TEATRO PROFANO



Le forme teatrali in Italia hanno seguito un cammino oscuro dopo la caduta dell'Impero romano, poiché il paese si sviluppò in condizioni particolari: l'invasione germanica aveva disperso quanti avrebbero potuto dar vita alle forme teatrali e aveva lasciato sopravvivere solo alcuni personaggi delle "atellane" per gli attori che "recitavano all'improvviso" nelle piazze e nei mercati.

Come in altri paesi, anche in Italia, nel Medioevo, venne elaborandosi la forma del dialogo drammatico e, poi, quella del dramma liturgico. Perché la folla partecipasse bisognava rendere il testo facile da capire e da recitare; pertanto si faceva sempre più ricorso alla lingua volgare e il dramma si veniva discostando dal suo ambiente religioso. Così in Francia, nel XII secolo, un chierico anonimo compose un Jeu d'Adam che fu probabilmente rappresentato, sotto il controllo del clero, da dilettanti borghesi e studenti riuniti in una confraternita (gruppo formato per compiere pratiche religiose e caritatevoli). Era aperta la strada al théâtre farci di carattere profano le cui forme si differenziarono sempre più da quelle della liturgia. Nella stessa epoca, in quasi tutta Europa, saltimbanchi, prestigiatori, buffoni e ciarlatani agivano sulle piazze, agli incroci di strade, nelle fiere e nei luoghi di pellegrinaggio; i giocolieri cantavano "geste" e "passioni" scritte in versi, nei chiostri delle chiese; il Carnevale era pretesto a festeggiamenti, mascherate e divertimenti parodistici e licenziosi; la "Festa dei folli" si componeva di una specie di farse-cortei, piene di piccole scene della vita quotidiana accompagnate da dialoghi in trivialità e oscenità non mancavano. Tutti questi fermenti preparano la formazione e la nascita del teatro profano. Il crescente favore popolare per gli spettacoli spinse gli autori dei "misteri", di solito giuristi di professione, a tradurre in lingua volgare gli atti e i sentimenti quotidiani della folla, trattando la storia con disinvoltura, trasportando volentieri il passato nel presente, mischiando fatti naturali e soprannaturali, unendo la finezza alla grossolanità, il simbolismo al realismo più spinto. Così dal semplice denudamento che si vedeva nei Miracles de Notre-Dame si arrivò a mettere in scena i peggiori supplizi, dalla decapitazione all'estirpazione delle viscere d'Agrippina e perfino all'esibizione del suo utero. Il successo dei misteri fu talmente vasto che diverse confraternite, composte da borghesi, studenti, preti, artigiani dettero rappresentazioni fuori della piazza pubblica, nelle quali l'elemento profano venne sempre più sviluppandosi fino a dominare la scena. Così nacquero le commedie buffe (soties), i sermons joyeux ed i monologues, che generalmente si raggruppano sotto il nome di "farse" o "moralità". Le farse erano un componimento teatrale di contenuto buffonesco, tipico proprio del teatro profano, costituito da uffici liturgici con aggiunte di parti volgari. La farsa veniva scritta e recitata per il popolo. La vita era difficile: il popolo era portato verso gli estremismi: amore o odio, riso o lacrime. La conclusione delle moralità e delle farse era che nulla andava troppo bene, ma che tutto sarebbe anche potuto andare peggio. Nelle soties si biasimavano i re e i grandi. Questi componimenti erano ricchi di allusioni sociali e politiche. Non venivano trascurati nemmeno i costumi della vita privata: venivano messi in scena cornuti, amanti abili e mogli perfide. Il teatro profano s'impadronì di tutto e si rivolse a tutti; usò spesso uno stile allusivo che si potrebbe definire di circostanza, ma che non gli toglieva nulla del suo carattere popolare ed universale, con una lingua vivace, saporita, ricca, nutrita di parole rudi ed espressive e di una straordinaria originalità.