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Betty Friedan , La mistica della femminilità.

Nel 1963 apparve negli Stati Uniti un saggio di Betty Friedan , La mistica della femminilità (trad.it. nelle Edizioni di Comunità, Milano 1963), in cui sosteneva che nella società americana si era giunti al punto di massima tensione fra la realtà della vita femminile e l'immagine della donna proposta dai mass media e dalla cultura ufficiale. Secondo la Friedan, a partire dagli anni '40 era stata proposta una "mistica della femminilità" cioè un modello di vita e felicità femminile organico e chiuso : amore, figli, marito, casa, acquisti, vestiti ecc. che finalmente entrava in crisi. Il welfare, le grandi cucine, la casetta con giardino, il marito premuroso c'erano ancora, ma le donne americane erano sempre più insoddisfatte. La Friedan propose allora un nuovo programma di vita per le donne che demistificasse lavoro domestico, matrimonio e maternità : le donne dovevano cercare un lavoro creativo, superare il dilettantismo e puntare alla professionalità, cercare livelli di istruzione sempre più alti.
 

Indice
Prefazione 9


1. Un problema inespresso 13
2. Il personaggio dell'allegra donna di casa 29
3. La crisi d'identità della donna 63
4. Il viaggio appassionato 73
5. Il solipsismo sessuale di Sigmund Freud 95
6. Il congelamento funzionalista, la protesta
femminile e Margaret Mead 121
7. Gli educatori sessuo-diretti 147
8. La scelta sbagliata 177
9. L'imbonimento sessuale 201
10. L'espansionè del lavoro casalingo 225
11. L'evasione sessuale 247
12. Progressiva disumanizzazione: il comodo
campo di concentramento 273
13. L'io rinnegato 303
14. Un nuovo programma di vita per le donne 333




Pagina 9
Prefazione



Un po' alla volta sono giunta alla conclusione che c'è qualcosa di fondamentalmente errato nel modo in cui oggi le donne americane cercano di vivere la loro vita. L'ho avvertito dapprima nella mia vita, come moglie e madre di tre bambini che stava adoperando le proprie capacità e la propria istruzione in un'attività che la teneva lontana da casa, traendone quasi un senso di colpa. Fu proprio questo disagio che nel 1957 mi indusse a dedicare un lungo periodo di tempo a preparare un questionario da inviare alle mie ex compagne di college, quindici anni dopo il conseguimento del baccellierato a Smith. Le risposte date a quelle domande da duecento donne mi fecero comprendere che ciò che v'era di errato non poteva essere ricollegato all'istruzione nel modo in cui allora si riteneva di poter fare. I problemi e le soddisfazioni delle loro vite e della mia, e il modo in cui l'istruzione che avevamo ricevuto vi aveva contribuito, non s'attagliavano all'immagine della donna americana moderna di cui si scriveva nelle riviste femminili, che veniva studiata e analizzata nelle aule e nelle cliniche, che era stata lodata e condannata con un fiume incessante di parole già dalla fine della seconda guerra mondiale. C'era una curiosa discrepanza tra la realtà delle nostre vite di donne e l'immagine a cui cercavamo di conformarci, quell'immagine che a un certo punto ho deciso di chiamare la mistica della femminilità. Cominciai a chiedermi se altre donne si trovavano davanti a questa frattura schizofrenica, e che cosa significava.

Perciò mi sono messa ad indagare sulle origini della mistica della femminilità e sugli effetti che essa aveva sulle donne che ne seguivano i dettami o che erano cresciute sotto la sua influenza. Ho cominciato ad affrontare l'argomento con metodo giornalistico, ma ben presto mi sono resa conto che non si trattava di un argomento usuale. Infatti la situazione che cominciò un po' alla volta ad emergere dai dati che venivo raccogliendo metteva in dubbio non solo l'immagine tradizionale, ma anche alcuni fondamentali postulati psicologici riguardanti le donne. Alcuni pezzi dell'incastro li ho trovati in precedenti studi sulle donne; ma non molti, perché in passato le donne sono state studiate dal punto di vista della mistica della femminilità. Lo studio della Fondazione Mellon sulle studentesse di Vassar, le considerazioni di Simone de Beauvoir sulle francesi, i lavori di Mirra Komarovsky, A. H. Maslow, Alva Myrdal mi furono molto utili. Ancora più interessante per la mia indagine fu il crescente corpus di ricerche sulla questione dell'identità dell'uomo, le cui implicazioni per le donne non sembravano essere state ben colte. Altri dati li ho ricavati interrogando coloro che curano i malanni e i problemi delle donne. E ho potuto ricostruire lo sviluppo della mistica della femminilità parlando con direttori di riviste femminili, esperti della ricerca motivazionale pubblicitaria, e teorici che si occupano delle donne nei campi della psicologia, della psicanalisi, dell'antropologia, della sociologia e dell'educazione alla vita familiare. Ma il quadro non assunse contorni precisi fino a quando non decisi di intervistare in modo esauriente ottanta donne che si trovavano in momenti critici del loro ciclo vitale: studentesse di scuola secondaria superiore e di college che affrontavano o fuggivano il problema di definire la propria identità; giovani casalinghe e madri per le quali, se la mistica della femminilità fosse nel vero, una tale questione non dovrebbe nemmeno esistere, e che perciò non avevano nemmeno parole per indicare il problema che le angustiava; e donne le quali, varcati i quarant'anni, si trovavano di fronte ad un salto qualitativo. Tutte queste donne - alcune tormentate, altre serene - mi hanno fornito il filo conduttore per comprendere la situazione, e al tempo stesso la condanna più recisa della mistica della femminilità.




Pagina 13
1. Un problema inespresso



C'è un problema che per molti anni è rimasto sepolto, inespresso, nella mente delle donne americane. È una strana inquietudine, un senso di insoddisfazione, che la donna americana ha cominciato a provare intorno alla metà del ventesimo secolo.

Per più di quindici anni non si è fatta parola di questo turbamento nelle rubriche, nei libri, negli articoli scritti sulle donne e per le donne da esperti che sostenevano che il compito di queste ultime era di cercare la realizzazione della loro personalità come mogli e madri. Dalla voce della tradizione e da quella degli ambienti freudiani le donne appresero che non potevano desiderare destino migliore di quello di gloriarsi della propria femminilità. Gli esperti insegnarono loro come accalappiare un uomo e tenerlo, come allattare i figli e insegnargli ad andare al gabinetto, come affrontare la rivalità tra fratelli e la ribellione dell'adolescenza; come comprare un lavastoviglie, fare il pane in casa, cucinare lumache alla francese e costruire una piscina con le loro mani; come vestire, acconciarsi e comportarsi in modo più femminile e come rendere il matrimonio meno noioso; come impedire ai mariti di morir giovani e ai figli di diventare delinquenti. Impararono a compatire quelle donne nevrotiche, poco femminili e infelici che volevano fare le poetesse, le scienziate o essere presidentesse di qualche associazione. Appresero che le donne veramente femminili non desiderano perseguire una professione, ricevere un'istruzione superiore, esercitare i loro diritti politici: che cioè non desiderano quell'indipendenza e quelle prospettive per cui le femministe d'altri tempi avevano combattuto. Qualche donna tra i quaranta e i cinquant'anni si ricordava ancora di aver rinunciato con rammarico , a quei sogni, ma le donne giovani, nella grande maggioranza, non ci pensavano nemmeno. Migliaia di esperti plaudivano alla loro femminilità, al loro adattamento, alla loro nuova maturità. Non si chiedeva loro che di dedicare la vita, sin dall'infanzia, a trovare un marito e a partorire figli.

Alla fine degli anni cinquanta l'età media del matrimonio per le donne americane era scesa a vent'anni e stava ancora scendendo. Quattordici milioni di ragazze erano già fidanzate a 17 anni. Nel 1920 la proporzione delle donne che frequentavano il college, rispetto agli uomini, era del 47 per cento; nel 1958 era scesa al 35 per cento. Cent'anni prima le donne si erano battute per l'istruzione superiore, ora le ragazze andavano al college per trovar marito. A metà degli anni cinquanta, il 60 per cento di loro lasciava il college prima della fine del corso per sposarsi, o perché temeva che un'istruzione eccessiva sarebbe stata un impedimento al matrimonio. I colleges costruirono dormitori per «studenti coniugati», ma gli studenti erano quasi sempre i mariti.

Poi le ragazze americane cominciarono a sposarsi durante la frequenza alle scuole secondarie superiori. E le riviste femminili, deplorando le spiacevoli statistiche su questi matrimoni prematuri, chiesero che si istituissero corsi sul matrimonio e consulenti matrimoniali nelle scuole secondarie superiori. Le ragazze cominciarono ad aver il boy friend fisso a 12 o 13 anni, mentre andavano alla scuola media. I fabbricanti misero in commercio reggiseni con imbottiture di gommapiuma per bambine decenni. E nel «New York Times», nell'autunno del 1960, comparve la pubblicità di certi vestiti per bambine dai tre ai sei anni accompagnata dal seguente commento: «Ora anche lei potrà intrappolare il suo uomo». Alla fine degli anni cinquanta il tasso di natalità degli Stati Uniti stava raggiungendo quello dell'India.
 

Mary Wollstonecraft

L'inglese Mary Wollstonecraft è autrice di uno dei primi e più importanti documenti del femminismo, A Vindication of the Rights of Woman, pubblicato nel 1792 subito dopo l'inizio della Rivoluzione Francese. Rights of women è una critica al "falso sistema di educazione" che costringe molte donne a vivere in un ideale di femminilità attraverso il culto del proprio corpo che alla fine diventa la propria prigione. La Wollstonecraft invece si rivolse alle donne del suo tempo auspicandosi una trasformazione razionale, di una donna che sia capace di mantenere il sentimento con la ragione e di saper agire per la propria indipendenza.

Morì dieci giorni dopo aver dato alla luce la figlia Mary Wollstonecraft Shelley, scrittrice e moglie del poeta Percy Bysshe Shelley.

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