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Ivo Andric' -
Il ponte sulla Drina
Romanzo dello scrittore serbo
Ivo Andric' (1892-1975)
E' certamente l'opera maggiore di Andric', premio Nobel per la
letteratura nel 1961. Venne pubblicato nel 1945, subito dopo
la guerra, lo stesso anno in cui lo scrittore pubblicò altri
due romanzi altrettanto ampi, e cioè Cronaca di Travnik e La
signorina. Andric manifesta qui tutti i pregi della sua arte:
la capacità compositiva, lo stile ampio e maestoso, la
sapienza nell'alternare i momenti di tensione con quelli di
pacatezza, l'amore con cui viene evocato il paesaggio della
Bosnia, mondo remoto e arcaico, quasi fermo nella sua bellezza
e nel suo isolamento. Si racconta la storia di un ponte,
costruito sul fiume Drina, che attraversa la piccola città di
Visegrad (al confine con la Serbia): la storia del ponte è il
centro intorno al quale l'autore sviluppa la storia degli
abitanti di quella città dalla fine del XVI secolo alla Prima
guerra mondiale: è quindi un "romanzo storico" e, anzi, uno
dei più riusciti e interessanti esempi di romanzo storico. Fu
il pascià Mehmed Sokolovič, un serbo convertito all'islamismo,
turcizzato (la Bosnia subì una profonda turcizzazione) a
costruire il ponte: Mehmed era gran visir e poteva pensare
anche al suo Paese. La costruzione del ponte non fu semplice:
richiese fatiche, dolore, anche sangue e tutto questo Andric
narra nel libro. Il ponte venne finito nel 1571. Insieme col
ponte, secondo il costume del tempo, venne costruito anche un
caravanserraglio, che poteva ospitare i viaggiatori. Ed ecco
che il ponte diventa il simbolo vivente della città di
Visegrad, il muto testimone della storia. Per trecento anni il
ponte, stabile e bello, fu come il cuore intorno al quale si
sviluppò Visegrad. Elegante nella sua struttura, rimase
immutabile, così come il fiume, l'acqua, le montagne
circostanti. Immutabile mentre intorno si alternavano le
generazioni e lo attraversavano i padri, e poi i figli e poi i
figli dei figli e così via, nel fluire della vita e della
storia, del dolore e delle speranze umane. Ma anche il ponte
invecchiava, seppure a ritmo lentissimo. Non sempre gli uomini
se ne curarono, nè pensarono a ripararlo, sovente, quando
sarebbe stato necessario: il caravanserraglio, abbandonato,
andò in rovina; nel 1799 ci fu una piena: e, almeno in quella
circostanza, gli abitanti della città furono affratellati
dalla comune sventura, e dimenticarono le divisioni in
musulmani, ortodossi ed ebrei. Nel 1804 scoppiò la rivolta dei
Karagjorgje e la repressione che seguì: e il ponte vide molte
teste di decapitati, perchè sospetti, a torto o a ragione, di
aver partecipato alla congiura. Poco tempo dopo venne chiuso,
per impedire che si diffondesse ulteriormente un'epidemia di
peste. Ma non solo dei drammi corali, di tutto un popolo, era
testimone il ponte: lo era anche di drammi individuali, come
quello della bella Fatima che fu costretta dal padre a sposare
un uomo che non amava, e per questo si gettò nel fiume dove
annegò. Quando nel 1878 la Bosnia venne ceduta all'Austria, il
ponte vide passare i soldati turchi in ritirata. Era
incominciato un nuovo tempo: sotto l'amministrazione asburgica
fu testimone di nuove vicende: la ferrovia, che nel 1900
arrivò a Visegrad, i moti degli studenti socialisti,
l'annessione definitiva della Bosnia-Erzegovina all'Austria. E
il 1914: la guerra, gli arresti dei Serbi, la vicinanza del
fronte. Ed ecco che gli Austriaci, prima di ritirarsi, fanno
saltare uno dei pilastri centrali del ponte. E' come un
sacrilegio: "Hanno cominciato a rendere ciò che è di Dio",
così dice l'imano Alihodza, commentando amaramente il fatto,
prima di morire. Con la morte del ponte, simbolo della città,
la cui presenza diventa mitica, si conclude il romanzo. Il
ponte è invero il simbolo della coesistenza, della
possibilità, realizzata storicamente, di convivere con
reciproca tolleranza, da parte di persone appartenenti a fedi
diverse, musulmani, ortodossi, ebrei, tutti accomunati dal
fatto di essere nati nello stesso Paese, di avere sofferto le
stesse sofferenze, goduto le stesse gioie. Musulmani,
cristiani, ebrei, nemici per tanti secoli, intorno a questo
ponte si sono incontrati, hanno constatato la loro comune
natura di uomini, oltre le ideologie, hanno sperimentato la
possibilità di raggiungere la comprensione. Per questo ogni
ponte è simbolo della possibilità di comunicazione e amore fra
gli uomini; per questo ogni ponte, e quindi anche il ponte
sulla Drina, ha un angelo custode, mandato da Allah per
benedirlo e proteggerlo. Perchè non c'è ponte che non abbia
origine divina: all'inizio Allah fu turbato dai misfatti di
Satana che, per odio al genere umano, graffiò rabbiosamente la
terra, provocando profonde spaccature, burroni fiumi, abissi,
allo scopo di impedire che gli uomini si ritrovassero, per
disturbare i viaggiatori. Ma Dio mandò gli angeli, all'inizio,
i quali spiegarono le loro ali sugli abissi e sui fiumi, in
modo che la gente potesse passare; poi gli uomini cominciarono
a costruire i ponti. E Allah si compiace di coloro che
costruiscono i ponti, come di coloro che aprono le fontane:
così ha mandato un angelo a proteggere il ponte sulla Drina, e
l'angelo rimarrà finchè a Dio piacerà che il ponte esista.
Andric è, per dirla col Cronia, il cantore della "Bosnia
romantica, storica, realistica, in cui, dalla venuta dei
Turchi ai nostri tempi, si incrociano razze, religioni,
concezioni spirituali e istituzioni sociali diverse e
antitetiche, nel cui paesaggio, teatro di guerre, di
uccisioni, di prepotenze e di sofferenze, vive ed opera una
galleria svariatissima e animatissima di pascià, e visiri
turchi, di ufficiali austriaci e frati cattolici, di mercanti
e di duchi, di uomini e donne di ogni risma con i loro istinti
e le loro passioni, con i loro usi e costumi". Se è vero che
domina, nell'opera complessiva di Andric, "il peso di un
destino che si deve compiere" è però altrettanto vero che
scorre sotterraneo ma forte il fiume della speranza, lo sforzo
perchè oltre le divisioni di etnia e di religione, gli uomini
riconoscano la loro unità. Certo, la storia ha sempre dato
torto a queste speranze, però, a volte, i fatti, hanno
permesso agli uomini di riconoscersi proprio in tale speranza:
è di questa che il ponte sulla Drina è il simbolo poetico.
Ivo Andric'
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