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Betty Friedan
, La mistica della femminilità.
Nel
1963 apparve negli Stati Uniti un saggio di Betty Friedan , La mistica della
femminilità (trad.it. nelle Edizioni di Comunità, Milano 1963), in cui
sosteneva che nella società americana si era giunti al punto di massima
tensione fra la realtà della vita femminile e l'immagine della donna
proposta dai mass media e dalla cultura ufficiale. Secondo la Friedan, a
partire dagli anni '40 era stata proposta una "mistica della femminilità"
cioè un modello di vita e felicità femminile organico e chiuso : amore,
figli, marito, casa, acquisti, vestiti ecc. che finalmente entrava in crisi.
Il welfare, le grandi cucine, la casetta con giardino, il marito premuroso
c'erano ancora, ma le donne americane erano sempre più insoddisfatte. La
Friedan propose allora un nuovo programma di vita per le donne che
demistificasse lavoro domestico, matrimonio e maternità : le donne dovevano
cercare un lavoro creativo, superare il dilettantismo e puntare alla
professionalità, cercare livelli di istruzione sempre più alti.
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Prefazione
Un po' alla volta sono giunta alla conclusione che c'è qualcosa di
fondamentalmente errato nel modo in cui oggi le donne americane cercano di
vivere la loro vita. L'ho avvertito dapprima nella mia vita, come moglie e
madre di tre bambini che stava adoperando le proprie capacità e la propria
istruzione in un'attività che la teneva lontana da casa, traendone quasi un
senso di colpa. Fu proprio questo disagio che nel 1957 mi indusse a dedicare
un lungo periodo di tempo a preparare un questionario da inviare alle mie ex
compagne di college, quindici anni dopo il conseguimento del baccellierato a
Smith. Le risposte date a quelle domande da duecento donne mi fecero
comprendere che ciò che v'era di errato non poteva essere ricollegato
all'istruzione nel modo in cui allora si riteneva di poter fare. I problemi
e le soddisfazioni delle loro vite e della mia, e il modo in cui
l'istruzione che avevamo ricevuto vi aveva contribuito, non s'attagliavano
all'immagine della donna americana moderna di cui si scriveva nelle riviste
femminili, che veniva studiata e analizzata nelle aule e nelle cliniche, che
era stata lodata e condannata con un fiume incessante di parole già dalla
fine della seconda guerra mondiale. C'era una curiosa discrepanza tra la
realtà delle nostre vite di donne e l'immagine a cui cercavamo di
conformarci, quell'immagine che a un certo punto ho deciso di chiamare la
mistica della femminilità. Cominciai a chiedermi se altre donne si trovavano
davanti a questa frattura schizofrenica, e che cosa significava.
Perciò mi sono messa ad indagare sulle origini della mistica della
femminilità e sugli effetti che essa aveva sulle donne che ne seguivano i
dettami o che erano cresciute sotto la sua influenza. Ho cominciato ad
affrontare l'argomento con metodo giornalistico, ma ben presto mi sono resa
conto che non si trattava di un argomento usuale. Infatti la situazione che
cominciò un po' alla volta ad emergere dai dati che venivo raccogliendo
metteva in dubbio non solo l'immagine tradizionale, ma anche alcuni
fondamentali postulati psicologici riguardanti le donne. Alcuni pezzi
dell'incastro li ho trovati in precedenti studi sulle donne; ma non molti,
perché in passato le donne sono state studiate dal punto di vista della
mistica della femminilità. Lo studio della Fondazione Mellon sulle
studentesse di Vassar, le considerazioni di Simone de Beauvoir sulle
francesi, i lavori di Mirra Komarovsky, A. H. Maslow, Alva Myrdal mi furono
molto utili. Ancora più interessante per la mia indagine fu il crescente
corpus di ricerche sulla questione dell'identità dell'uomo, le cui
implicazioni per le donne non sembravano essere state ben colte. Altri dati
li ho ricavati interrogando coloro che curano i malanni e i problemi delle
donne. E ho potuto ricostruire lo sviluppo della mistica della femminilità
parlando con direttori di riviste femminili, esperti della ricerca
motivazionale pubblicitaria, e teorici che si occupano delle donne nei campi
della psicologia, della psicanalisi, dell'antropologia, della sociologia e
dell'educazione alla vita familiare. Ma il quadro non assunse contorni
precisi fino a quando non decisi di intervistare in modo esauriente ottanta
donne che si trovavano in momenti critici del loro ciclo vitale: studentesse
di scuola secondaria superiore e di college che affrontavano o fuggivano il
problema di definire la propria identità; giovani casalinghe e madri per le
quali, se la mistica della femminilità fosse nel vero, una tale questione
non dovrebbe nemmeno esistere, e che perciò non avevano nemmeno parole per
indicare il problema che le angustiava; e donne le quali, varcati i
quarant'anni, si trovavano di fronte ad un salto qualitativo. Tutte queste
donne - alcune tormentate, altre serene - mi hanno fornito il filo
conduttore per comprendere la situazione, e al tempo stesso la condanna più
recisa della mistica della femminilità.
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1. Un problema inespresso
C'è un problema che per molti anni è rimasto sepolto, inespresso, nella
mente delle donne americane. È una strana inquietudine, un senso di
insoddisfazione, che la donna americana ha cominciato a provare intorno alla
metà del ventesimo secolo.
Per più di quindici anni non si è fatta parola di questo turbamento nelle
rubriche, nei libri, negli articoli scritti sulle donne e per le donne da
esperti che sostenevano che il compito di queste ultime era di cercare la
realizzazione della loro personalità come mogli e madri. Dalla voce della
tradizione e da quella degli ambienti freudiani le donne appresero che non
potevano desiderare destino migliore di quello di gloriarsi della propria
femminilità. Gli esperti insegnarono loro come accalappiare un uomo e
tenerlo, come allattare i figli e insegnargli ad andare al gabinetto, come
affrontare la rivalità tra fratelli e la ribellione dell'adolescenza; come
comprare un lavastoviglie, fare il pane in casa, cucinare lumache alla
francese e costruire una piscina con le loro mani; come vestire, acconciarsi
e comportarsi in modo più femminile e come rendere il matrimonio meno
noioso; come impedire ai mariti di morir giovani e ai figli di diventare
delinquenti. Impararono a compatire quelle donne nevrotiche, poco femminili
e infelici che volevano fare le poetesse, le scienziate o essere
presidentesse di qualche associazione. Appresero che le donne veramente
femminili non desiderano perseguire una professione, ricevere un'istruzione
superiore, esercitare i loro diritti politici: che cioè non desiderano
quell'indipendenza e quelle prospettive per cui le femministe d'altri tempi
avevano combattuto. Qualche donna tra i quaranta e i cinquant'anni si
ricordava ancora di aver rinunciato con rammarico , a quei sogni, ma le
donne giovani, nella grande maggioranza, non ci pensavano nemmeno. Migliaia
di esperti plaudivano alla loro femminilità, al loro adattamento, alla loro
nuova maturità. Non si chiedeva loro che di dedicare la vita, sin
dall'infanzia, a trovare un marito e a partorire figli.
Alla fine degli anni cinquanta l'età media del matrimonio per le donne
americane era scesa a vent'anni e stava ancora scendendo. Quattordici
milioni di ragazze erano già fidanzate a 17 anni. Nel 1920 la proporzione
delle donne che frequentavano il college, rispetto agli uomini, era del 47
per cento; nel 1958 era scesa al 35 per cento. Cent'anni prima le donne si
erano battute per l'istruzione superiore, ora le ragazze andavano al college
per trovar marito. A metà degli anni cinquanta, il 60 per cento di loro
lasciava il college prima della fine del corso per sposarsi, o perché temeva
che un'istruzione eccessiva sarebbe stata un impedimento al matrimonio. I
colleges costruirono dormitori per «studenti coniugati», ma gli studenti
erano quasi sempre i mariti.
Poi le ragazze americane cominciarono a sposarsi durante la frequenza alle
scuole secondarie superiori. E le riviste femminili, deplorando le
spiacevoli statistiche su questi matrimoni prematuri, chiesero che si
istituissero corsi sul matrimonio e consulenti matrimoniali nelle scuole
secondarie superiori. Le ragazze cominciarono ad aver il boy friend fisso a
12 o 13 anni, mentre andavano alla scuola media. I fabbricanti misero in
commercio reggiseni con imbottiture di gommapiuma per bambine decenni. E nel
«New York Times», nell'autunno del 1960, comparve la pubblicità di certi
vestiti per bambine dai tre ai sei anni accompagnata dal seguente commento:
«Ora anche lei potrà intrappolare il suo uomo». Alla fine degli anni
cinquanta il tasso di natalità degli Stati Uniti stava raggiungendo quello
dell'India.
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Mary
Wollstonecraft
L'inglese Mary
Wollstonecraft è autrice di uno dei primi e più importanti documenti del
femminismo, A Vindication of the Rights of Woman, pubblicato nel 1792
subito dopo l'inizio della Rivoluzione Francese. Rights of women è una
critica al "falso sistema di educazione" che costringe molte donne a
vivere in un ideale di femminilità attraverso il culto del proprio corpo
che alla fine diventa la propria prigione. La Wollstonecraft invece si
rivolse alle donne del suo tempo auspicandosi una trasformazione
razionale, di una donna che sia capace di mantenere il sentimento con la
ragione e di saper agire per la propria indipendenza.
Morì dieci giorni dopo aver dato alla luce la figlia
Mary Wollstonecraft
Shelley, scrittrice e moglie del poeta
Percy Bysshe Shelley.
Femminismo
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