|
|
|
| George Orwell
1984 (Nineteen Eighty-Four) |
L'azione si svolge in un futuro prossimo (il 1984 appunto);
il mondo è diviso in 3 immensi superstati: Oceania, Eurasia, Estasia. London
è la principale città di Oceania. Al vertice politico di Oceania è il Grande
Fratello, onnisciente e infallibile, che nessuno ha visto di persona. Sotto
di lui c'è il Partito interno, quello esterno e la gran massa dei sudditi.
Ovunque sono manifesti con il volto del Grande Fratello. Gli slogan
ricorrenti: "La pace è guerra", "la libertà è schiavitù", "l'ignoranza è
forza". Il Ministero della Verità, nel quale lavora il protagonista Winston
Smith, ha il compito di censurare libri e giornali non in linea con la
politica ufficiale, di alterare la storia e di ridurre le possibilità
espressive della lingua. Per quanto tenuto sotto controllo dalle telecamere,
Smith comincia a condurre un'esistenza ispirata a principi opposti a quelli
del regime: tiene un diario segreto, ricostruisce il passato, si innamora di
una collega di lavoro, Julia, dà sempre più spazio a sentimenti individuali.
Insieme a O'Brien, un compagno di lavoro, i due iniziano a collaborare a
un'organizzazione clandestina, la Lega della Fratellanza. Non sanno che
O'Brien è una spia che fa il doppio gioco. Smith viene arrestato, sottoposto
a tortura e a un indicibile processo di degradazione. Alla fine è costretto
a denunciare Julia. O'Brien rivela a Smith che non è sufficiente confessare
e sottomettersi: il Grande Fratello vuole avere per sé l'anima e il cuore di
ogni suddito prima di metterlo a morte.

1984
- il celebre libro uscì nel 1949.
Serpeggia
ovunque riflesso nel romanzo
il
lato oscuro di Orwell
L’autore
sosteneva che ‘la voglia di fascismo’ non è mai morta
Sleale
e specialista dell’inganno, l’autore era capace di bassezze. Un po’ del
famigerato Grande Fratello albergava in lui come anche in ciascuno di noi
È
evidentissima la somiglianza con Hitler e Stalin del protagonista, Winston
Smith
di Tommaso Pincio
Sessant’anni. Tanti ne ha ormai il libro più noto di George Orwell. Dall’8
giugno 1949, data della sua prima apparizione, 1984 non ha mai smesso di
vendere e parlare alle coscienze. Di pochi giorni fa è l’uscita di 1Q84,
nuovo romanzo di Murakami Haruki, anche lui sessanta primavere quest’anno.
La pronuncia inglese della lettera Q suona come kyuu, «nove» in giapponese.
È un palese tributo, l’ultima delle innumerevoli tracce che il Grande
Fratello dissemina da più di mezzo secolo nel nostro immaginario.
Attribuire il segreto del suo planetario successo alla prefigurazione di un
mondo di occhi elettronici che sbirciano costantemente nella vita delle
persone sarebbe un errore. Negli anni Cinquanta il segreto veniva
individuato nell’avvento della Guerra Fredda. Uno sbaglio anche quello.
Diversamente, infatti, la caduta del Muro avrebbe dovuto invecchiarlo un
po’. Invece è ancora qui, più attuale che mai, e tutto lascia credere che
sopravvivrà anche all’era dei reality show.
Nemmeno il valore letterario pare essere una spiegazione sufficiente, tant’è
che alcuni hanno persino messo in dubbio si tratti di un capolavoro. Umberto
Eco, per esempio, sostenne a suo tempo che lo stile «non supera quello di un
buon romanzo d’azione», aggiungendo che le Carré avrebbe saputo far di
meglio, dal punto di vista della tecnica narrativa. Un’opinione simile fu
espressa pure nell’immediatezza dell’uscita: il recensore dello Spectator
sentenziò che 1984, seppure degno di nota, era un fallimento sia come satira
che come thriller. Nemmeno la celebrata preveggenza orwelliana è stata al
riparo da critiche. Un guru della fantascienza, Isaac Asimov, ha
rimproverato allo scrittore di non essere stato capace di prevedere novità
quali il computer e l’hard rock.
Qualunque sia il segreto di 1984, va dato atto a Fredric Warburg, editor e
amico di Orwell, di averne intuito all’istante le potenzialità. Gli bastò
una scorsa al manoscritto per capire di avere in mano qualcosa di grosso.
L’entusiasmo fu tale che non seppe resistere alla tentazione di fantasticare
sui possibili modi di convertire 1984 in una macchina da soldi. Considerò
persino di lanciarlo come un romanzo dell’orrore affinché ne venisse tratto
un film. Una simile idea suona oggi quasi blasfema, ma è meno bislacca di
quel che sembra.
Sebbene venga spesso descritto come un uomo estremamente posato e razionale,
Orwell aveva i suoi lati oscuri. Storie di fantasmi e magia nera lo avevano
affascinato sin da giovane. Una volta confidò a un amico di avere adottato
uno pseudonimo per evitare che i nemici usassero il suo nome anagrafico -
Eric Arthur Blair - per qualche maleficio. Lo stesso 1984 ha un che di
gotico e notturno, un cuore di tenebra solo in parte riconducibile alla
previsione di un governo dispotico e malefico che distorce la verità,
ricorre alla dilazione e obnubila il popolo.
È infatti possibile leggere il romanzo anche da una prospettiva diversa da
quella meramente politica. È possibile leggerlo come la triste e paurosa
parabola di Winston Smith, un uomo sulla soglia della mezza età che dopo
anni di rinunce e silente sottomissione si illude di rinascere a nuova vita
grazie all’amore per una ragazza, la lasciva Julia del Reparto Finzione. La
storia finisce in tragedia, perché l’uomo rientrerà nei ranghi nel modo più
orribile che si possa immaginare: rinnegando se stesso e il fatto di essere
mai stato innamorato.
All’apparenza il cattivo della situazione è il famigerato Grande Fratello.
La descrizione che Orwell fornisce in apertura sembra evocare personaggi
tristemente noti: «un uomo di circa quarantacinque anni, con grossi baffi
neri e lineamenti rudi ma non sgradevoli». La somiglianza con Hitler e,
meglio ancora, con Stalin è fin troppo evidente.
Ma siamo certi che fosse davvero questa l’intenzione? Anche Orwell vantava
una discreta somiglianza con il Grande Fratello. Aveva baffi e lineamenti
rudi. Ma soprattutto: compì quarantacinque anni proprio nel 1948 ovvero
mentre portava a compimento il libro. Se a ciò aggiungiamo che il titolo
ribalta l’anno corrente, il dubbio di avere davanti il riflesso di uno
specchio è più che lecito.
Resta solo da capire perché mai lo scrittore avrebbe inteso identificarsi
nell’eminenza oscura del suo romanzo. Il fatto è che Orwell era un uomo
passionale, contraddittorio e capace di inaspettate bassezze. Un «adorabile
egoista», come qualcuno lo ha definito. Se adottò uno pseudonimo non fu
soltanto per proteggersi dalla magia nera, ma anche perché era uno
specialista dell’inganno. Ripeteva che «la buona prosa è come il vetro di
una finestra», ma nella vita non si comportava con altrettanta trasparenza.
Evitava di far incontrare gli amici così da mostrarsi a ognuno con una
faccia diversa. Teneva la famiglia all’oscuro di ciò che faceva. Si serviva
del riserbo per celare i veri sentimenti. Era spesso sleale nelle relazioni
sessuali. Senza contare la discussa lista di giornalisti e scrittori
«cripto-comunisti» compilata per il Foreign Office.
Tutti noi ricordiamo le tremende torture cui viene sottoposto Winston Smith
nelle pagine finali di 1984. Ciò nonostante nel modo in cui giunge a
rinnegare il suo amore c’è qualcosa che trascende i carnefici. Si ha come
l’impressione che questo Smith, questo piccolo uomo qualunque, non aspetti
altro che una buona scusa per soffocare il lumicino di dignità e verità che
per breve tempo gli ha rischiarato l’animo. È una sensazione che lascia
atterriti, con un vuoto d’indicibile orrore.
Orwell sosteneva che «la voglia di fascismo» non è mai morta del tutto,
serpeggia dove meno te l’aspetti. Può contagiare chiunque, perché chiunque,
se messo alle strette, può sacrificare gli affetti più cari e i principî più
irrinunciabili. Forse, perciò, il vero segreto del romanzo, più che nel
monito politico, risiede nella sua cupa riflessione sulla natura umana, su
quel lato debole e nero da cui nessuno può dirsi immune, quel pizzico di
Grande Fratello che alberga in chiunque, in Orwell come in ciascuno di noi.
George Orwell
|
|
|
|