L’utopia è solitamente presentata
– dai non filosofi – come una specie di sogno a occhi aperti, di castello in
aria, di favola. Ma se partissimo invece proprio da questo luogo comune e ne
mostrassimo l’errore? Cosa c’era di più utopico della predicazione cristiana
dell’eguaglianza nel mondo antico contrassegnato dalla schiavitù? O del
vagheggiamento di una società tollerante per gli utopisti del Cinque e Seicento?
Oppure, ancora, dei progetti seicenteschi e settecenteschi di democrazia che
anticiparono la rivoluzione americana e francese? Più vicini ai nostri tempi,
avvicinandosi il 60° e il 40° anniversario della loro uccisione, chi avrebbe
giudicato realizzabile il progetto di secessione non violenta dell’India pensato
dal Mahatma Gandhi o l’integrazione dei neri americani propugnata con gli stessi
mezzi da Martin Luther King?
Mostrare che il nostro mondo attuale è il prodotto di una grande catena di
utopie costruite nel passato potrebbe magari stimolare la riflessione politica
degli studenti in funzione del futuro, identificando i bisogni da cui sono
partiti gli antichi per arrivare al ragionamento sui bisogni di noi moderni.
Certo, il procedimento dell’attualizzazione sacrifica la scientificità dello
studio, ma il problema fondamentale nella scuola superiore non è quello di
creare dei piccoli studiosi già pronti per la ricerca accademica, bensì far
scattare degli interessi e sottrarre i giovani alle mille seduzioni della
banalità, tra le quali il disinteresse nei confronti della politica perché
'tanto non si può cambiare nulla', 'è tutto un mangia-mangia' e così via,
sciorinando il repertorio del qualunquismo.
L’età delle utopie
Ciò che accomuna le diverse epoche in cui si sono succedute, come ondate, le
opere filosofiche del genere utopico è la percezione di una condizione di crisi
apparentemente senza vie di uscita. Se la democrazia era il correttivo alla
tirannide, con che cosa si poteva emendare la democrazia che aveva processato e
condannato Socrate? Questa domanda è all’origine del tentativo di Platone di
prospettare nella Repubblica il celebre modello della Città Perfetta, governata
dai filosofi. Se la corruzione tocca i Re e i Pontefici, coloro ai quali si
guarda per la salvezza dell’umanità, quale speranza può mai esserci in questo
mondo? All’inizio dell’Età Moderna Thomas More ripropone nella sua Utopia il
tema della Città Perfetta dando avvio a un fortunato filone del pensiero
rinascimentale che include La città del sole di Tommaso Campanella, La Nuova
Atlantide di Francis Bacon e una costellazione di opere minori legate al mondo
protestante, come la Christianopolis del rosacrociano Valentin Andreae o La
nuova legge della giustizia di Gerrard Winstanley, leader degli egualitaristi
diggers durante la Rivoluzione inglese. Al filone utopistico, in una chiave
raffinatamente ironica, si possono collegare anche I viaggi di Gulliver di
Jonathan Swift.
Tutte queste opere, a vari livelli di complessità e di articolazione, esprimono
attraverso la lente deformante della finzione del viaggio, della scoperta di
un’isola, del luogo-altro, un’approfondita analisi delle contraddizioni del
proprio tempo. In generale, la radice della crisi in atto viene identificata
dagli autori in una condizione di patologico dissesto morale e il
luogo-non-luogo, nel quale è raffigurato il modello della Città Perfetta, si
caratterizza come un teatro in cui tutto è rovesciato: l’oro, simbolo della
ricchezza e del potere nel nostro mondo, nell’isola di Utopia di More è il
marchio distintivo dei criminali; l’ignoranza e il disinteresse verso il sapere
non hanno diritto di cittadinanza nella Nuova Atlantide di Bacon, che descrive
una società di scienziati impegnati nelle rispettive accademie (Le Case di
Salomone) a ricercare e sperimentare ciò che è necessario per il benessere della
popolazione; il disprezzo dei potenti per il lavoro e per la cultura scompare
nella società di Campanella, nella quale tutti lavorano e mentre lavorano
imparano perché su ogni muro, su ogni mattone sono trascritte le conoscenze
umane, come su un’enciclopedia di pietra, e solo chi più sa sarà destinato a
governare.
Nell’analizzare l’utopia nell’età moderna, potrà essere interessante il
raffronto tra il filone utopico di More, Campanella, Bacon e l’approccio più
realistico di Machiavelli e Bodin. Tra le due correnti vi è una convergenza
profonda sul tema della necessità di modificare un presente inadeguato allo
scopo di costruire un futuro più stabile, più pacifico e giusto; la differenza
sarà colta nel fatto che gli utopisti cercarono di elaborare modelli innovativi,
mentre gli altri rimasero ancorati alla classificazione tradizionale delle forme
politiche già collaudate.
Il tramonto dell’utopia
Nel Settecento non mancarono le opere appartenenti al genere, ma si può dire che
nell’età dell’Illuminismo queste fossero già qualcosa di più (o di meno) di
un’utopia, erano già un progetto politico, le bozze per una ventata di riforme.
Dopo l’Età delle Rivoluzioni, nell’Ottocento l’utopia sopravvive nelle grandi
ideologie politiche e nel mito positivista del Progresso, celebrato nei libri di
Jules Verne. Il XX secolo, invece, è l’epoca in cui il genere utopico declina
nel suo contrario, la distopia o utopia negativa. A determinare questa svolta
contribuiscono la crisi delle scienze, il crollo del mito del Progresso e il
tramonto delle ideologie politiche di massa. In questo cupo scenario
crepuscolare si ambientano libri come Noi di Zamjatin, Brave New World di
Huxley, 1984 di Orwell e film come Metropolis di Lang e Blade Runner di Scott.
Queste opere testimoniano il prevalere dell’angoscia, perché con le due guerre
mondiali sono approdate al fallimento tutte le teorie in cui la ragione
confidava per la rigenerazione della società.
Ma la lettura di qualche pagina de Il principio speranza di Ernst Bloch o forse
anche solo un attento ascolto di Imagine di John Lennon possono rianimare lo
studente nella ricerca di un’astrazione utopica che raggiunga il proprio esito
non nel donare una formula stabile in grado di correggere i mali dell’umanità –
queste hanno sempre fallito o hanno contribuito al male stesso – né nel
prospettare una fuga dalla realtà bensì nella capacità di illuminare il nostro
presente perché guardiamo al futuro come un orizzonte di possibilità.