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Introduzione
“Sapere cosa fare quando non si sa cosa fare” può essere un buon
punto di partenza per definire che cosa siano le strategie di
apprendimento. Anche nel linguaggio comune, quando si parla di
strategie si fa subito riferimento, in modo esplicito o implicito, a
situazioni problematiche che non possono essere gestite con
soluzioni predeterminate e con procedure “automatiche”, ma che, al
contrario, richiedono flessibilità, creatività, innovazione. Non si
ha bisogno di una strategia quando si sa già cosa fare, quando cioè
i compiti richiedono soluzioni di
routine.
E’ proprio quando le
routines
non bastano che si manifesta la differenza tra chi rinuncia, si
blocca o entra in crisi e chi possiede una bussola per orientarsi
nel nuovo e nel problematico, elaborando piani di azione originali.
Le
strategie di apprendimento
sono dunque passi, operazioni, comportamenti che vengono messi in
atto da chi impara per facilitare, ottimizzare, velocizzare i propri
processi di apprendimento. Naturalmente la gamma di campi di
applicazione delle strategie dipende da cosa si intende per
“apprendimento”. Ad esempio, le classiche e ben note
abilità di studio
(come, ad esempio, sintetizzare un testo, prendere appunti,
trasporre un testo verbale in forma grafica e viceversa, utilizzare
strumenti di consultazione) riguardano un settore cruciale ma
limitato dell’apprendimento, ossia l’elaborazione cognitiva delle
informazioni. Se per “apprendimento” si intende invece l’insieme
delle operazioni che la persona compie per gestire i suoi rapporti
con un
ambiente
di apprendimento, allora la gamma delle possibili
strategie si arricchisce in modo considerevole. Gestire le proprie
relazioni con un ambiente di apprendimento comporta infatti non
soltanto saper estrarre significati da fonti di informazioni,
utilizzando i relativi strumenti (dal libro di testo al sito
Internet), ma anche conoscere e saper controllare le proprie
risorse, cognitive ed affettive (dal proprio stile di apprendimento
alle possibili reazioni di ansia, dalla propria autostima al proprio
profilo motivazionale), nonché instaurare rapporti positivi e
produttivi con le altre figure con cui si realizza l’apprendimento
in un ambiente istituzionalizzato come la scuola – e in primo luogo
gli insegnanti e i compagni di classe. |
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La gamma delle strategie
Diventare più strategici nel proprio apprendimento comporta dunque
attivare operazioni di varia natura, che ai fini della ricerca e
dell’esposizione teorica possono anche essere distinte in categorie,
ma che in realtà sono costantemente interagenti nell’ambito della
personalità di chi impara:
• le strategie
cognitive,
come si è già accennato, riguardano l’elaborazione delle
informazioni, cioè l’appropriazione dei contenuti informativi
all’interno della propria struttura concettuale. Queste strategie
sono al servizio di operazioni mentali complesse, come l’associazione
(ad esempio, richiamare le proprie conoscenze di un argomento prima
di leggere un testo), la
classificazione
(come raggruppare le informazioni di un testo per categorie), l’inferenza/deduzione
(ad esempio, utilizzare indizi linguistici ed
extralinguistici per ipotizzare significati), l’induzione
(come risalire da elementi particolari alla formulazione di una
regola generale), il
trasferimento
(ad esempio, collegare quanto appreso con la propria realtà
quotidiana o con i contenuti di altre aree disciplinari). Come si
intuisce, le strategie cognitive operano direttamente sui contenuti
da apprendere ed hanno una portata più “locale”, ossia si applicano
a precise richieste originate dai compiti;
• le strategie
metacognitive
agiscono invece come “bussole” più generali, in quanto controllano e
orientano le operazioni complessive di auto-gestione del proprio
apprendimento. E’ così che funzionano le strategie di
pianificazione
(ad esempio, stabilire obiettivi a breve, medio e lungo termine,
programmate le condizioni fisico-ambientali dello studio, chiarire
le richieste e i vincoli dei compiti da svolgere), le strategie di
controllo
(come identificare problemi nella lettura, ricercare le possibili
cause dei problemi e ipotizzare possibili soluzioni) e le strategie
di
autovalutazione
(ad esempio, confrontare gli obiettivi attesi con i risultati
ottenuti, analizzare i propri errori, verificare l’utilità delle
strategie utilizzate);
• le strategie
socio-affettive
aiutano a gestire il proprio rapporto con se stessi in quanto
persone-discenti (ad esempio, ricorrere a tecniche per ridurre lo
stress, premiarsi per un compito ben eseguito, tenere un diario per
registrare le proprie emozioni) e con gli altri - genitori,
insegnanti, compagni - con cui si condivide l’esperienza
dell’apprendimento (ad esempio, ricorrere all’aiuto di amici o di
altre figure di sostegno, tenere sotto controllo i propri interventi
in un lavoro di gruppo, chiedere e accettare di essere corretti e di
ricevere un
feedback
da altri sulle proprie prestazioni). Si sarà notato che queste
strategie si allargano al campo più vasto del saper
gestire le dinamiche della comunicazione
all’interno di una comunità di apprendimento quale può essere
considerato il gruppo-classe;
• le strategie
motivazionali,
che possiedono forti connotazioni socio-affettive, sono rivolte a
promuovere non solo la spinta motivazionale iniziale, ma anche, e
forse soprattutto, ad aiutare la persona a persistere nell’impegno
una volta iniziata l’esecuzione del compito. A ciò possono tendere
comportamenti quali controllare le distrazioni presenti nel proprio
ambiente di studio, crearsi immagini positive di se stessi
prefigurando un successo invece che un fallimento, concentrarsi sul
compito senza guardare continuamente l’orologio ...
Le strategie effettive degli studenti
La letteratura sulle strategie abbonda di tipologie,
classificazioni, definizioni e descrizioni come quelle citate nel
paragrafo precedente. Senza nulla togliere all’utilità di questi
strumenti, non bisogna dimenticare che le strategie effettivamente
messe in atto da chi impara possono assumere forme estremamente
diversificate e originali, sono usate in combinazione e non in modo
isolato, e sfuggono spesso a “etichettature” teoriche. In altre
parole, ciò che fanno gli studenti non coincide sempre con ciò che
la ricerca ha identificato come “strategie”. In fondo, ciò che più
conta, al di là dei singoli comportamenti, è anche
un più generale approccio all’apprendimento,
che ne promuova una gestione sempre più autonoma, dinamica e
flessibile.
Un modo abbastanza semplice per sondare ciò che
effettivamente
fanno gli studenti quando si trovano di fronte ad una situazione
problematica (quando cioè “non sanno cosa fare”) è di stimolare la
riflessione, individuale e di gruppo, al termine di un compito,
introducendola con un paio di brevi domande come, “Che problemi hai
avuto in questo compito? Che cosa ti ha ostacolato?” e, “Come hai
cercato di far fronte a questi problemi? Che cosa ti ha aiutato?”.
Un’alternativa consiste nell’utilizzare un semplice questionario
che, rispetto ad una situazione di lavoro definita, solleciti
reazioni immediate, che rispecchino il più possibile la concreta
esperienza degli studenti (e non, come a volte accade, l’esperienza
che gli studenti si aspettano potrebbe essere più gradita
all’insegnante!). Ad esempio, in una recente indagine sulla
motivazione ad apprendere a scuola (Mariani 2006), alla domanda,
“Hai trovato dei modi per riuscire a studiare argomenti difficili o
per svolgere attività che trovi noiose? Se sì, quali sono?”, alcuni
studenti hanno così risposto:
• “Mia mamma mi ha insegnato un metodo che io trovo molto utile:
leggere ad alta voce e ripetere fino alla nausea” (Giorgio,
14 anni)
• “Per le materie noiose o che ritengo poco utili trovo parecchie
difficoltà a studiarle, solitamente tendo a darmi degli obiettivi
precisi a breve termine (es. un capitolo per le cinque e un altro
per le sette” (Mario,
16 anni)
• “Ho trovato dei metodi che rendono molto bene. Ad esempio mentre
studio argomenti noiosi ascolto della musica che mi faccia pensare
“ad altro” in modo da rendere tutto più leggero” (Marina,
15 anni)
• “Di solito, in queste situazioni cerco di convincermi che si
tratta di argomenti indispensabili per apprendere poi altri
argomenti più piacevoli” (Giovanna,
15 anni)
Come si vede, le affermazioni degli studenti possono riservare più
di una sorpresa e, oltre ad aprire una “finestra” sui comportamenti
strategici, finiscono spesso per farci conoscere una realtà
complessa, fatta anche (e diremmo soprattutto) di emozioni,
intuizioni, tentativi più o meno consapevoli e riusciti di dare
comunque un senso alle cose, di sopravvivere in qualche modo in
contesti non di rado percepiti come problematici e faticosi da
gestire. Ma queste affermazioni ci permettono anche di specificare
più in concreto le caratteristiche delle strategie effettive degli
studenti:
• in primo luogo, esse riguardano i vari aspetti dell’ambiente di
apprendimento che abbiamo già illustrato: si alternano dunque
strategie cognitive (Giorgio),
metacognitive (Mario),
socio-affettive (Marina)
e motivazionali (Giovanna);
• in secondo luogo, le strategie non sono “ricette” pronte per l’uso
(anche se possono essere imparate o insegnate come tali: è ciò che
forse ha fatto la mamma di Giorgio), ma possiedono spesso un
carattere personale, originale e persino idiosincratico: si tratta
veramente di operazioni euristiche, di tentativi di ricerca di
soluzioni che non necessariamente vanno a buon fine (a quali
risultati porterà la nausea dello stesso Giorgio …?);
• in terzo luogo, avendo un carattere esplorativo, le strategie
usate dagli studenti ci fanno capire che non esistono strategie
“buone” o “cattive”, “giuste” o “sbagliate”, ma solo strategie più o
meno
adeguate alla persona e al compito da svolgere.
Forse non tutti gli insegnanti si sentirebbero di suggerire
l’ascolto di un brano musicale come sottofondo allo studio, ma solo
Marina, che in tal modo riesce a rendersi “tutto più leggero”,
saprebbe giudicare se la strategia è efficace, ossia se la porta a
risultati soddisfacenti (anche se a prima vista ci si potrebbe
chiedere come possa studiare e allo stesso tempo “pensare ad
altro”!);
• e per finire, nelle situazioni più promettenti, le strategie
possono veramente trasformarsi in un approccio più generale
all’autoregolazione nell’apprendimento: è il caso di Giovanna, che
sembra avere trovato la chiave per poter gestire la propria
motivazione ad apprendere al di là di una semplicistica quanto rara
motivazione intrinseca.
Insegnante, compiti e clima di classe
Se le strategie sono personali, se non possono essere ridotte a
ricette, se ciascuno deve scoprire le proprie nei contesti concreti
dei compiti, come può l’insegnante inserirsi in questo “discorso di
apprendimento” che sembrerebbe riservato in larga misura allo
studente? Non c’è, al limite, contraddizione tra l’apprendimento
strategico personale e l’insegnamento istituzionale, destinato
inevitabilmente a scontrarsi con i “grandi numeri” della classe?
Queste domande ci riportano al cuore del rapporto tra insegnamento e
apprendimento, e in questa sede ci limiteremo a poche sintetiche
osservazioni. Possiamo partire da questa citazione:
“La questione non è, “Gli insegnanti possono insegnare ad
imparare?”. Loro lo fanno già: che lo vogliano o no, essi sono dei
modelli per i loro allievi negli stili di apprendimento e nelle
strategie che usano … Ciò che è necessario è che gli insegnanti
incorporino delle valide strategie di apprendimento nel loro
insegnamento, e che sappiano farlo in modo tale da incoraggiare il
trasferimento delle strategie ad un approccio più generale
all’apprendimento”. (Nisbet e Shucksmith 1986)
Gli insegnanti modellano spesso le strategie per i loro studenti: ad
esempio, quando pensano ad alta voce, verbalizzando i passi che
seguono per risolvere un problema; quando strutturano il loro
discorso usando segnali linguistici per chiarirne lo sviluppo e la
coerenza (Ora
vi parlerò di tre aspetti della questione … In primo luogo … Il
secondo aspetto è che … Infine, …);
quando esplicitano i criteri di valutazione che useranno per
valutare i compiti degli studenti … in tutti questi casi, gli
insegnanti usano strategie, che però, introdotte in modo implicito,
rimangono il più delle volte patrimonio degli insegnanti stessi, nel
senso che, poiché gli studenti non ne sono consapevoli, non le
possono percepire come comportamenti da loro stessi potenzialmente
adottabili:
"Uno degli aspetti più critici dell’istruzione strategica è legato …
ad uno spostamento da un uso delle strategie implicito e diretto
dall’insegnante ad un’istruzione esplicita finalizzata ad un uso
delle strategie regolato dallo studente." (National Foreign Language
Resource Center 1996)
Ciò chiarisce almeno in parte perché le strategie usate, o anche
suggerite o proposte dall’insegnante o dai materiali didattici,
facciano così fatica ad essere riutilizzate dagli studenti in
mancanza di una costante sollecitazione esterna: il loro carattere
spesso non esplicitato non ne facilita il trasferimento a nuovi
compiti e nuovi contesti e, in ultima analisi, l’uso gradualmente
più autonomo.
L’attivazione di strategie, per tentare di essere
efficace,
deve dunque essere esplicita, nel senso di chiarire non solo come
funziona una strategia, ma anche quando e perché può essere utile e
come se ne può valutare l’efficacia.
Un secondo punto cruciale riguarda la centralità dei
compiti di apprendimento
come luoghi naturalmente deputati all’educazione alle strategie
(Mariani e Pozzo 2002). Le strategie, come si è visto, vengono
attivate in presenza di problemi, e dunque è solo facendo
sperimentare problemi e tentativi di soluzioni che si possono
mettere in moto non solo tecniche di studio ma anche convinzioni e
atteggiamenti “strategici”. Rientra nelle competenze dell’insegnante
scegliere, pianificare, gestire e valutare compiti di apprendimento
che
• pongano problemi su contenuti nodali della disciplina;
• presentino richieste a cui non si possa rispondere con
comportamenti “di
routine”,
ma che sollecitino gli studenti a provare comportamenti nuovi,
correndo rischi ragionevoli;
• suggeriscano procedure di lavoro trasparenti ma non “chiuse”, e
quindi orientate alla scoperta e/o alla presa di coscienza di
strategie;
• includano criteri di valutazione non solo dei prodotti, ma anche
dei processi;
• e creino spazi fisici e temporali per la
riflessione critica sull’esperienza.
Infine, questo lavoro di
educazione strategica
trova la sua dimensione più costruttiva nel confronto, nella
verbalizzazione e nella socializzazione dei problemi e delle
strategie, che può avvenire soltanto a livello di un gruppo-classe
che funzioni veramente come una comunità di apprendimento.
Solo in questo modo, infatti, la tanto auspicata costruzione
collettiva dei saperi assume il suo valore più autentico, che
consiste nel mettere in comune sia la realizzazione di nuova
conoscenza sia i percorsi di apprendimento che, individualmente e a
gruppi, portano a questa conoscenza condivisa e distribuita.
Riferimenti bibliografici
Mariani L. 2006.
La motivazione a scuola. Prospettive teoriche e
interventi strategici.
Carocci, Roma -
www.learningpaths.org/motivazione
Mariani, L., Pozzo, G. 2002.
Stili, Strategie e Strumenti nell'Apprendimento Linguistico.
Imparare a Imparare, Insegnare a Imparare.
RCS/La Nuova Italia, Milano-Firenze.
National Foreign Language Resource Center 1996.
Teaching Strategies to Develop Effective Foreign Language Learners.
Report in progress:
Draft 11/20/96.
Nisbet J., Shucksmith J. 1986.
Learning strategies.
Routledge, London.
(*)
Luciano Mariani
(luciano.mariani@iol.it)
è formatore, consulente pedagogico, autore di materiali didattici.
E’ da tempo impegnato nella ricerca sugli stili e le strategie di
apprendimento e insegnamento e sull’autonomia dello studente, e
gestisce un sito bilingue (italiano e inglese) dedicato a questi
temi:
www.learningpaths.org
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