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Stile

Dal lat. stilus, l'asticciola usata per scrivere sulle tavolette di cera. Per catacresi di metonimia lo stilo, già ín latino, venne a designare la scrittura e l'espressione letteraria.

I valori fondamentali della parola sono due: «l'assieme dei tratti formali che caratterizzano (in complesso o in un momento particolare) il modo di esprimersi di una persona, o il modo di scrivere di un autore» e « l'assieme dei tratti formali che caratterizzano un gruppo di opere, costituito su basi tipologiche o storiche » [Segre 1985].

In entrambi i sensi i tratti formali possono essere linguistici ma anche attinenti ad altre forme di espressione (figurativa, musicale, ecc.). Sono canoniche ad es. le nozioni di stile gotico, barocco, neoclassico, ecc.

La retorica dassica ha riservato all'elocutio il dominio dello stile (anche se vi sono continue intersezioni con la dispositio e l'inventio) riportandolo al concetto di "ornato". Secondo questa concezione i procedimenti di stile sono o una "deviazione", uno spostamento di significato, o una "aggiunta" di ornamenti e di colori. Da questo valore discende la classificazione degli ornamenti in due grandi categorie: i tropi (in greco 'deviazione' semantica) e le figure di parola e di pensiero. Secondo il precetto aristotelico, l'espressione deve essere "conveniente", appropriata agli scopi e all'argomento del parlare. La dottrina degli stili elaborata su questi presupposti fissa la corrispondenza tra stili e generi letterari, e secondariamente tra il carattere dei personaggi e lo stile (questo aspetto rientra nella teoria della mimesi).

All'interno della tripartizione - che risale a Teofrasto -, in sublime, medio, umile, sono poi distinte le varianti degli stili, le virtù dell'"ornato" proprie di ciascuno di essi, con la specificazione dei rispettivi attributi linguistici e delle figure di parola e di pensiero più pertinenti.

Il rapporto tra stile e genere letterario nel medioevo si estende a comprendere le varianti degli stili in rapporto all'assieme tematico. Si disciplinarono e si selezionarono le modalità e le qualità del dire, quindi, in relazione ai personaggi, alla loro onomastica e ruolo sociale, all'ambiente e ai luoghi. La rota Virgilii illustra schematicamente e simbolicamente le corrispondenze codificate tra i modelli dei tre generi (l'Aeneis, i Georgica, i Bucolica) e gli stili, e mostra con chiarezza il valore prescrittivo, vincolante e selettivo del rapporto contenuto-espressione.

Tale tripartizione «congelò, in grammatici e retori, l'intuizione delle varietà d'uso della lingua » [Mortara Garavelli 1992]. Ma va ricordato che l'intento normativo ed esemplare assegnato ai modelli era funzionale alla produzione di testi e non al loro studio critico (in quanto tale ha la massima efficacia nei periodi di gusto classicistico).

La catechesi e la letteratura cristiana hanno sovvertito il rapporto stile-contenuto, esemplandosi sul perfetto modello delle Scritture e della parola e della figura di Cristo dove erano fusi sublimità di pensiero e umiltà d'espressione.

Auerbach [1958] ha ripercorso le vicende linguistiche e letterarie da Agostino a Dante, svolte in costante dialettica tra sermo humilis e « rinascenze » classiche. Un conflitto di lingue in seguito, quando, nei secc. XIII-XIV, si pose come scelta alternativa latino/volgare. E in Mimesis [1946] Auerbach ha tracciato la storia del realismo occidentale dando « un esempio finora insuperato di storia della cultura letteraria attraverso il configurarsi dei classici livelli di stile nel loro potere modellizzante rispetto all'espressione artistica» [Mortara Garavelli 1991].

La linguistica novecentesca ha esteso il concetto di stile dalla scrittura letteraria alla lingua comune (intesa come sistema e convenzione sociale in opposizione all'atto espressivo individuale, sulla base della dicotomia saussuriana langue/parole).Da quel momento si distinguono pertanto una stilistica linguistica e una stilistica letteraria. Gli studi che si sono sviluppati intorno a questi due indirizzi con le relative specializzazioni di metodi e di ambiti hanno dato definizioni di stile sulla base del rapporto tra i fatti di stile e l'insieme da cui questi si isolano che si possono cosí riassumere:

1) "deviazione" o "scarto" dai modelli o schemi (patterns) che costituirebbero la "norma";
2) "aggiunta" o sovrapposizione di tratti stilistici a un'espressione "neutra" (nozione assai vicina a quella classica di "ornato");
3) "connotazione": ogni tratto stilistico si precisa come tale in riferimento al contesto linguistico e alla situazione comunicativa [Mortara Garavelli 1992].

In tutte centrale e problematica rimane la nozione di "scarto" da un qualche insieme assunto come "normale" (sia esso lingua come sistema, lingua d'uso o varietà linguistica), perché le prospettive comportano sempre un'analisi di tipo comparativo. Per altro verso è quasi intuitivo che la "scelta", e quindi stile, implichi un carattere opzionale di fronte alla normatività grammaticale (e in questo consiste lo specifico dello stile).

Alla luce delle proposte recenti si può definire lo stile individuale come il risultato di una selezione, di inclusioni (o esclusioni) compiute dal parlarne o dallo scrivente all'interno della varietà linguistica che gli è propria e in base al registro adottato.

Per quanto riguarda la scrittura artistica lo stile deve essere commisurato con la varietà letteraria e le sue codificazioni di generi e di forme, i paradigmi retorici e stilistici, le scuole, ecc. Segre [1985] inoltre assegna all'analisi stilistica una funzione preliminare rispetto all'interpretazione critica e alla percezione semiotica dell'opera letteraria e circoscrive il concetto di stile letterario alla valutazione delle "differenze" (o coincidenze) di un testo rispetto agli usi e aí documenti coevi. Si possono così individuare gli aspetti innovativi o conservativi dell'opera e cogliere la sua tonalità stilistica, il che equivale a riconoscere l'intertestualità, e dunque gli stili compresenti nell'opera.
 

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