Svetonio:
L’uccisione di Giulio Cesare
Delle opere dello storico latino
Svetonio il De vita Caesarum (121 d.C.) è
l’unica a essersi conservata per intero; in otto libri, contiene le biografie
dei primi 12 imperatori romani, da Giulio Cesare a Domiziano. Il genere della
biografia era molto in voga nel I e nel II secolo; Svetonio fu avvantaggiato
nella redazione dell’opera dal fatto di ricoprire a corte le cariche di
archivista e di segretario per la corrispondenza dell’imperatore, potendo perciò
attingere a fonti altrimenti precluse. I ritratti che egli traccia dei suoi
personaggi sono perciò più privati che propriamente storici, arricchiti anche da
aneddoti e dettagli curiosi che ne rendono interessante la lettura. Le Vite dei
Cesari restano comunque dal punto di vista storiografico una fonte di
approfondimento fondamentale del periodo imperiale. Nel brano seguente Svetonio
racconta l’episodio dell’assassinio di Cesare, avvenuto alle idi di marzo del 44
a.C., e preannunciato da numerosi sinistri prodigi che l’imperatore tuttavia
volle ignorare.
81) Ma la morte imminente fu annunciata a Cesare da chiari prodigi.
Pochi mesi prima, i coloni condotti a Capua in virtù della legge Giulia stavano
demolendo antiche tombe per costruirvi le loro case. Lavoravano con tanto ardore
che, esplorando le tombe, trovarono molti vasi di antica fattura. Nel sepolcro
in cui si diceva fosse sepolto Capi, il fondatore di Capua, rinvennero una
tavoletta di bronzo che recava una scritta in lingua e caratteri greci; il senso
era questo: “Quando saranno scoperte le ossa di Capi, un discendente di Iulo
morirà per mano di consanguinei e ben presto sarà vendicato da terribili
disastri dell’Italia.”
Questo episodio, perché qualcuno non lo consideri fantasioso o inventato, è
stato riferito da Cornelio Balbo, intimo amico di Cesare.
Negli ultimi giorni Cesare venne a sapere che le mandrie di cavalli che aveva
consacrato quando attraversò il Rubicone, e che lasciava libere di correre,
senza guardiano, si rifiutavano di nutrirsi e piangevano continuamente.
Per di più, mentre faceva un sacrificio, l’aruspice Spurinna lo ammonì di “fare
attenzione al pericolo che si sarebbe presentato non oltre le idi di marzo”.
Il giorno prima delle idi un piccolo uccello, con un ramoscello di lauro nel
becco, entrò volando nella curia di Pompeo; subito volatili di genere diverso,
levatisi dal bosco vicino, lo raggiunsero e lo fecero a pezzi sul luogo stesso.
Nella notte che precedette il giorno della morte, Cesare stesso sognò di volare
al di sopra delle nubi e di stringere la mano di Giove.
La moglie Calpurnia sognò invece che crollava la sommità della casa e che suo
marito veniva ucciso tra le sue braccia; poi, d’un tratto, le porte della camera
da letto si aprirono da sole.
In seguito a questi presagi, ma anche per il cattivo stato della sua salute,
rimase a lungo indeciso se restare in casa e differire gli affari che si era
proposto di trattare davanti al Senato; alla fine, poiché Decimo Bruto lo
esortava a non privare della sua presenza i molti senatori che lo stavano
aspettando da un po’, verso la quinta ora uscì. Camminando, prese dalle mani di
uno che gli era venuto incontro un biglietto che denunciava il complotto, ma lo
mise insieme con gli altri, come se volesse leggerlo più tardi.
Dopo aver fatto quindi molti sacrifici, senza ottenere presagi favorevoli, entrò
in curia, passando sopra ogni scrupolo religioso, e si prese gioco di Spurinna,
accusandolo di dire il falso, perché le idi erano arrivate senza danno per lui.
Spurinna, però, gli rispose che erano arrivate, ma non erano ancora passate.
82) Mentre prendeva posto a sedere, i congiurati lo circondarono con il pretesto
di rendergli onore e subito Cimbro Tillio, che si era assunto l’incarico di dare
il segnale, gli si fece più vicino, come per chiedergli un favore. Cesare però
si rifiutò di ascoltarlo e con un gesto gli fece capire di rimandare la cosa a
un altro momento; allora Tillio gli afferrò la toga alle spalle e mentre Cesare
gridava: “Ma questa è violenza bell’e buona!” uno dei due Casca lo ferì,
colpendolo poco sotto la gola.
Cesare, afferrato il braccio di Casca, lo colpì con lo stilo, poi tentò di
buttarsi in avanti, ma fu fermato da un’altra ferita.
Quando si accorse che lo aggredivano da tutte le parti con i pugnali nelle mani,
si avvolse la toga attorno al capo e con la sinistra ne fece scivolare l’orlo
fino alle ginocchia, per morire più decorosamente, con anche la parte inferiore
del corpo coperta.
Così fu trafitto da ventitré pugnalate, con un solo gemito, emesso sussurrando
dopo il primo colpo; secondo alcuni avrebbe gridato a Marco Bruto, che si
precipitava contro di lui: “Anche tu, figlio?”.
Rimase lì per un po’ di tempo, privo di vita, mentre tutti fuggivano, finché,
caricato su una lettiga, con il braccio che pendeva fuori, fu portato a casa da
tre schiavi.
Secondo quanto riferì il medico Antistio, di tante ferite nessuna fu mortale ad
eccezione di quella che aveva ricevuto per seconda in pieno petto.
I congiurati avrebbero voluto gettare il corpo dell’ucciso nel Tevere,
confiscare i suoi beni e annullare tutti i suoi atti, ma rinunciarono al
proposito per paura del console Marco Antonio e del comandante della cavalleria
Lepido.
Svetonio, Le vite dei dodici Cesari. Vita di Giulio Cesare, capp. 81-82.