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Alla ricerca del tempo perduto (À la recherche du
temps perdu) ciclo di sette romanzi dello scrittore francese Marcel Proust
(1871-1922), pubblicati tra il 1913 e il 1927. Il ciclo
comprende: Un amore di Swann, All'ombra delle fanciulle
in fiore, I Guermantes, Sodoma e Gomorra, La prigioniera, Albertina scomparsa,
Il tempo ritrovato (gli ultimi tre romanzi pubblicati postumi).
Un amore di Swann (Du cotè de chez Swann - Dal lato di casa Swann). E' il primo romanzo
del ciclo Alla ricerca del tempo perduto. La pubblicazione dell'opera, avvenuta nel 1913
a spese dell'autore, passò quasi inosservata. La prosa di Proust fu ritenuta
noiosa, anche da personalità come Gide, che poi dovettero ricredersi: difatti
Proust nelle sue "pagine"di memorie e metafore compi una vera rivoluzione
nell'ambito del romanzo e proprio per questa sua capacità innovatrice non fu
subito compreso. In Un amore di Swann giù vengono presentati molti dei
personaggi. che troveremo via via negli altri romanzi: anzitutto il
narratore-protagonista Marcel, la sua vita di adolescente, le sue ambiguità, le
lunghe estati passate nella piccola città di Combray e, accanto al mondo di
Marcel. di sua madre, di suo padre, della governante Francoise, altri mondi, altre famiglie: nella fantasia dell'adolescente questi incontri ora più profondi,
ora solo superficiali, eppure sottili, creano reazioni, meditazioni. Marcel
certo non critica apertamente questo mondo borghese e nobiliare che lo avvolge:
eppure. pur amandolo. pur amando l'eleganza dei dandy, le raffinatezze dei
ricchi, sa anche analizzarlo con sguardo lucido. Di qui l'enorme tensione
interiore di questo, come degli altri romanzi. Qui la parte principale è
rappresentata. appunto, dalla storia dell'amore di Swann, un ricco signore di
origine ebraica, molto fine, molto colto, assai stimato dai genitori di Marcel,
per la cocotte Odette. Costei è furba, quanto intelligente: e riesce a
farsi
sposare, con scandalo del mondo di cui Swann faceva parte. Odette riesce nel
suo intento perché è amata da Swann teneramente, perché gioca con i suoi
sentimenti: ha una figlia da lui, Gilberte, e vuole"tenerla per sé", finché
l'uomo non cede: e cede quando non l'ama più. Ha così inizio l'ascesa
dell'"arrampicatrice
sociale"Odette. Gilberte sarà una delle"fanciulle in fiore"e susciterà un tenero
amore, ancora infantile, nel cuore di Marcel.
All'ombra delle fanciulle in fiore (A' l'ombre des jeunes filles en
fleur). Venne
pubblicato nel 1919, dopo che era uscito, nel 1913, il primo romanzo della
serie, cioè Dal Iato di casa Swann (noto in Italia anche con
il titolo amore di Swann). In All'ombra delle fanciulle in fiore si evocano le
esperienze interiori, amorose, mondane, artistiche, del protagonista Marcel,
nella sua più giovane età. Due nomi femminili dominano questo libro, Gilberte,
la figlia di Swann, e
Albertine: la prima, ritrovata al Bois de Boulogne, a Parigi; la seconda, amata
in modo sottile e contraddittorio a Balbec, dove Marcel con la sua famiglia
passava l'estate. Non solo Albertine, ma anche altre-fanciulle in fiore-turbano
Marcel, il quale esita fra loro: e il gioco sottile dei sentimenti, le estenuate
meditazioni e fantasie costituiscono larga parte del tessuto poetico del libro.
L'opera si apre con la descrizione di un pranzo in casa di Marcel, al quale
partecipa, come invitato d'onore, il signor di Norpois, un ex ambasciatore le
cui opinioni sono tenute in gran conto dal padre e dalla madre del protagonista.
Con l'estrema minuzia con cui Proust esprime il mondo dei suoi personaggi,
anche qui la catena dei rapporti esterni e interni si intreccia in un continuum
stilistico-poetico dal quale ogni più sottile movimento dell'anima esce
poeticamente rappresentato, evocato, e ogni personaggio è al centro di un
mondo, di relazioni e di analogie, e tutti questi mondi si incontrano, sui vari
piani della realtà, della memoria, del desiderio, sui vari toni del linguaggio.
Cosi ritorna Gilberte, la fanciulla amata, e si conferma l'opinione che i
genitori di Marcel avevano per Swann, il nobile e sensibile padre di Gilberte,
per Odette, sua madre, la donna che lotta per inserirsi nell'alta società, lei
che era stata una cocotte di lusso. Marcel ascolta la voce del suo sangue, il
sottile movimento della sua anima tesa a "capire" il mondo. E l'arte. E
l'amore.
Così il mondo degli artisti, per esempio l'attrice Berma, o i dipinti del
Tiziano ai Frari di Venezia o del Carpaccio a San Giorgio degli Schiavoni, entrano come "oggetti di poesia" allo stesso
modo del bue
freddo in gelatina, con carote, capolavoro di Francoise, la fedele e bravissima
cuoca della famiglia di Marcel. A pranzo si parla naturalmente dello scrittore
idoleggiato allora da Marcel, Bergotte, che in parte ha come modello Anatole
France. Quindi incontriamo Marcel, il quale riesce a farsi ricevere da Odette,
tramite Gilberte: l'amore per Gilberte è complicato dai timori e dalle sottili
reazioni degli adolescenti. Il gioco delle conoscenze si svolge, anche qui, su
piani diversi: Gilberte riceve i suoi giovani amici per la merenda, mentre, in
un'altra parte della splendida casa degli Swann, Odette riceve le amiche; cosi
affiorano i pettegolezzi ad alto livello, problemi (posti per esempio dai
genitori di Marcel) sulle persone ricevute dalla signora Swann, come la moglie
del celebre medico Cottard. C'è poi un altro grande e solenne pranzo in casa
Swann, cui è invitato anche Marcel il quale, emozionatissimo, conosce di persona
il celebre Bergotte. Di qui una serie di entusiasmi e di delusioni, perché ogni
accento, ogni parola, ogni sfumatura di Bergotte è percepita, "elaborata'',
analizzata dall'anima e dalla mente di Marcel. L'amore per Gilberte si svolge
in modo sempre più complesso, perché lei racchiude in sé come due anime, quella
di suo padre e quella di sua madre: "Negli occhi di Gilberte c'era lo sguardo
buono e leale del padre; era quello che lei aveva avuto quando mi aveva regalato
la biglia d'agata, dicendomi: `Tenetela, come ricordo della nostra amicizia'. Ma
bastava porre a Gilberte una domanda su quel che aveva fatto per vedere in
quegli occhi l'imbarazzo, l'incertezza, la dissimulazione che un tempo si
manifestavano in Odette, quando Swann le chiedeva dove fosse stata ... Spesso
ai Champs-Elysées, vedere in Gilberte quello sguardo, mi riempiva
d'inquietudine". Ma, per un gioco dei caratteri e
delle giovanili ostinazioni, gli incontri, le visite di Marcel a Gilberte si
fanno più radi; la ragazza sembra indifferente: basterebbe che Marcel facesse un
primo passo, ma lui esita: e molte belle pagine del libro sono dedicate alla
descrizione di questi sentimenti. Quando si decide ad andare da Gilberte,
intravede nel parco due figure vicine, una ragazza e un giovane: la ragazza
gli sembra Gilberte (in realtà non lo è) e questo basta a interrompere l'amore.
Nella seconda metà del libro, Marcel si reca con la nonna a Balbec, "un piccolo
universo a
parte in mezzo al grande". Il mondo della lussuosa cittadina di villeggiatura, la spiaggia, gli incontri sono narrati da Proust con la
sua naturale maestria. Una fitta rete di relazioni sociali, di 'attrazioni e di
rifiuti si tesse nella cittadina, dominata dai favolosi duchi di Guermantes, con
tutta la loro parentela, fra cui Saint-Loup e il signore di Charlus. Ma, naturalmente, a spiccare su tutto sono le fanciulle in fiore: oltre ad
Albertine, Rosamonde, Gisèle, Andrée: -Non ne amavo nessuna, amandole tutte-.
Con Albertine, che ritroveremo nei romanzi successivi e che morirà (in Albertina
scomparsa), Marcel ha un rapporto più intenso e complicato. tra le numerose
nuove conoscenze di Marcel c'è anche un pittore, Elstir, il -pittore delle
metafore- con il quale il protagonista sviluppa discussioni d'arte. Splendida è
la descrizione del portale della chiesa di Balbec fatta da Elstir. Il
romanzo, che si sviluppa nella molteplicità dei piani espressivi e nei rapporti
tra i personaggi e tra i loro sentimenti, si chiude con la partenza di Marcel,
di sua nonna e di Francoise. Ormai le fanciulle in fiore sono partite, la spiaggia e deserta; il freddo e l'umidità divengono troppo penetranti. Marcel
avrebbe ricordato non i giorni piovosi ma l'estate di Balbec, le tende viola
della sua camera, i giochi della sua immaginazione, quando doveva restarsene a
letto. E i volti e il riflusso delle onde.
I
Guermantes (Le cóté de Guermantes - Il lato dei Guermantes) pubblicato nel
1920. Continua l'educazione e l'avanzata sociale del protagonista, il giovane
Marcel. Continuano le sue complicate esperienze sentimentali, i suoi incontri.
Ora quella nobilissima famiglia dei Guermantes che a Marcel fanciullo e
adolescente, sembrava irraggiungibile, remota, isolata nell'alto castello della
sua nobiltà, diviene più vicina: la casa dei Guermantes si apre, per così dire,
a Marcel. Egli comincia a entrare, sia pure fino a un certo punto, in quel mondo
che sembrava inaccessibile. La famiglia di Marcel cambia casa, a Parigi, e va ad
abitare proprio in un appartamento del palazzo dei duchi. di Guermantes.
Compaiono quindi il duca di Guermantes e sua moglie, la bella Oriane; il nipote
del duca, figlio di una sua sorella (la viscontessa di Marsantes) e cioè Robert
di Saint-Loup, che
diventa amico di Marcel; un nobilissimo cugino, il principe di Guermantes;
inoltre entra in scena un fratello del duca, il Barone di Charlus, dalle
inclinazioni un po' particolari, che avrà una certa parte in questo romanzo; c'è
la zia della duchessa, la signora di Villeparisis. Marcel s'innamora, da
adolescente, della duchessa di Guermantes, e fa di tutto per incontrarla, la
segue continuamente: non si accorge così di diventare la favola di tutti. Ormai
il mondo magico dei Guermantes si traduce in realtà, in sentimenti contradditori
e, specialmente, sembra incarnarsi nella bellezza della duchessa Oriane. Il
palazzo dei Guermantes a Parigi diventa come una terra affascinante nella quale
vivono i più interessanti personaggi, con i loro segreti. Marcel, che in realtà
è molto ambizioso, potrebbe essere definito, se noi fosse così sensibile e
intelligente, un"arrampicatore sociale": e se in lui all'ambizione non si
mescolassero altri sentimenti, affetti autentici, ricordi dell'infanzia, e un
bisogno d'amore, che gli fa perdere la testa dietro l'affascinante duchessa.
Amore che non dura molto, in realtà, sia perché lei non lo corrisponde
certamente, sia perché inaspettatamente da Balbec ritorna Albertine: ora è più
arrendevole di un tempo e il suo corpo non è più quello di una ragazzina. La
prima parte del romanzo è dedicata alla suggestiva descrizione della casa dei
Guermantes, vista attraverso gli occhi della fantesca Francoise. Seguono quindi
lunghi discorsi tra
Marcel e Robert di Saint-Loup, il quale presta servizio come ufficiale di
guarnigione in una città presso Parigi: Marcel va a trovarlo (Saint-Loup, che
sposerà Gilberte, è ora un giovane ardente e appassionato: in lui non si
manifesta ancora quella tendeza della quale è ormai prigioniero il barone di
Charlus, suo zio. Fra i discorsi all'ordine del giorno c'è la questione Dreyfus:
tutti i Francesi sono divisi in due campi, i dreyfusardi, che sono convinti
dell'innocenza di Drevfus e pensano che le accuse e le condanne contro di lui
siano dovute all'antisemitismo dei ceti dirigenti, e gli antidreyfusardi, che
spesso sono antisemiti, e che comunque sono nazionalisti e reazionari. Swann (che
ricorda di essere ebreo) e Saint-Loup sono dreyfusardi, ma nel mondo frequentato
da Marcel le opinioni sono discordi. La duchessa di Guermantes invita a pranzo
Marcel. E Proust secondo il suo metodo, introduce una folla di personaggi. di
incontri ora fuggevoli, ora più profondi: la principessa di Parma, o il signor
di Borodino. Aristocratici antichi e meno antichi, borghesi, tutto il mondo di
Parigi fine secolo ci scorre davanti, evocato dallo stile di Proust, il quale
dedica molte pagine alla descrizione dell'amata nonna di Marcel (ma Marcel
sembrerà rendersi conto in seguito della perdita), al suo incontro d'amore con
Albertine, ai baci di Albertine, alla scenata veramente strana del signor di
Charlus, che ora grida, ora lo umilia ricordandogli la propria dignità. Il
romanzo, in cui leggiamo alcune tra le pagine più famose della Recherche come
appunto il bacio di Albertine, o la descrizione dei vestiti di Oriane (il
cappellino. la piuma di struzzo), si chiude con l'addio a Swann, vicino alla
morte.
Sodoma e Gomorra (Sodome et Gomorrhe) pubblicato nel 1922. Al centro c'è la figura del barone di
Charlus con le sue tendenze omosessuali. La sua vicenda drammatica si svolge
tra le altre vicende che hanno come teatro i salotti della signora di Guermantes
e la casa di campagna dei Verdurin. Ma neanche Albertine, l'amata Albertine, è
libera dal vizio: come il barone di Charlus appartiene alla stirpe infelice di
coloro che discendono dai perseguitati di Sodoma, così Albertine appartiene alla
città di Gomorra. Lo stesso autore ad apertura di libro, nella didascalia o in
una specie di "riassunto" emblematico della parte, introduce il discorso sulla
"Prima apparizione degli uomini donna, discendenti di quegli abitanti di Sodoma
che furono risparmiati dal fuoco celeste". Il narratore (e protagonista) è
sempre Marcel. protagonista e spettatore. Direttamente interessato, per il suo
amore verso Albertine, Marcel è dunque testimone (a ciò lo portava la sua innata,
invincibile curiosità) di un incontro forse involontario tra il barone di
Charlus con l'ex farsettaio Jupien, col quale aveva una relazione. L'incontro è
evocato con frequenti allusioni al mondo degli insetti e dei fiori. Proust
analizza poi, in pagine assai note, la "storia tipo" di un discendente di Sodoma,
le sue sofferenze, le sue speranze, le sue gelosie: "Certo, ognuno degli uomini
simili al signor di Charlus è una creatura straordinaria, poiché, se non fa
concessioni alle possibilità della vita, egli ricerca essenzialmente l'amore di
un uomo dell'altra razza, cioè di un uomo che ama le donne (e che, per
conseguenza, non lo potrà amare); contrariamente a quanto pensavo nel cortile
dove avevo visto Jupien girare intorno al signor di Charlus e l'orchidea
civettare col calabrone, questi esseri di eccezione che si suole commiserare
sono una moltitudine, come vedremo nel corso di quest'opera, per una ragione che
non sarà svelata che in fine, ed essi stessi sogliono dolersi piuttosto d'essere
troppo numerosi che non troppo pochi. Giacché i due angeli che furono posti alle
porte di Sodoma per sapere se i suoi abitanti, dice il Genesi, fossero tutti
colpevoli di quelle cose il cui grido era salito fino all'Altissimo, erano stati,
e non possiamo che rallegrarcene, assai male scelti dal Signore, il quale
avrebbe dovuto affidare tale incarico a un sodomita. Questi, le scuse: 'Padre di
sei figli, ho due concubine ecc..' non lo avrebbero indotto ad abbassare la
spada fiammeggiante e ad addolcire le sanzioni, egli avrebbe risposto: 'Si, e
tua moglie soffre le torture della gelosia. Ma quand'anche queste donne non
siano state da te scelte a Gomorra, tu trascorri le tue notti con un pastore
dell'Hebron. E immediatamente l'avrebbe fatto tornare indietro, alla città
che presto avrebbe distrutto la pioggia di zolfo e di fuoco. Al contrario a tutti i più ignominiosi sodomiti fu concessa la fuga'. Nella
seconda parte troviamo il signor di Charlus che frequenta l'alta società:
frequenta anche i Verdurin, attratto dal giovane musicista Morel, il quale si
serve di tutti i possibili mezzi pur di affermarsi, di "arrivare''; è difatti un
arrampicatore sociale di prima qualità: ma è anche un ottimo violinista.
E
Marcel attende Albertine: l'attende per lunghe ore, poi Albertine arriva a tarda
sera. I tormenti dell'attesa e della gelosia per le menzogne di Albertine,
sembrano svanire al sapore dei suoi baci, che hanno il gusto dell'arancia
spremuta nell'acqua. Marcel torna a Balbec, dove si riuniscono tutti: Albertine,
le sue amiche, i Guermantes, i Verdurin. Vi passa Charlus e vi dimorano i Bloch.
E molti altri. La vita di Marcel procede, dapprima, nel rimpianto doloroso della
nonna morta, che a poco a poco svanisce. E le carezze di Albertine, le lunghe
passeggiate, il trenino locale, le escursioni o le visite ai paesetti vicini, le
merende sugli scogli e i pranzi all'albergo. Ma anche i sospetti e le gelosie:
perché Albertine appartiene alla stirpe di Gomorra, o per lo meno e attratta da
costoro. C'è dapprima la "crudele diffidenza" di Marcel. Le parole del dottor
Cottard, quando vede Albertine e la sua amica Andrée ballare teneramente
abbracciate, e poi le menzogne di Albumine, gli sguardi: "quando nel salone del
casinò due Fanciulle si desideravano, s'attuava come un fenomeno luminoso, una
specie di scia fosforescente che andava dall'una all'altra"; "attraverso questi
segni astrali i quali fan divampare tutta una zona dell'atmosfera, Gomorra
dispersa tende, in ogni città, in ogni villaggio, a ricongiungere i suoi membri
disseminati, a riformare la città biblica". Marcel dimentica i suoi dolori, i
suoi dubbi nei piaceri mondani: dai ricevimenti alle fanciulle in fiore. Accanto
alla tristezza e alle angosce del signor di Charlus, le tristezze, i turbamenti
di Marcel: stanco di Albertine, vorrebbe rompere con lei: ma non riesce a farlo,
parte con lei per Parigi. Questa decisione fù in un certo senso improvvisa.
Marcel aveva annunciato alla madre di essere irrevocabilmente deciso a non
sposare Albertine; le aveva detto che tra poco avrebbe cessato di vederla.
Doveva dirlo ad Albertine: l'amata, l'ambigua Albertine. Voleva dedicarsi ad
Andrée, l'amica di Albertine. Ma lei, Albertine, doveva sapere che Marcel non
l'amava. Ma è proprio l'ambiguità di Albertine che gli impedisce di staccarsi da
lei. Marcel era ora certo del vizio di Albertine: l'affetto di Albertine per
l'amica della signorina Vinteuil non poteva essere innocente, Albertine era stata
iniziata ed era nata con la predisposizione al vizio. Proprio per questa
certezza Marcel vuole che Albertine sia la sua prigioniera (questo sarà appunto
il titolo del romanzo successivo), perciò dice a sua madre: "So quale dispiacere
sto per darti. Anzitutto invece di restare qui come volevi parto quando parti
tu. Ma questo non e ancora nulla. Sto male qui, preferisco tornare a casa. Ma
ascoltami, non ti addolorare troppo. Ecco, mi sono ingannato in buona fede, ieri,
ho riflettuto tutta la notte. E assolutamente necessario. e decidiamolo subito
perché me ne rendo conto bene ora, perché non cambierò più e diversamente non
potrei vivere, è assolutamente necessario che io sposi Albertine".
La Prigioniera (La prisonniére) pubblicato postumo nel 1923. I.a "prigioniera"
è Albertine, la ragazza di cui Marcel è innamorato, e che tiene in casa, trattandola più o meno come un oggetto. Quando lei
è docile, e obbedisce a Marcel, lui la considera come un soprammobile prezioso. Nello stesso tempo teme
che gli sfugga, che si annoi, e Albertine effettivamente si annoia, gli sfugge e
poi lo lascia: "Anche fisicamente non era più la stessa. I suoi lunghi occhi blu,
ancor più allungati. avevano cambiato forma, avevano, sì, lo stesso colore, ma sembrava fossero passati allo stato liquido:
talchè, quando li chiudeva, era
come quando dei tendaggi ci tolgono la vista del mare. Era questa senza dubbio
la parte di lei che mi rimaneva nella memoria, ogni notte, quando la lasciavo".
I rapporti tra Albertine e Marcel sono naturalmente narrati nel modo minuzioso
ed evocativo proprio di Proust. Particolarmente sottile è l'analisi delle
complicate bugie di Albertine, legata a Marcel da un rapporto di amore-noia, e dal desiderio di tradirlo continuamente, dal gioco di questi tradimenti.
Albertine
e Marcel vivono a Parigi, in un appartamento assai bello e ben arredato, come si
addice ai loro gusti raffinati: vivono soli con i servi, fra cui Francoise, che
deve accettare la situazione di quel "fidanzamento", ma che non prova certo molta
simpatia per la capricciosa e bugiarda Albertine. Albertine è veramente
prigioniera di Marcel, e lo è come Marcel è prigioniero di lei: lui, difatti, è
disposto a tutto: vorrebbe lasciarla, farla finita con i suoi tradimenti e i
suoi vizi, con le sue menzogne e i suoi capricci: ma nei momento stesso, in cui
è certo del suo tradimento, la vuole tenere ancora più stretta. Si arriva a un
punto che sembra di calma,
di serenità: Albertine sembra non voler più fuggire, ed è proprio il momento in
cui Albertine lascia per sempre Marcel. "Da quando Albertine non sembrava più in
collera con me, il possesso di lei non mi pareva più uno di quei beni ai quali
si è disposti a sacrificare tutti gli altri ... Ora che la vita di Albertine era
diventata possibile sentivo che non ne avrei potuto trarre altro che infelicità, perché Albertine non mi amava: meglio separarci con la dolcezza del suo consenso, che il mio ricordo avrebbe prolungata". Marcel si preparava dunque a partire, a
lasciare Albertine in "una bella giornata ... in cui lei mi fosse
indifférente" (in realtà quella giornata non sarebbe mai venuta). Ma Albertine
precede Marcel e un giorno Francoise gli annuncia, timorosa: "Stamane alle otto
la signorina Albertine mi ha chiesto i suoi bauli; non osavo dirle di no, avevo
paura che il signore mi sgridasse, se lo avessi svegliato. Ho cercato invano
di catechismarla, di convincerla ad aspettare un'ora, sperando sempre che il
signore sonasse; lei non ha voluto: mi ha lasciato questa lettera per il
signore, e alle nove è partita". Un tema collaterale ma importante del romanzo
è l'amore del barone di Charlus per il giovane violinista Morel: durante una
festa organizzata dai Verdurin, costoro (che, da arricchiti quali sono,
manifestano non solo volgarità, ma anche invidia di basso livello e spesso pura
malvagità) fanno in modo da provocare una crisi nei rapporti tra Morel e il
barone. More!, dietro la sua aria timida, è in realtà un arrivista dei più
sfrenati e non esita di fronte a nulla (non esita a fingere di contraccambiare
l'amore di un omosessuale come Charlus pur di averne la protezione e gli aiuti):
il violinista decide che è il momento di rompere ogni rapporto con il barone e
sobillato dai Verdurin gli fa una scenata incredibile. Charlus se ne va
sconvolto: il suo sentimento per Morel era complesso, vi entrava anche una punta
di affetto quasi paterno. Morel troverà un altro protettore nel nipote di
Charlus, Saint Loup.
Albertina scomparsa (Albertine disparue)
Venne pubblicato nel 1925. Anche Albertina scomparsa venne
pubblicato, dopo la morte dell'autore, dall'editore Grassa: ormai Proust era un
nome famoso, e la sua opera monumento della civiltà decadentistica, con tutte le
infinite sfumature di una vita concepita come arte, come identificazione con
l'arte. Una vita vissuta all'estremo limite della più sottile e complicata
esperienza spirituale da un protagonista, Marcel, che è la proiezione dell'autore (Marcel, l'uomo
"senza qualità'', un "non costruttore", che
però vive sul piano mentale, spirituale e fisico nel modo che costituisce il
punto d'arrivo estremo di una civiltà raffinata)."La signorina Albertine se
n'è andata": con queste parole della governante di Marcel, Francoise, si apre il
romanzo. Albertine e Marcel vivevano insieme, a Parigi: erano passati diversi
anni dal primo, fuggevole incontro, a Balbec: quando ancora il ricordo di
Gilberte era vivo nell'anima di Marcel. E ora Albertine se n'era andata,
lasciandogli una lettera: "Non voglio diventare la tua nemica, mio caro ragazzo.
Sarà già abbastanza doloroso, per me, sapere che a poco a poco ti diventerò
indifferente, e molto presto". Marcel vuol convincere se stesso che "Albertine
sarà di ritorno questa sera stessa", e vive con questa frenesia. Spera che lei
torni da un giorno all'altro, e ordina a Francoise di preparare per lei il letto
nello studio. In realtà molte piccole cose provano che Albertine aveva da tempo
meditato la fuga, e che era stata una bugiarda: la scoperta di due anelli con
incise due aquile uguali, con le medesime iniziali, prova che la donna aveva
amici misteriosi, che le facevano doni. Si scopre inoltre che ad Albertine
piacevano anche le donne: proprio perché affermava il contrario, la vita in
comune di Albertine e di Marcel si era svolta su una continua menzogna. Marcel
ama e soffre perAlbertine, riesce a sapere dove si trova, le manda lettere, lei gli risponde: parole gentili, e piene di ricordi, ma parole. Marcel manda
l'amico Saint-l.oup dalla zia di Albertine (la giovane donna era da lei) per
indurla a tornare. Infine, disperato, rinuncia al suo orgoglio e le spedisce un
telegramma in cui le chiede di tornare, senza alcuna condizione, se non il
permesso di poterla baciare per un minuto tre volte la settimana, prima che si
addormenti. Ma Albertine non può tornare; Marcel riceve un telegramma dalla
signora Bontemps: "La nostra piccola Albertine non e più... Il cavallo, durante
la passeggiata, l'ha scagliata contro un albero". Marcel aveva ricevuto anche
due lettere di Albertine, spedite prima della tragica morte: e in una di esse la
ragazza gli diceva che sarebbe partita immediatamente, se lui avesse voluto,
che sarebbe tornata. A un lungo periodo di meditazioni, di sofferenze. a poco a
poco, fa seguito l'oblio. "Avrei dato la camera di Albertine a una qualsiasi
venuta, come avevo dato ad Albertine la biglia d'agata e gli altri doni di Gilberte''.
Senza alcun dolore."Amavo ancora Albertine. Ma non come negli ultimi tempi. Era
come in un tempo più remoto". Marcel passeggia per il Bois de Boulogne, e
osserva le giovani donne, sperando di scorgere in esse il volto di Albertine
scomparsa. Un giorno vede tre giovani donne eleganti, tra cui una bionda
dall'aria delicata e un po' malata, che ricambia come sorpresa il suo sguardo.
Marcel per un gioco dell'immagmazione se ne innamora pazzamente: amore impetuoso
quanto strano e di breve durata. Cerca di informarsi sul conto della giovane
donna, i cui lineamenti gli ricordano incontri di molti anni prima. Un giorno,
invitato dalla duchessa di Guermantes, la ritrova nel salotto della duchessa. Il
suo cognome è Francheville: è l'antico amore di Marcel, è Gilberte, diventata
ora Francheville perché Odette, sua madre, dopo la morte del signor Swann si
è risposata con il signor di Francheville (la famiglia di questi, a causa delle
ricchezze di Odette, ha dato il permesso). Odette continua la sua "scalata"
all'alta società e anche Gilberte preferisce chiamarsi Francheville che Swann.
Il ricordo fugace si ravviva, ma Gilberte è destinata a sposarsi con Saint-Loup.
II terzo, splendido capitolo di Albertina scomparsa è dedicato a Venezia, dove
Marcel si reca con sua madre. Venezia è un elemento indispensabile, assoluto
della civiltà decadentistica. E Marcel gode l'aria, l'acqua, l'arte, le case,
l'atmosfera dell'inimitabile città, i cui palazzi, lungo i canali, sembravano,
come dice l'autore, non opera dell'uomo, ma della natura: però di una natura che
avesse creato le proprie opere con immaginazione umana. A Venezia Marcel ritrova
vecchie conoscenze: fra queste il signor di Norpois che nel 1870 era stato ambasciatore di Francia presso
un paese tedesco (alla
vigilia della guerra franco-pressiana). II signor di Norpois vive a Venezia con
una decrepita amante, un tempo splendida quanto malvagia, la marchesa di
Villeparisis.
Costei aveva fatto impazzire e rovinare il padre della signora Sazerat, una
conoscente di Marcel e della madre: la signora Sazerat vuol vedere, ed è molto
turbata, colei che era stata la causa della rovina della propria famiglia: e non
vede altri che una vecchietta gobba, paonazza, orrenda. Il tema di Norpois;
permette a Marcel di introdurre accenni alla situazione politica del tempo, in particolare italiana, sulla presidenza di
Giolitti alla vigilia della guerra.
Ma sono la magia di Venezia e poi di Padova ad affascinare Marcel, nel cui
animo esisteva anche una Venezia interiore, esistevano i "piombi" che a volte
aprivano i loro arruginiti cancelli sul passato: il passato era anche
Albertine, che per molto tempo era vissuta in Marcel come un fascio di pensieri.
E ora ecco un misterioso telegramma in cui "Albertine" gli comunica che si sarebbe
sposata. L'idea che fosse viva non suscitava più nessuna passione o sentimento
in Marcel: anche il fascio di pensieri che era per lui Albertine si era spento.
In realtà il telegramma era stato un errore, uno scherzo del destino. La firma
era "Gilberte", l'impiegato dei telegrafi aveva letto "Alberte" e .Marcel aveva
frainteso. Era Gilberte, come poi ella stessa gli comunica ancora, non ricevendo risposta, che gli annunciava il proprio matrimonio con Saint-Loop.
L'ultimo capitolo del romanzo è dedicato al signor di Saint-Loop, il quale si
rende conto di avere le stesse tendenze omosessuali di suo zio, il signor di Charlus.
Il tempo ritrovato (Le temps retrouvè) pubblicato nel 1927. E l'ultima parte del
ciclo Alla ricerca del tempo perduto, alla quale Proust lavorò fino alla morte e
i cui ultimi volumi vennero pubblicati postumi. Il tempo procede nella sua opera
contro la quale, forse, solo una memoria riesce, un poco, a resistere: l'atmosfera
in cui si muovono i personaggi proustiani è sempre la stessa. O, meglio, quasi
la stessa, apparentemente: ché nel profondo tanti mutamenti sono avvenuti e solo
lo sforzo, appunto, della memoria permette a Marcel di vivere le esperienze
del passato. In realtà i personaggi sono divenuti irriconoscibili, la vecchiaia
vittoriosa ha devastato i corpi e le anime, il mondo dei Guermantes, del signor
di Charlus, degli altri, si è decomposto: e Marcel (che è
Proust) vuol respingere lo scorrere del tempo, si rifugia nella memoria: come se
Albertine fosse ancora viva, ne sente la presenza in modo doloroso. E' la memoria
che permette all'uomo di conquistare una realta più concreta, inattaccabile. Il
libro è diviso in tre capitoli: il primo è Tansonville, dal nome della località
climatica dove Marcel trascorse diverso tempo, nella casa della zia. A
Tansonville, che con Balbec e Combray e uno dei suoi tre "luoghi" di campagna.
Marcel s'incontra con Gilberte e con suo marito Robert de Saint-Loup. Ma
Robert è ormai diventato omosessuale. come lo zio, il barone di Charlus. Per
soddisfare il suo vizio Robert, che pure ama molto la moglie, si reca spesso in
città, frequenta posti equivoci, inventa scuse con Gilberte: che forse capisce e
forse no. Lei pensa infatti che la strana condotta del marito sia dovuta a
capricci o infatuazioni per altre donne. Assistiamo poi al ritorno di Marcel a
Parigi, dopo anni passati in una casa di cura (a parte le vacanze a Tansonville).
A Parigi, in verità, il protagonista torna una prima volta nel 1914, per una
visita medica in seguito alla quale raggiunge la casa di cura. Vi ritorna nel
1916. Il secondo capitolo è il signor di Charlus durante la guerra: sue
opinioni, suoi
piaceri. Si apre con la moda delle giovani donne di Parigi: acconciate con alti
turbanti cilindrici, con tuniche egizie dritte, scure (portate per civismo,
perché "facevano molto guerra"). con sandali che allacciavano con corregge e con
gonne cortissime. Anche i sandali ricordavano i"nostri cari combattenti". I personaggi sprofondano nell'abisso del vizio: Charlus, che
fra l'altro è anche
germanolilo, mantiene con le sue ricchezze un albergo equivoco che gli permette
di soddisfare i suoi istinti: Marcel. capitato per caso in tale albergo, lo vede,
da una finestra segreta, mentre si la frustare da Maurice. "Direttore" dell'albergo
é un'antica conoscenza di Charlus, Jupien. Nell'albergo va anche Robert de
Saint-Loup,
il quale vi lascia per distrazione la sua croce al valor militare. Ma Robert si
riscatterà, in un certo senso, con la morte sul campo di battaglia. Il
cavalleresco Robert de Saint-Loup esce cosi dal romanzo nobilmente, mentre
Charlus invecchia grottescamente e in modo penoso, nell'oscurità sempre
crescente del suo spirito. Marcel, uscendo dall'albergo dove era entrato solo
per riposarsi, senza sapere di che cosa si trattasse e dove aveva trovato Jupien,
dovette assistere al bombardamento di Parigi da parte di un aereo tedesco: le
pagine dedicate a questo episodio sono estremamente suggestive. Il terzo
capitolo del romanzo, il più lungo, è dedicato a Un ricevimento dalla
principessa di Guermanies: è questo l'"incontro finale" la cui evocazione,
naturalmente frammista a una serie di considerazioni basate sui più sottili
richiami analogici, permette all'autore di dipingere una galleria, un "quadro
vivente", dei personaggi del romanzo, e di osservare il lavoro del tempo su di
essi: sui corpi e sulle anime. Ciò permette anche all'autore di sviluppare, in
modo mirabile, la sua concezione dell'arte, fondata sulla memoria, unico rimedio
all'opera devastatrice del tempo. In questo moderno "trionfo" dell'arte c'è tutta la sapienza poetica di Proust, tutto il suo profondo senso
della poesia (naturalmente secondo i canoni della sua poetica, la poetica
dell'evocazione, dei sottili rapporti di
memoria). La principessa di Guermantes è ora la ricca borghese, vedova del
signor Verdurin: la signora Verdurin era riuscita a salire ai vertici della
scala sociale. Il principe di Guermantes, da lei sposato in seconde nozze, é il
cugino dei duchi di Guermantes, che vivevano a Combray e dei quali Marcel
ancora fanciullo si era formato un'idea fantastica. Il capitolo si apre con le
meditazioni di Marcel, che in treno torna dalla casa di cura a Parigi: Marcel
medita sulla "mancanza delle doti letterarie che già m'era parso di scoprire
in
me sulla strada di Guermantes".. A Parigi Marcel trova
dunque l'invito dai Guermantes, e ci va: mentre vi si reca in carrozza, vede in
un'altra carrozza il barone di Charlus, reduce da un attacco apoplettico; è, in
un certo senso, il primo "urto" con la "realtà del tempo" vedere quale tracollo
aveva subito il barone. incapace, a causa dello stato del suo sistema nervoso,
di controllare i propri movimenti. Le meditazioni sull'arte sono, mescolate con i
"fatti" (lo scendere dalla carrozza, i passi fatti a piedi).
Ogni persona incontrata (tanta gente si reca dai Guermantes) è motivo di
associazioni, di simboli, di riflessioni, di ricordi e di ricordi di ricordi. E' interessante vedere il meccanismo felice usato da Proust:
"Volgendo nell'animo i
tristi pensieri di cui or ora dicevo, ero entrato nel cortile del palazzo dei
Guermantes e, nella mia distrazione, non m'ero accorto di un'autornobile che
stava avanzando: al grido dell'autista, ebbi appena il tempo di scansarmi
bruscamente e tanto indietreggiai da andare a inciampare mio malgrado contro i
ciottoli molto mal livellati oltre i quali si trovava una rimessa. Ma nel
momento in cui per ricuperare l'equilibrio, posai il piede su un ciottolo un
poco meno rialzato del precedente, tutto il mio scoraggiamento svanì di fronte
alla medesima felicità che, in periodi diversi della mia vita, m'avevano
procurato sia la vista d'alberi che avevo creduto di riconoscere in una
passeggiata in carrozza intorno a Balbec, sia la vista dei campanili di
Martinville, sia il sapore di una maddalena inzuppata in un infuso, sia le molte
altre sensazioni di qui ho parlato e che le ultime opere di Vinteuil m'era parso
sintetizzassero. Come nel momento in cui stavo assaporando la maddalena, ogni
apprensione per l'avvenire, ogni perplessità del mio intelletto si dissipò...": il sapore della
maddalena (questo oggetto-simbolo-memoria ritornerà più volte)
evoca dunque la trama dei ricordi, lo spazio della memoria su cui si fonda
l'arte entra per cosi dire in azione: dal ciottolo più alto alla chiarezza
intuitiva che è alla radice della poesia-memoria, dunque. Ancora, più avanti:"Ma
basta che un rumore, un odore, già udito o respirato altra volta, lo siano di
nuovo, a un tempo nel presente e nel passato, reali senza essere attuali, ideali
senza essere astratti, perché subito l'essenza permanente, e di solito nascosta
delle cose venga liberata, e perché il nostro vero io, che a volte pareva morto
da un pezzo, ma che non lo era affatto, si desti, si animi nel ricevere il
nutrimento celeste che gli viene offerto. Un attimo affrancato dall'ordine
temporale ha ricreato in noi, per percepirlo, l'uomo affrancato dall'ordine
temporale. E che costui confidi nella propria gioia è comprensibile, anche se
il semplice sapore di una maddalena non sembri logicamente contenere i motivi di
tale gioia, e comprensibile che la parola morte non abbia più senso per lui,
situato fuori del tempo, che dovrebbe mai temere dall'avvenire ... Ma
l'illusione non era durevole". Questo processo della memoria
liberatrice è come l'irradiamento di una sensazione ("sapore della maddalena
inzuppata, suono metallico, sensazione di passi disuguali"), per cui luoghi e
oggetti e persone lontane si ricongiungono nell'atto misterioso e profondo della
memoria, dalla quale sgorga la poesia. Attraverso questo filtro ombroso
l'intelligenza coglie verità più profonde e più necessarie: "lo dovevo studiarmi
d'interpretare le sensazioni
come segni d'altrettante leggi e idee, cercando di pensare, cioè di far uscire
dalla penombra ciò che avevo provato, di convertirlo in un equivalente
spirituale. Ora tale metodo che mi pareva il solo, in che altro poteva
consistere se non nella creazione d'un'opera d'arte? E già le conseguenze si
affollavano nella mia mente: infatti, o che si trattasse di reminiscenze sul
tipo del rumore della forchetta, o del sapore della maddalena, o di quelle
verità scritte per mezzo di figure delle quali cercavo di cogliere il
significato nel ratio pensiero dove - campanili, fiori selvatici - esse componevano
una complicata e ornata scrittura magica, loro prima caratteristica era ch'io
non ero libero di sceglierle, che mi venivan date cosi come si presentavano. E
io intuivo che proprio questo era il marchio della loro genuinità". Nessuno
poteva aiutarlo a rendere leggibile quell'intimo libro di tali sconosciuti segni":
ne alcuna regola, perché tale lettura consisteva in un atto creativo" per il
quale nessuno ci può supplire, e neppure può collaborare con noi". L'artista
deve ascoltare il proprio istinto "il che permette all'arte d'essere il
falto
più reale, la più austera scuola di vita, e il vero Giudizio Finale". Codesto
libro, il più arduo a decifrarsi, è anche il solo dettatoci dalla realtà, l'unico "impresso" in noi dalla realtà medesima. Di qualunque idea si tratti,
lasciata in noi dalla vita, la sua rappresentazione materiale, impronta
dell'impressione ch'essa ha prodotto in noi, è pur sempre l'attestato della sua
indispensabile verità. Le idee formate dall'intelligenza pura non posseggono
che una verità logica, una verità potenziale, e la loro elezione è arbitraria.
Le idee che ci formiamo. certo, possono essere logicamente giuste,"ma non
sappiamo se sono vere". Solo l'impressione, continua Proust è un possibile
criterio di verità: "L''impressione è per lo scrittore ciò che è l'esperimento
per lo scienziato, con questa differenza però, che nello scienziato il lavoro
dell'intelligenza precede, nello scrittore segue ... E siccome l'arte ricompone
fedelmente la vita, spira intorno a codeste verità attinte nel nostro intimo
un'aura di poesia, la dolcezza d'un mistero che altro non è se non la penombra
da noi attraversata". L'opera d'arte preesiste in noi, e noi dobbiamo
scoprirla,"al tempo stesso, perché necessaria e nascosta, come faremmo per una
legge di natura". L'arte vera consiste nel riaferrare quella "realtà da cui
viviamo lontani ... Grazie all'arte anziché vedere un solo inondo, il nostro,
noi lo vediamo moltiplicarsi, e quanti più sono gli artisti originali tanti più
sono i mondi a nostra disposizione, diversi gli uni dagli altri più ancora dei
mondi roteanti nell'infinito; e molti secoli dopo ch'è spento il focolaio da cui
emanavano - si chiamasse esso Rembrandt o Vermeer --continuano a inviarci il
loro inconfondibile raggio di luce ... L'opera d'arte era il solo mezzo per
ritrovare il Tempo Perduto''. Il libro è in realtà, in gran parte, uno splendido
trattato sulla natura e la funzione dell'arte. Gli episodi, comunque, sono
numerosi: fra questi il penoso episodio della figlia dell'attrice Berma, che
aveva organizzato un ricevimento nello stesso tempo di quello dei Guermantes:
ricevimento al quale nessuno era andato: ma il dolore dell'attrice fu aumentato
a dismisura, Fino alla morte, dalla condotta della figlia, che, col marito, pur
di entrare nel mondo dei Guermantes, non esitò ad accettare un invito da parte
dell'attrice Rachele la nemica di Berma. Il libro si chiude con l'eco dello
scampanellare della porta della casa di Marcel: l'eco di un episodio lontano, una visita di Swann alla famiglia di Marcel: e quell'eco, come altri, provoca
nel protagonista la vertigine del tempo passato, come se fossero state migliaia
di anni vissuti.