperatori e perseguite talora
con tenacia e crudeltà quali mai lo stato romano aveva posto in tali iniziative.
Ma a differenza del culto dionisiaco, duramente colpito nel secolo II a. C. per
il suo carattere anarchico e moralmente ripugnante ai Romani dell'età di Catone,
o del culto druidico, la cui estirpazione coincideva con lo spegnimento delle
ultime forze di resistenza celtiche, o del giudaismo ribelle degli zeloti, il
cristianesimo non poté essere colpito a morte dai provvedimenti persecutori; lo
impediva il suo carattere universalistico, l'impossibilità di localizzarlo
geograficamente e socialmente, la sua tenace resistenza che assumeva tutte le
forme, dalla volontà eroica del martirio alla remissività dei molti che
sembravano disposti al compromesso. Nell'ampiezza del suo raggio, il
cristianesimo abbracciava spiriti forti e integralmente dediti alla difesa della
fede, così come spiriti pronti a cedere, capaci di sottostare per poi
risollevarsi quando la tempesta fosse passata. La Chiesa risorgeva dopo le
persecuzioni per virtù della feconda testimonianza dei martiri, ma di fatto
anche per la sopravvivenza di coloro i quali avevano, pure nel piegarsi,
mantenuto una forte riserva interiore. Ogni persecuzione risollevava tra i
cristiani la polemica tra chi non aveva ceduto e chi si era piegato e da tali
contrasti, ben presto assurti a grandezza dottrinale, nascevano l'esperienza
politica della Chiesa cristiana, la sempre maggiore consapevolezza delle proprie
inesauribili risorse, la sempre più chiara visione dei punti deboli del
paganesimo e dell'Impero, la sempre più complessa coscienza del problema dei
rapporti con lo stato. E mentre la Chiesa nonostante tutto si ampliava e
progrediva continuamente, lo stato si rendeva sempre meglio conto di quale forza
potesse rappresentare, nei momenti di crisi, l'appoggio della Chiesa cristiana;
e, mentre nel seno della Chiesa maturavano i grandi contrasti dottrinali e
morali, le eresie e le interpretazioni diverse che la dividevano spesso con
violenza, lo stato si rendeva sempre più conto di non poter rimanere
indifferente di fronte a tali contrasti, che segnavano ormai la vita dell'Impero
con conseguenze politiche e sociali obiettive. È significativo il fatto che il
primo imperatore romano che riconobbe al cristianesimo la liceità e poi, in un
certo senso, la supremazia fra tutte le religioni, Costantino, avesse cominciato
con l'utilizzare la forza della nuova fede ai fini della propria lotta per il
potere, e rivendicasse poi per l'autorità imperiale il diritto di arbitrare i
contrasti in seno alla Chiesa e di partecipare così in qualche modo alla sua
vita.