Aminta
Dramma in cinque atti di Torquato Tasso (1544-1595).



Torquato Tasso      Il dramma pastorale

Il dramma, o "favola boscareccia" come la chiamò il Tasso, fu verseggiato nella primavera del 1573 e rappresentato per la prima volta al Belvedere, a Ferrara, dalla compagnia dei Gelosi, il 31 luglio dello stesso anno, alla presenza di Alfonso II d'Este e della sua corte. La scena è fissa (rispettando quindi l'unità di luogo), il prologo è detto da Amore che in abito pastorale così conclude: "Perchè, ovunque i' mi sia, io sono Amore / ne' pastori non men che ne gli eroi / e la disagguaglianza de' soggetti, / come a me piace, agguaglio". Quindi si entra nell'argomento: Aminta, giovane e timido pastore, ama Silvia, una bellissima fanciulla cacciatrice, che però lo disdegna; ma Tirsi e Dafne vogliono aiutare i due giovani ricorrendo a diversi accorgimenti. Aminta riesce a salvare Silvia, caduta prigioniera di un satiro, ma appena liberata, lei fugge senza mostrare alcuna gratitudine al suo salvatore, che si consuma nel suo amore non ricambiato. Ma ecco che un giorno si sparge la notizia che Silvia è morta, sbranata dai lupi. Aminta allora, in preda alla più grande disperazione, decide di darsi la morte, precipitandosi da una rupe. In realtà Silvia è sana e salva, e quando viene a conoscenza della tragica sorte di Aminta, commossa da tanta devozione è presa da rimorso e da amore per lui e corre verso la rupe. Per fortuna anche Aminta si è salvato, perchè una siepe ha addolcito la sua caduta; in braccio a Silvia si rianima, felice di amare e di essere amato: "... egli or si giace / ne 'l seno accolto de l'amata ninfa". Dopo le nozze, il dramma si chiude con l'epilogo di Venere.

Questa favola è considerata dal Sansone un poema d'amore, una delle espressioni più suggestive e poeticamente individuate nella storia della poesia d'amore delle letterature moderne. Vi è descritto l'amore come obbedienza alla natura, mai sensuale, ma elevato entro un mondo originario, in cui uomini e cose vivono la loro infanzia serena: piacere quindi senza ombra di peccato, goduto con tenerezza.

"Nè rimane - osserva G. Gatto - estranea la materia d'amore ai modi dell'idillio campestre ma si traduce nella rappresentazione dell'universale sospiro della natura", che è il tono più originale di questo magnifico "portento", come lo definì il Carducci.
 

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