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Il Settecento
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La composizione delle tragedie occupò
l'Alfieri dal 1775 al 1786. Esse
costituiscono le prime prove letterarie
dell'autore, che avvertiva il genere tragico
come il più consono all'aristocraticità del
suo sentire e alla conflittualità permanente
del suo spirito. Inoltre, essendo le regole
della tragedia rigidamente codificate, lo
scrittore, che non era istintivo, riusciva a
disporre di utili riferimenti nel faticoso
lavoro di ideazione e di stesura. Al centro
della drammaturgia alfieriana è il conflitto
tra il potere del tiranno e la libertà
dell'individuo. Questo nucleo tematico si
arricchisce via via di riflessioni sulla
condizione umana e sui sentimenti più intimi.
Il metro delle tragedie alfieriane è
l'endecasillabo sciolto. |
Il
Settecento fu prodigo di tragedie. L'interesse
per il genere era nato dall'influenza del teatro
francese (Racine, Corneille), che era così forte
da condizionare non solo la scelta degli
argomenti (i sentimenti, l'amore ecc.) ma
persino il metro con cui trattarli. I
commediografi italiani si erano orientati,
cercando di emulare i francesi, verso argomenti
greco-latini, ebraici, orientali (come avveniva
del resto per il melodramma). L'Alfieri non fece
che porsi in questa corrente apportandovi un
originale contributo (non però su quello formale,
perché qui si attenne al rispetto delle unità
aristoteliche di luogo e tempo).
VITTORIO ALFIERI (1749-1803)
Nasce ad Asti nel 1749 da una delle più nobili e
ricche famiglie piemontesi. Perduto a un anno il
padre, fu affidato alla tutela di uno zio, il
quale si servì di un precettore-sacerdote per
educarlo (nella satira L'educazione forse è
ritratta l'immagine). Nel '58 fu posto in
collegio (accademia militare di Torino) e vi
rimase fino al '66. Qui veniva educata la
gioventù nobile nelle scienze e negli esercizi
cavallereschi, e in 9 anni si prendeva la laurea
in legge. Ma i sistemi pedagogici erano
senz'altro molto antiquati. Durante questi anni
l'Alfieri, che conosceva perfettamente il
francese (lingua della nobiltà piemontese),
legge molti romanzi francesi e la Storia
ecclesiastica del Fleury che contribuì
notevolmente al suo scetticismo in materia di
religione.
Morto lo zio tutore, l'Alfieri a 15 anni eredita
il patrimonio di questi e del padre, divenendo
ricchissimo. Appena poté uscire dall'accademia,
si diede ai viaggi e alle dissolutezze
(1766-72). In quegli anni percorse letteralmente
tutta Europa, leggendo Montaigne, Montesquieu,
Rousseau, Helvetius ecc., cioè quanto di meglio
esprimeva la Francia di quel tempo. Il suo
cosmopolitismo tuttavia non lasciò tracce
profonde nella sua coscienza, se si esclude un
particolare apprezzamento per la società inglese,
di cui ammirava l'equilibrato governo
costituzionale. I viaggi comunque gli servirono
per maturare un atteggiamento critico verso il
dispotismo illuminato (riformismo dall'alto) di
Austria, Prussia e Russia.
Tornato in patria, continua ancora per qualche
anno questa vita, s'iscrive alla massoneria,
legge con molto entusiasmo Plutarco, e nel corso
di un'ultima avventura galante abbozza una
tragedia, Cleopatra, e scrive una farsa
autocritica, I poeti, che, rappresentate
entrambe nel '75, riscuotono un certo successo.
A partire da questo momento inizia la sua
rigenerazione spirituale e culturale.
Consapevole delle sue possibilità e del suo
talento letterario, con decisa e ferma volontà,
l'Alfieri si propone il compito di dare
all'Italia ciò di cui ancora mancava: la
tragedia.
Per vincere la sua ignoranza e per liberarsi del
suo francese va a vivere in Toscana (1776-81). A
46 anni s'immerge nello studio del latino e del
greco. A Firenze si lega con la moglie di un ex-pretendente
al trono d'Inghilterra, per la quale decide di
non muoversi più dalla città. E, poiché le leggi
piemontesi limitavano la libertà, ai nobili
possessori di terre, fuori dello Stato sabaudo,
prende la decisione di donare tutti i suoi beni
alla sorella, riservandosi in cambio un
vitalizio annuale. Lo fece anche perché così non
aveva più bisogno di chiedere al suo re ogni
volta il consenso per uscire dallo Stato e
l'approvazione per ogni nuova opera da
pubblicare. E così cominciò a scrivere tragedie,
rime, opere politiche. Nel '77 il trattato Della
tirannide, nel '78 inizia quello Del principe e
delle lettere. Fra il '75 e l'86 compone 19
Tragedie, fra cui Saul e Mirra, che sono le più
importanti.
Dopodiché intraprende l'ultimo suo vagabondare
per l'Europa (1783-92). A Parigi assiste con
entusiasmo alla Rivoluzione francese e la esalta
con l'ode Parigi sbastigliata. Ma resterà presto
deluso dalle conseguenze radicali che presero
gli avvenimenti, per cui se ne tornerà a Firenze.
Nel '90 aveva cominciato la stesura
autobiografica della Vita, accompagnata da
un'ampia produzione lirica, le Rime. A Firenze
(1792-1803) si chiude sempre di più in un odio
feroce contro i francesi, specie durante le due
occupazioni napoleoniche del 1799 e 1800.
Dall'89 al '97 compone 17 Satire, dal 1800 al
1802 le Commedie e infine il Misogallo, un
violento libello contro la Francia. Muore in
solitudine nel 1803.
Bibliografia: Vittorio Alfieri
Tragedie: Cleopatra (1775) Filippo (1775-1783)
Polinice (1775-1783) Antigone (1776) Virginia
(1777-1783) Agamennone Oreste La congiura de'
Pazzi (1777-1789) Don Garzia Maria Stuarda
Rosmunda Ottavia Timoleone (1779-1784) Merope
(1782-1783) Saul (1782) Agide Sofonisba Mirra
(1784-1786) Bruto I Bruto II Alceste seconda
Abele (tramelogedia)
Commedie: L'uno I pochi I troppi L'antidoto La
finestrina Il divorzio
Trattati: Del principe e delle lettere
(1778-1786, pubbl.1789) Della tirannide
(1777-1789, pubbl.1789) Della virtù sconosciuta
(1786)
Rime (1789, 1804) Paris sbastigliato (ode, 1789)
Misogallo (1798) Satire (1786-1797)
Giornali (1774-1777) Vita (1790, 1804)
Alfieri: Antigone
L'Antigone,
ideata nel 1776 e pubblicata nel 1783, riprende il mito greco trattato
nell'omonima tragedia da Sofocle. Antigone è sopravvissuta a una grande
tragedia: è figlia delle nozze incestuose di Edipo e della di lui madre
Giocasta, ha avuto rivelazione di ciò, ha visto il padre cieco allontanarsi
dalla sua terra, ha assistito alla lotta fratricida di Eteocle e Polinice,
suoi fratelli, e alla loro morte e al suicidio di Giocasta. Ora, oppressa da
tante sciagure ma non vinta, intende dare sepoltura all'amato fratello
Polinice, che Creonte, conquistato il potere legale, ha decretato debba
restare insepolto.
Nell'Atto primo Argia, la moglie di Polinice, entra a Tebe col favore delle
tenebre, decisa a dare sepoltura al marito; lo stesso fa Antigone, per conto
suo; avviene il riconoscimento fra le due donne, e in un intenso colloquio
vengono presi gli accordi per l'impresa da compiere. L'Atto secondo inizia
con un colloquio fra il tiranno Creonte e il figlio Emone che cerca di
persuaderlo a recedere dalla proibizione di dar sepoltura al corpo di
Polinice. Segue poi la scena seconda nella quale Antigone ed Argia, che sono
state sorprese dalle guardie, sono di fronte a Creonte: lo scontro tra
l'esigenza di libertà impersonata da Antigone e la volontà di potenza di
Creonte è nettissimo. Alla fine Argia e Antigone vengono imprigionate
separatamente.
Nell'Atto terzo sono ancora a confronto Creonte e il figlio Emone, che
confessa il suo amore per Antigone, amaramente consapevole però
dell'impossibilità che esso venga ricambiato. Creonte allora architetta un
suo piano e si dice disposto a dare in sposa la prigioniera al figlio. Nelle
due scene che seguono, prima alla presenza del tiranno, poi da soli,
Antigone ed Emone si rivelano i loro sentimenti: Antigone, fedele al dovere
che si è imposta e ad un'oscura vocazione di morte che la domina, rifiuta
però quell'amore, tuttavia non privo di echi nel suo cuore, e
all'alternativa postale all'inizio dell'Atto quarto da Creonte - Emone o la
morte - risponde di aver scelto la morte. Invano Emone cerca di sottrarre
l'amata alla morte scongiurando il padre, che concede la libertà solo ad
Argia. Nell'Atto quinto la situazione giunge al suo tragico epilogo: il
terribile contrasto tra il figlio e il padre tiranno si conclude quando
sulla scena viene portato il corpo di Antigone giustiziata ed Emone, che in
un primo tempo «si avventa al padre col brando, istantaneamente lo ritorce
in sé stesso, e cade trafitto».
Alfieri: Saul
Per il
Saul (composto nel 1782) l'Alfieri si ispirò alla Bibbia, nella quale sì
narra la vicenda di questo valoroso guerriero di umile origine che dal sommo
sacerdote Samuele, su richiesta del popolo, viene consacrato re di Israele,
ma che poi, staccatosi sempre più dall'obbedienza ai sacerdoti e accecato
dalla brama di dominio, arriva a compiere atti di empietà. Saul quindi non
gode più della grazia e del favore di Dio, il quale ha ordinato a Samuele di
consacrare re il giovane pastore David; questi ha ucciso in duello il
gigante filisteo Golia, nemico di Israele, si è legato d'amicizia con
Gionata, figlio di Saul, e ha sposato Micol, anch'essa figlia di Saul. Ma i
successi di David provocano in Saul un oscuro groviglio di sentimenti:
ammirazione e invidia, affetto e timore di essere soppiantato nel ruolo
regale.
All'inizio della tragedia - che occupa l'arco di una giornata - Saul col suo
esercito è accampato sulle alture di Gelboè, di fronte alle forze dei
Filistei. Nell'Atto primo David che è stato bandito da Saul ritorna
nottetempo nell'accampamento di Israele e si incontra col cognato Gionata e
con la moglie Micol, che lo informano degli alterni stati d'animo e
comportamenti di Saul. Questi finalmente appare nel Secondo Atto: dilaniato
fra nostalgia della sua giovinezza gagliarda e coscienza della vecchiaia e
del declino della sua regalità. Contraddittori atteggiamenti si alternano
nei suoi colloqui col consigliere Abner, con Micol, con Gionata e con David.
Nell'Atto terzo Saul sì placa ascoltando il canto di David, ma
improvvisamente-quando questi dice di aver ricevuto la spada che porta come
dono e insegna dal sacerdote Achimelech, che lo ha accolto quando era stato
bandito - ripiomba nel suo cupo furore, vede attorno a sé solo nemici,
delira. L'Atto quarto è sempre incentrato sui contraddittori comportamenti
del vecchio e angosciato re, che manda a morte Achimelech e in bando David.
La situazione precipita nell'Atto quinto: un attacco di sorpresa da parte
filistea porta lo scompiglio tra le forze di Israele, Saul sempre sconvolto
da allucinazioni e rimorsi apprende la notizia della morte dei figli, e
chiuso nella sua solitudine, va incontro al suicidio, come unico ed estremo
mezzo per una, disperata e pur, eroica difesa della sua regalità.
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