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Si
conosce molto poco della vita di Antonio Pigafetta. Nacque tra il 1480
e il 1491 a Vicenza, forse da nobile famiglia. Trovandosi in
Barcellona fu raccomandato perché seguisse la spedizione di Magellano,
che stava apprestandosi a circumnavigare il mondo.
Non bene accettato da quest'ultimo, il Pigafetta seppe conquistarne
gradualmente la stima, fino a diventare il suo criado (uomo di
fiducia). Sorte volle tuttavia che la loro amicizia non durasse: il 27
aprile 1521 Magellano venne ucciso sulla piccola isola di Mactan dagli
indigeni dell'isola di Cebu, nell'arcipelago delle Filippine. Anche
Pigafetta rimase ferito, ma non mortalmente, negli scontri.
Morto Magellano, Pigafetta assunse ruoli di maggiore responsabilità
nell'equipaggio, in particolare gestendo le relazioni con le
popolazioni nelle quali si imbatterono. Tornato in patria con gli
altri diciassette superstiti della spedizione, scrisse la "Relazione
del primo viaggio intorno al mondo". L'opera oggi è considerata uno
dei più preziosi documenti sulle grandi scoperte geografiche del XVI
secolo.
Pigafetta morì probabilmente intorno al 1534.
Notizie del Mondo nuovo con le figure dei paesi scoperti descritti da
ANTONIO PIGAFETTA vicentino, cavaliere di Rodi nel 1524
Relazione del primo viaggio intorno al mondo
Notizie del Mondo nuovo con le figure dei paesi scoperti
descritti da
ANTONIO PIGAFETTA
vicentino, cavaliere di Rodi
ANTONIO PIGAFETTA PATRIZIO VICENTINO E CAVALIER DE RODI A
L'ILLUSTRISSIMO ED ECCELLENTISSIMO SIGNOR FILIPPO DE VILLERS
LISLEADAM, INCLITO GRAN MAISTRO DI RODI, SIGNOR SUO OSSERVANDISSIMO.
Perchè sono molti curiosi, illustrissimo ed eccellentissimo signor,
che non solamente se contentano de sapere e intendere le grandi ed
ammirabili cose che Dio me ha concesso di vedere e patire ne la
infrascritta mia longa e pericolosa navigazione, ma ancora vogliono
sapere li mezzi e modi e vie che ho tenuto ad andarvi, non prestando
quella integra fede a l'esito se prima non hanno bona certezza de
l'inizio; pertanto saperà vostra illustrissima signoria, che,
ritrovandomi nell'anno della natività del Nostro Salvatore 1519 in
Spagna, in la corte del serenissimo re dei Romani con el reverendo
monsignor Francesco Chieregato, allora protonotario apostolico e
oratore de la santa memoria di papa Leone X, che per sua virtù dappoi
è asceso a l'episcopato de Aprutino e principato de Teramo, avendo io
avuto gran notizia per molti libri letti e per diverse persone, che
praticavano con sua signoria, de le grandi e stupende cose del mare
Oceano, deliberai, con bona grazia de la maestà cesarea e del prefato
signor mio, far esperienzia di me e andare a vedere quelle cose, che
potessero dare alcuna satisfazione a me medesimo e potessero
partorirme qualche nome appresso la posterità.
Avendo inteso che allora se era preparata una armata in la città di
Siviglia, che era de cinque nave, per andare a scoprire la spezieria
nelle isole di Maluco, de la quale era capitanio generale Fernando de
Magaglianes, gentiluomo portoghese, ed era commendatore di Santo
Jacobo de la Spada, [che] più volte con molte sue laudi aveva
peregrato in diverse guise lo Mar Oceano, mi partii con molte lettere
di favore da la città de Barsalonna dove allora resideva sua maestà, e
sopra una nave passai sino Malega, onde, pigliando il cammino per
terra, giunsi a Siviglia; ed ivi, essendo stato ben circa tre mesi,
aspettando che la detta armata si ponesse in ordine per la partita,
finalmente, come qui de sotto intenderà Vostra eccellentissima
signoria, con felicissimi auspizî incomensiammo la nostra navigazione:
e perchè ne l'esser mio in Italia, quando andava a la santità de papa
Clemente, quella per sua grazia a Monteroso verso di me si dimostrò
assai benigna e umana e dissemi che li sarebbe grato li copiassi tutte
quelle cose [che] aveva viste e passate nella navigazione, benchè io
ne abbia avuta poca comodità, niente di meno, secondo il mio debil
potere, li ho voluto satisfare.
E così li offerisco in questo mio libretto tutte le vigilie, fatiche e
peregrinazioni mie, pregandola, quando la vacherà dalle assidue cure
rodiane, si degni trascorrerle; per il che mi parerà esser non poco
rimunerato da vostra illustrissima signoria, a la cui bona grazia mi
dono e raccomando.
Avendo deliberato il capitano generale di fare così longa navigazione
per lo mare Oceano, dove sempre sono impetuosi venti e fortune grandi,
e non volendo manifestare a niuno de li suoi el viaggio che voleva
fare, acciò non fosse smarrito in pensare de fare tanto grande e
stupenda cosa, como fece con l'aiuto di Dio, (li capitani sui che
menava in sua compagnia, lo odiavano molto non so perchè, se non
perchè era Portughese ed essi Spagnoli), volendo dar fine a questo che
promise con giuramento a lo imperatore don Carlo re di Spagna, acciò
le navi ne le fortune e ne la notte non se separaseno una da l'altra,
ordinò questo ordine e lo dette a tutti li piloti e maestri de le sue
navi: lo qual era:
Lui de notte sempre voleva andar innanzi de le altre navi ed elle
seguitasseno la sua con una facella grande di legno, che la chiamano
farol [il] quale portava sempre pendente da la poppa la sua nave.
Questo segnale era a ciò [che] continuo lo seguitasseno. Se faceva uno
altro fuoco con una lanterna o con un pezzo de corda de giunco, che la
chiamano strengue, di sparto molto battuto ne l'acqua e poi seccato al
sole ovvero al fumo, ottimo per simil cosa, gli rispondesseno, acciò
sapesse per questo segnale che tutte venivano insieme. Se faceva dui
fuochi senza lo farol, virasseno, o voltasseno in altra banda quando
el vento non era buono e al proposito per andar al nostro cammino, o
quando voleva far poco viaggio. Se faceva tre fuochi, tollesseno via
la bonetta, che è una parte di vela che se attacca da basso de la vela
maggiore, quando fa bon tempo, per andar più: la se tol via acciò sia
più facile a raccogliere la vela maggiore, quando si ammaina in pressa
in un tempo subito. Se faceva quattro fuochi, ammainassero tutte le
vele, facendo poi lui uno segnale di fuoco come stava fermo. Se faceva
più fuochi, ovvero tirava alcuna bombarda, fosse segnale de terra o de
bassi. Poi faceva quattro fuochi, quando voleva far alzare le vele in
alto, acciò loro navigassero seguendo sempre per quella facella de
poppa. Quando voleva far mettere la bonetta, faceva tre fuochi: quando
voleva voltare in altra parte [ne] faceva due. Volendo poi sapere se
tutte le navi lo seguitavano e venivano insieme, [ne] faceva uno,
perchè così ogni nave facesse e gli rispondesse.
Ogni notte se faceva tre guardie: la prima nel principio de la notte,
la seconda, che la chiamano modoro nel mezzo, la terza nel fine [della
notte]. Tutta la gente de la nave se (s)partiva in tre colonelli; il
primo era del capitano, ovvero del contro maistro, mutandose ogni
notte; lo secondo del pilota o nocchiero, il terzo del maestro.
Luni a 10 agosto, giorno de santo Laurenzio, ne l'anno già detto,
essendo la armata fornita di tutte le cose necessarie per mare e
d'ogni sorte de gente (era[va]mo duecento e trentasette uomini) ne la
mattina si feceno presti per partirse dal molo di Siviglia, e tirando
artigliaria detteno il trinchetto al vento; e vennero abbasso del
fiume Betis, al presente detto Gadalcavir, passando per uno luogo
detto Gioan Dalfarax, che era già grande abitazione de Mori, per mezzo
lo quale stava un ponte che pasava el ditto fiume per andare a
Siviglia, del che è restato fin al presente nel fondo dell'acqua due
colonne, che quando passano le navi hanno bisogno de uomini che
sappiano ben lo loco delle colonne, perciò non desseno in esse, ed è
bisogno passarle quando el fiume sta piú crescente, ed anche per molti
altri luoghi del fiume, che non ha tanto fondo che basti per passare
le navi cargate e [è bisogno che] quelle non siano troppo grandi. Poi
venirono ad un altro [luogo], che se chiama Coria, passando per molti
altri villaggi a lungo del fiume, tanto che giunseno ad uno castello
del duca di Medina Cidonia, il quale se chiama S. Lucar, che è posto
per entrare nel mare Oceano, levante ponente con il capo di Sant
Vincent, che sta in 37 gradi di latitudine e lungi dal detto posto 10
leghe. Da Siviglia fin a qui per lo fiume gli sono 17 o 20 leghe. Da
lì alquanti giorni venne el capitano generale con li altri capitani
per lo fiume abbasso ne li battelli de le navi et ivi stessimo molti
giorni per fornire l'armata di alcune cose [che] le mancavano; e ogni
dí andavamo in terra ad aldir messa ad un loco che se chiama Nostra
Donna di Baremeda, circa San Lucar. E avanti la partita lo capitano
general volse [che] tutti se confessasseno e non consentitte [che]
ninguna donna venisse ne l'armada per meglior rispetto.
Marti a XX de settembre, nel medesimo anno, ne partissemo da questo
loco, chiamato San Lucar, pigliando la via di garbin, e a 26 del detto
mese arrivassemo a una isola de la Gran Canaria, che se dice Tenerife
in 28 gradi di latitudine, per pigliar carne, acqua e legna. Stessemo
ivi tre giorni e mezzo per fornire l'armata delle dette cose: poi
andassemo a uno porto de la medesima isola, detto Monte Rosso, per
pegola, tardando due giorni. Saperà Vostra illustrissima signoria che
in quelle isole de la Gran Canaria c'è una in tra le altre, ne la
quale non si trova pur una goccia de acqua che nasca, se non [che] nel
mezodí [si vede] discendere una nebola dal cielo e circonda uno grande
arbore che è nella detta isola, stillando dalle sue foglie e rami
molta acqua; e al piede del detto arbore è addrizzata in guisa de
fontana una fossa, ove casca l'acqua, de la quale li uomini abitanti e
animali, cosí domestici come salvatici, ogni giorno de questa acqua e
non de altra abbondantissimamente se saturano.
Luni a tre d'ottobre a mezzanotte se dette le vele al cammino de
l'austro, ingolfandose nel mare Oceano, passando tra Capo Verde e le
sue isole in 14 gradi e mezzo; e cosí molti giorni navigassimo per la
costa della Ghinea, ovvero Etiopia, (ne la quale ha una montagna,
detta Sierra Leone, in 8 gradi di latitudine) con venti contrari,
calme e piogge senza venti fino a la linea equinoziale, piovendo
sessanta giorni di continuo contra la opinione de li antichi. Innanzi
che giungessimo a la linea, 14 gradi, molte gropade da venti impetuosi
e correnti de acqua ne assaltarono contra el viaggio. Non possendo
spuntare innanzi, a ciò che le navi non pericolasseno, se calavano
tutte le vele: ed a questa sorte andavano de mare in traverso finchè
passava la gropada, perché veniva molto furiosa. Quando pioveva non
era vento; quando faceva sole era bonaccia. Venivano al bordo de la
nave certi pesci grandi, che se chiamano tiburoni, che hanno denti
terribili e se trovano uomini nel mare li mangiano. Pigliavamo molti
con ami de ferro, benché non sono buoni da mangiare, se non li
piccoli, e anche loro mal boni.
In queste fortune molte volte ne apparse il Corpo Santo, cioè Santo
Elmo, in lume fra le altre in una oscurissima notte, di tal splendore,
come è una facella ardente, in cima de la maggiore gabbia, e stiè
circa due ore e piú con noi, consolandone che piangevamo. Quando
questa benedetta luce si volse partire da noi, tanto grandissimo
splendore dette ne li occhi nostri, che stettemo piú de mezzo quarto
de ora tutti ciechi, chiamando misericordia, e veramente credendo
esser morti. Il mare subito se aquietò.
Vidi molte sorte di uccelli, tra le quali una che non aveva culo;
un'altra, quando la femina vuol far li ovi, li fa sopra la schiena del
maschio, e ivi si creano; non hanno piedi e sempre vivono nel mare;
un'altra sorte, che vivono del sterco de li altri uccelli e non di
altro: sí come vidi molte volte questo uccello, qual chiamano
cagassela, correr dietro ad altri uccelli, fin tanto [che] quelli sono
costretti mandar fuora el sterco; subito lo piglia e lascia andare lo
uccello. Ancora vidi molti pesci che volavano, e molti altri
congregati insieme, che parevano una isola. Passato che avessimo la
linea equinoziale, in verso el meridiano, perdessimo la tramontana, e
cosí se navigò tra il mezzogiorno e il garbin fino in una terra, che
si dice la terra del Verzin in 23 gradi 1/2 al polo antartico, che è
terra del capo de Santo Agostino, che sta in 8 gradi al medesimo polo:
dove pigliassemo gran rinfresco de galline, batate, pigne molto dolci,
frutto in vero piú gentil che sia, carne de anta come vacca, canne
dolci ed altre cose infinite, che lascio per non essere prolisso. Per
un amo da pescare o uno cortello davano 5, o 6 galline: per uno
pettine uno paro de occati; per uno specchio o una forbice, tanto
pesce che avrebbe bastato a X uomini; per uno sonaglio o una stringa,
uno cesto de batate; queste batate sono al mangiare come castagne e
longhe come napi; e per uno re de danari, che è una carta da giocare,
ne detteno 6 galline e pensavano ancora averne ingannati. Intrassemo
in questo porto il giorno del Sancta Lucia e in quel dì avessimo il
sole per zenit e patissimo più caldo quel giorno e li altri, quando
avevamo il sole per zenit, che quando éramo sotto la linea
equinoziale.
Questa terra del Verzin è abbondantissima e più grande che la Spagna,
Franza e Italia tutte insieme: è del re de Portugallo. Li popoli di
questa terra non sono Cristiani e non adorano cosa alcuna; vivono
secondo lo uso della natura e vivono centovincinque anni e cento
quaranta; vanno nudi cosí uomini, come femmine; abitano in certe case
lunghe che le chiamano boii e dormono in rete de bambaso, chiamate
amache, legate ne le medesime case da un capo e da l'altro a legni
grossi: fanno foco in fra essi in terra. In ognuno di questi boii
stanno cento uomini con le sue mogli e figlioli facendo gran rumore.
Hanno barche d'uno solo albero, ma schize chiamate canoe, (s)cavate
con menare di pietra. Questi popoli adoperano le pietre, come noi il
ferro, per non aver(n)e. Stanno trenta e quaranta uomini in una di
queste; vogano con pale come da forno e cosí negri, nudi e tosi
assomigliano quando vogano a quelli della Stige palude.
Sono disposti uomini e femmine come noi; mangiano carne umana de li
suoi nemici, non per buona, ma per una certa usanza. Di questa usanza,
lo uno con l'altro, fu principio una vecchia, la quale aveva solamente
uno figliuolo, che fu ammazzato da li suoi nemici, per il che, passati
alcuni giorni, li suoi pigliarono uno de la compagnia che aveva morto
[il] suo figliuolo e lo condussero dove stava questa vecchia. Ella,
vedendo e ricordandose del suo figliuolo, come cagna arrabbiata, li
corse addosso e lo mordette in una spalla. Costui de lì a poco fuggì
ne li suoi e disse come lo volsero mangiare, mostrandoli el segnale de
la spalla. Quando questi pigliarono poi di quelli, li mangiarono, e
quelli de questi; sí che per questo è venuta tale usanza. Non se
mangiano subito; ma ogni uno taglia uno pezzo e lo porta in casa,
mettendolo al fumo; poi ogni 8 giorni taglia uno pezzetto, mangiandolo
brustolato con le altre cose per memoria degli sui nemici. Questo me
disse Ioanne Carvagio piloto, che veniva con noi, il quale era stato
in questa terra quattro anni.
Questa gente si dipingono meravigliosamente tutto il corpo e il volto
con fuoco in diverse maniere; anche le donne; sono tosi e senza barba,
perchè se la pelano. Se vestono de vestiture de piume di pappagallo,
con rode grandi al culo de le penne maggiori, cosa ridicola. Quasi
tutti li uomini, eccetto le femmine e fanciulli, hanno tre busi nel
labbro de sotto, ove portano pietre rotonde e longhe uno dito, e piú e
meno di fuora pendente. Non sono del tutto negri, ma olivastri;
portano descoperte le parte vergognose; el suo corpo è senza peli, e
cosí omini qual donne sempre vanno nudi. Il suo re è chiamato cacich.
Hanno infinitissimi pappagalli e ne dànno 8, o 10 per uno specchio; e
gatti maimoni piccoli; fatti come leoni, ma gialli, cosa bellissima.
Fanno pane rotondo bianco de midolla de arbore, non molto buono, che
nasce fra l'arbore e la scorza ed è come ricotta: hanno porci che
sopra la schiena tenono il loro ombelico, e uccelli grandi che hanno
el becco come uno cucchiaro, senza lingua.
Ne davano per una accetta o coltello grande una o due delle loro
figliole per schiave; ma [le] sue mogliere non dariano per cosa
alcuna. Elle non farebbero vergogna a' suoi mariti per ogni gran cosa,
come ne è stato riferito. Di giorno non consentono a li loro mariti,
ma solamente di notte. Esse lavorano e portano tutto el mangiare da li
monti in zerli, ovvero canestri sul capo o attaccati al capo; però
essendo sempre seco [i] suoi mariti solamente con un arco de verzin o
de palma negra e uno mazzo di frezze de canna: e questo fanno perchè
sono gelosi. Le femmine portano [i] sui figlioli (at)taccati al collo
in una rete da bambaso. Lascio altre cose per non esser più lungo.
Si disse due volte messa in terra per il che questi stavano con tanta
contrizione in ginocchioni, alzando le mani giunte, che era
grandissimo piacere vederli. Edificarono una casa per noi, pensando
dovessimo star seco alcun tempo, e tagliarono molto verzin per darnelo
a la nostra partita. Era stato forse due mesi [che] non aveva piovesto
in questa terra; e quando giongessemo al porto, per caso piovette. Per
questo dicevano noi venire dal cielo e avere menato nosco la pioggia.
Questi popoli facilmente se converterebbono a la fede di Gesù Cristo.
Imprima costoro pensavano [che] li battelli fosseno figlioli de le
navi e che elli li partorisseno quando se buttavano fora de nave in
mare; e stando così al costado, come è usanza, credevano [che] le navi
li nutrissero.
Una giovane bella venne un dì nella nave capitania, dove io stava, non
per altro se non per trovare alcuno recapito. Stando così aspettando,
buttò lo occhio sopra la camera del maestro, e vide uno chiodo longo
piú de un dito, il che pigliando, con grande gentilezza e galanteria
se lo ficcò a parte a parte de li labbri della sua natura; e subito
bassa bassa se partitte, vedendo questo il capitano generale e io.
ALCUNI VOCABOLI DE QUESTI POPOLI DEL VERZIN
Al miglio = maiz
Alla farina = hui
All'amo = pinda
Al coltello = tacse
Al pettine = chigap
Alla forbice = pirame
Al sonaglio = itanmaraca
Buono più che buono = tum maragatum
Stessimo 13 giorni in questa terra. Seguendo poi il nostro cammino
andassemo fino a 34 gradi e uno terzo al polo Antartico, dove
trovassemo, in uno fiume de acqua dolce, uomini che se chiamano
Canibali e mangiano la carne umana. Venne uno de la statura quasi come
uno gigante nella nave capitania per assicurare li altri suoi. Aveva
una voce simile a uno toro. Intanto che questo stette ne la nave, li
altri portorono via le sue robe dal loco dove abitavano, dentro de la
terra, per paura de noi. Vedendo questo, saltassimo in terra cento
uomini per avere lingua e parlare seco, ovvero per forza pigliarne
alcuno. Fuggitteno, e fuggendo facevano tanto gran passo che noi
saltando non potevamo avanzare li sui passi. In questo fiume stanno
sette isole. Ne la maggior de queste se trova pietre preziose, che si
chiama Capo de Santa Maria.
Già se pensava che da qui se passasse al mare de Sur, cioè mezzodì, nè
mai più oltre fu discoverto. Adesso non è capo, se non fiume e ha
larga la bocca 17 leghe. Altre volte in questo fiume fu mangiato da
questi Canibali, per troppo fidarse, uno capitano spagnolo, che se
chiamava Iohan de Solís e sessanta uomini, che andavano a discoprire
terra come noi.
Poi seguendo el medesimo cammino verso el polo Antartico, accosto da
terra, venissemo a dare in due isole piene di occati e lupi marini.
Veramente non se poría narrare il gran numero de questi occati. In una
ora cargassimo le cinque navi. Questi occati sono negri e hanno tutte
le penne ad uno modo, così nel corpo come nelle ali: non volano e
vivono de pesce. Erano tanto grassi che non bisognava pelarli ma
scorticarli. Hanno lo becco como uno corvo. Questi lupi marini sono de
diversi colori e grossi come vitelli e il capo come loro, con le
orecchie piccole e tonde e denti grandi. Non hanno gambe, se non piedi
tacadi al corpo, simili a le nostre mani, con unghie piccole e fra li
diti hanno quella pelle [che hanno] le oche. Sarebbero ferocissimi se
potessero correre: nodano e vivono de pesce. Qui ebbeno le navi
grandissima fortuna, per il che ne apparsero molte volte li tre Corpi
Santi, cioè Sant'Elmo, Sancto Nicolò e Santa Chiara; e subito cessava
la fortuna.
Partendo de qui arrivassemo fino a 49 gradi a l'Antartico. Essendo
l'inverno le navi intrarono in uno bon porto per invernarse. Quivi
stessemo dui mesi senza vedere persona alcuna. Un dì a l'improvviso
vedessemo un uomo, de statura de gigante, che stava nudo ne la riva
del porto, ballando, cantando e buttandose polvere sovra la testa. Il
capitano generale mandò uno de li nostri a lui, acciò facesse li
medesimi atti in segno di pace, e, fatti, lo condusse in una isoletta
dinanzi il capitano generale. Quando fu nella sua e nostra presenzia,
molto se meravigliò e faceva segni con un dito alzato, credendo
venissemo dal cielo. Questo era tanto grande che li davamo alla
cintura e ben disposto: aveva la faccia grande e dipinta intorno de
rosso e intorno li occhi de giallo, con due cuori dipinti in mezzo
delle galte. Li pochi capelli che aveva erano tinti de bianco: era
vestito de pelle de animale coside sottilmente insieme; el quale
animale ha el capo et orecchie grande come una mula, il collo e il
corpo come uno camello, le gambe di cervo e la coda de cavallo; e
nitrisce come lui: ce ne sono assaissimi in questa terra. Aveva alli
piedi albarghe de la medesima pelle, che coprono li piedi a uso de
scarpe, e nella mano uno arco curto e grosso, la corda alquanto piú
grossa di quella del liúto, fatta de le budelle del medesimo animale,
con uno mazzo de frecce de canne non molto longhe, impennate come le
nostre. Per ferro, ponte de pietra de fuoco bianca e negra, a modo de
frezze turchesche, facendole con un'altra pietra.
Lo capitano generale li fece dare da mangiare e bere, e, fra le altre
cose che li mostrette, li mostrò uno specchio grande de azalle. Quando
el vide sua figura, grandemente se spaventò, e saltò in dietro e buttò
tre o quattro de li nostri uomini per terra. Da poi gli dette sonagli,
uno specchio, uno pettine e certi paternostri e mandollo in terra con
4 uomini armati. Uno suo compagno, che mai volse venire a le navi,
quando el vide venire costui con li nostri, corse dove stavano gli
altri; se misseno in fila tutti nudi.
Arrivando li nostri ad essi, comensorono a ballare e cantare, levando
un dito al cielo e mostrandoli polvere bianca de radice da erba, poste
in pignatte di terra, che la mangiasseno, perchè non avevano altra
cosa. Li nostri li fecero segno [che] dovesseno venire a le navi e che
li aiuterebbono [a] portare le sue robe, per il che questi uomini
subito pigliarono solamente li suoi archi; e le sue femmine, cargate
come asine, portarono il tutto.
Queste [donne] non sono tanto grandi, ma molto più grosse. Quando le
vedessimo, grandemente stessemo stupefatti. Hanno le tette longhe
mezzo braccio; sono dipinte e vestite come [i] loro mariti, se non
[che] dinnanzi a la natura hanno una pellesina che la copre. Menavano
quattro de questi animali piccoli, legati con legami a modo de
cavezza. Questa gente, quando voleno pigliare di questi animali,
legano uno di questi piccoli a uno spino; poi véneno li grandi per
giocare con li piccoli; ed essi, stando ascosi, li ammazzano con le
frezze. Li nostri ne condussero a le navi disdotto tra maschi e
femmine, e furono ripartite a le due parti del porto acciò pigliasseno
de li detti animali.
Di lì a 6 giorni fu visto uno gigante, depinto e vestito de la
medesima sorte, da alcuni che facevano legna. Aveva in mano un arco e
frezze. Accostandosi a li nostri, prima se toccava el capo, el volto e
el corpo, e il simile faceva a li nostri, e dappoi levava le mani al
cielo. Quando el capitano generale lo seppe, lo mandò a torre con lo
schifo e menollo in quella isola che era nel porto, dove avevano fatta
una casa per li fabbri e per metterli alcune cose de le nave. Costui
era piú grande e meglio disposto de li altri e tanto trattabile e
grazioso. Saltando ballava e, quando ballava, ogni volta cacciava li
piedi sotto terra un palmo. Stette molti giorni con noi, tanto che 'l
battizzassemo, chiamandolo Giovanni. Costui chiaro pronunziava Gesú,
Pater Noster, Ave Maria e Giovanni come noi, se non con voce
grossissima. Poi el capitano generale li donò una camisa, una
camisotta di panno, braghesse di panno, un bonet, un specchio, uno
pettine, sonagli e altre cose e mandollo da li sui. Ghe li andò molto
allegro e contento. Il giorno seguente costui portò uno di quelli
animali grandi al capitano generale, per il che li dette molte cose
acciò ne portasse de li altri: ma piú nol vedessimo. Pensassimo [che]
li suoi lo avessero ammazzato per aver conversato con noi.
Passati 15 giorni, vedessemo quattro de questi giganti senza le sue
armi, perchè le avevano ascose in certi spini: poi li due che
pigliassemo ne le insegnarono. Ognuno era dipinto differenziatamente.
Il capitano generale ritenne due, li più giovani e piú disposti, con
grande astuzia, per condurli in Ispagna. Se altramente avesse fatto,
facilmente avrebbeno morto alcun de noi. L'astuzia che usò in
ritenerli fu questa: ghe dette molti cortelli, forbice, specchi,
sonagli e cristallino. Avendo questi due le mani piene de le dette
cose, il capitano generale fece portare due para de ferri, che se
mettono a li piedi, mostrando de donarli, e elli, per esser ferro, gli
piacevano molto, ma non sapevano come portarli e li rincresceva
lassarli: non avevano dove mettere quella merce e bisogniavali tenersi
con le mani la pelle che avevano intorno. Li altri due volevano
aiutarli, ma il capitano non volse. Vedendo che li rincresceva
lasciare quelli ferri, li fece segno [che] li farebbe [mettere] a li
piedi e quelli porterebbeno via. Essi risposero con la testa di sì.
Subito ad uno medesimo tempo li fece mettere a tutti due, e quando
l'inchia(va)vano con lo ferro che traversa, dubitavano; ma
[as]securandoli il capitano, pur stetteno fermi; avvedendosene poi de
l'inganno, sbuffavano come tori, chiamando fortemente Setebos, che li
aiutasse. Agli altri due, appena potessemo legarli le mani, li
mandassemo a terra con nove uomini, acciò guidasseno li nostri dove
stava la moglie de uno di quelli [che] avevamo presi, perchè
fortemente con segni la lamentava acciò ella intendessemo. Andando,
uno se desligò le mani e corse via, con tanta velocità che li nostri
lo perseno di vista. Andò dove stava la sua brigata e non trovò uno de
li suoi, che era rimasto con le femmine, perchè era andato alla casa.
Subito lo andò a trovare e contògli tutto il fatto. L'altro tanto se
sforzava per desligarse che li nostri lo ferirono un poco sopra la
testa e sbuffando condusse li nostri dove stavano le loro donne.
Giovan Carvagio piloto, capo de questi, non volse torre la donna
quella sera, ma dormitte ivi, perché se faceva notte. Li altri due
vennero e vedendo costui ferito, se dubitavano e non dissero niente
allora, ma nell'alba parlorono a le donne. Subito fuggiteno via e
correvano più li piccoli che li grandi, lassando tutte le loro robe.
Dui se trasseno da parte, tirando a li nostri frezze; l'altro menava
via quelli suoi animaletti per cacciare; e così combattendo, uno de
quelli passò la coscia con una frezza a uno de li nostri, il quale
subito morì. Quando visteno questo, subito corseno via. Li nostri
avevano schioppetti e balestre, e mai non li poterono ferire. Quando
questi combattevano, mai stavano fermi, ma saltando de qua e de là. Li
nostri seppellirono lo morto e brusarono tutte le robe, che avevano
lassate. Certamente questi giganti correno piú [dei] cavalli e sono
gelosissimi de loro mogliere.
Quando questa gente se sente male al stomaco, in loco de purgarse, se
mettono ne la gola dui palmi e piú d'una frezza e gomitano colore
verde mischiato con sangue, perchè mangiano certi cardi. Quando li
dole el capo, se dànno nel fronte una tagiatura nel traverso, e così
ne le bracce, ne le gambe e in ciascuno loco del corpo, cavandose
molto sangue. Uno di quelli [che] avevamo presi, che stava ne la
nostra nave, diceva come quel sangue non voleva stare ivi e per quello
li dava passione. Hanno li capelli tagliati con la chierega a modo de
frati, ma piú longhi, con uno cordone de bambaso intorno al capo, nel
quale ficcano le frezze quando vanno a la cazza. Legano el suo membro
dentro del corpo per lo grandissimo freddo. Quando more uno de questi,
ge appareno X o dodici demoni, ballando molto allegri intorno al
morto, tutti depinti. Ne vedono uno sovra li altri assai più grandi,
gridando e facendo più gran festa. Così come el demonio li appare
depinto, de quella sorte se depingono. Chiamano el demonio maggior
Setebos, a li altri Cheleulle. Ancora costui ne disse con segni avere
visto li demoni con due corni in testa e peli longhi che coprivano li
piedi, gettare foco per la bocca e per il culo. Il capitano generale
nominò questi popoli Patagoni. Tutti se vestono de la pelle de quello
animale già detto. Non hanno case, se non trabacche de la pelle del
medesimo animale e con quelle vanno mo' di qua, mo' di là, come fanno
li Cingani. Vivono di carne cruda e de una radice dolce, che la
chiamano chapae. Ogni uno de li due, che pigliassemo, mangiava una
sporta de biscotto e beveva in una fiata mezzo secchio de acqua. E
mangiavano li sorci senza scorticarli.
Stessemo in questo porto, el quale chiamassemo porto de Santo
Giuliano, circa di cinque mesi, dove accaddettero molte cose. Acciò
che Vostra illustrissima signoria ne sappia alcune, fu che, subito
entrati nel porto, li capitani de le altre quattro navi ordinarono uno
tradimento per ammazzare il capitano generale: e questi erano el
vehadore de l'armata, che se chiamava Gioan de Cartagena, el tesoriero
Alovise de Mendoza, el contadore Antonio Cocha e Gaspar de Casada. E
squartato el vehador da li uomini, fu ammazzato lo tesoriero a
pognalade, essendo descoperto lo tradimento. De lì alquanti giorni
Gaspar de Cazada per voler fare un altro tradimento, fu sbandito con
un prete in questa terra Patagonia. El capitano generale non volle
farlo ammazzare perchè lo imperatore don Carlo lo aveva fatto
capitano.
Una nave, chiamata Sancto Iacopo, per andare a descovrire la costa si
perse. Tutti gli uomini si salvarono per miracolo, non bagnandose.
Appena due de questi venirono a le navi e ne dissero el tutto. Per il
che el capitano generale ghe mandò alcuni uomini con sacchi de
biscotto. Per due mesi ne fu forza portarli el vivere; perchè ogni
giorno trovavano qualche cosa de la nave. El viaggio de andare era
longo 24 leghe, che sono cento miglia; la via asprissima e piena de
spini. Stavano 4 giorni in viaggio; la notte dormivano in macchioni;
non trovavano acqua da bevere, se non ghiaccio, il quale ne era
grandissima fatica. In questo porto era assaissime cappe longhe, che
le chiamano missiglioni, avevano perle nel mezzo, ma piccole, che non
le potevano mangiare. Anco se trovava incenso, struzzi, volpe, pàssae
e conigli più piccoli assai de li nostri. Qui, in cima del piú alto
monte, drizzassemo una croce in segno de questa terra che era del re
di Spagna, e chiamassemo questo monte Monte de Cristo.
Partendone de qui, in 51 grado manco un terzo all'Antartico,
trovassemo uno fiume de acqua dolce nel quale le navi quasi [se]
perseno per li venti terribili; ma Dio e li Corpi Santi le aiutarono.
In questo fiume tardassemo circa due mesi per fornirne de acqua, legna
e pesce, longo uno brazzo e piú, con squame. Era molto buono, ma poco:
e innanzi [che] se partissemo de qui el capitano generale e tutti noi
se confessassemo e comunicassemo come veri cristiani.
Poi andando a 52 gradi al medesimo polo, trovassemo nel giorno delle
Undecimila vergine uno stretto, el capo del quale chiamammo Capo de le
undece mila Vergine, per grandissimo miracolo. Questo stretto è longo
cento e dieci leghe, che sono 440 miglia, e largo più o manco de mezza
lega, che va a riferire in un altro mare, chiamato mar Pacifico,
circondato da montagne altissime caricate de neve. Non [g]li potevamo
trovar fondo se non con lo proise in terra in 25 e 30 brazza. E se non
era el capitano generale non trovavamo questo stretto, perchè tutti
pensavamo e dicevamo come era serrato tutto intorno: ma il capitano
generale, che sapeva de dover fare la sua navigazione per uno stretto
molto ascoso, come vide ne la tesoreria del re di Portugal in una
carta fatta per quello eccellentissimo uomo Martin di Boemia, mandò
due navi, Santo Antonio e la Concezione, che così le chiamavano, a
vedere che era nel capo della baia.
Noi, con le altre due nave, la capitania, [che] se chiamava Trinidade,
l'altra la Victoria, stessemo ad aspettarle dentro ne la baia. La
notte ne sopravvenne una grande fortuna, che durò fino a l'altro
mezzogiorno, per il che ne fu forza levare l'ancore e lasciare andare
de qua e de là per la baia. A le altre due navi li era traversia e non
potevano cavalcare uno capo, che faceva la baia quasi in fine, per
venire a noi, sì che le era forza a dare in secco. Pur accostandose al
fine de la baia, pensando de essere persi, vitteno una bocca piccola,
che non pareva bocca, ma uno cantone, e come abbandonati se cacciarono
dentro, sì che per forza discoperseno el stretto; e vedendo che non
era cantone, ma uno stretto de terra, andarono piú innanzi e trovarono
una baia. Poi, andando più oltra, trovarono uno altro stretto e
un'altra baia più grande che le due prime. Molto allegri, subito
voltorno indietro per dirlo al capitano generale.
Noi pensavamo fossero perse, prima per la fortuna grande, l'altra
perchè erano passati dui giorni e non apparevano, e anco per certi
fumi che facevano dui de li sui mandati in terra per avvisarne. E così
stando sospesi, vedemmo venire [le] due navi con le vele piene e con
le bandiere spiegate verso di noi. Essendo così vicine, subito
scaricarono molte bombarde e gridi; poi tutti insieme, rengraziando
Iddio e la Vergine Maria, andassemo a cercare più innanzi.
Essendo entrati in questo stretto, trovassemo due bocche, una al
scirocco, l'altra al garbino. Il capitano generale mandò la nave Santo
Antonio insieme con la Concezione per vedere se quella bocca, che era
verso scirocco, aveva esito nel mare Pacifico. La nave Santo Antonio
non volle aspettare la Concezione, perchè voleva fuggire per ritornare
in Ispagna, come fece. Il piloto de questa nave se chiamava Stefan
Gomes, lo quale odiava molto lo capitan generale, perchè, innanzi
[che] si facesse questa armata, costui era andato da lo imperatore per
farse dare alcune caravelle per discovrire terra; ma per la venuta del
capitano generale sua magestà non le li dette. In questa nave era
l'altro gigante, che avevamo preso, ma, quando entrò nel caldo, morse.
La Concezione, per non poter seguire questa, la aspettava andando di
qua e di là. La Santo Antonio a la notte tornò indietro e se fuggì per
lo medesimo stretto. Nui eramo andati a descovrire l'altra bocca verso
el garbin. Trovando per ogni ora el medesimo stretto, arrivassemo a
uno fiume, che 'l chiamassemo fiume delle Sardine, perchè appresso de
questo ne erano molte: e così quivi tardassemo quattro giorni per
aspettare le [altre] due navi. In questi giorni mandassemo uno
battello ben fornito per descoprire el capo de l'altro mare. Venne in
termine di tre giorni e dissero como avevano veduto el capo e el mare
amplo.
El capitano generale lagrimò per allegrezza, e nominò quel capo
Deseado, perchè l'avevamo già gran tempo desiderato. Tornassemo
indietro per cercare le due navi e non trovassemo se non la
Concezione. E, domandandoli dove era l'altra, rispose Gioan Serrano,
che era capitano e pilota de questa e anco de quella che se perse, che
non sapeva e che mai non l'aveva veduta dappoi che ella entrò nella
bocca. La cercassemo per tutto lo stretto fin in quella bocca dov'ella
fuggitte. Il capitano generale mandò indietro la nave Victoria fino al
principio del stretto per vedere se ella era ivi, e, non trovandola,
mettesse una bandiera in cima de alcuno monticello con una lettera in
una pignattella, ficcata in terra presso la bandiera, acciò vedendola,
trovassero la lettera e sapessero lo viaggio che facevano: perchè così
era dato lo ordine fra noi, quando se smarrivano le navi una de
l'altra. Se mise due bandiere con le lettere, una a uno monticello ne
la prima baia, l'altra in una isoletta nella terza baia, dove erano
molti lovi marini e uccelli grandi.
Il capitano generale l'aspettò con l'altra nave appresso el fiume
Isleo; e fece mettere una croce in una isoletta circa de questo fiume,
el quale erra tra alte montagne caricate de neve e descende al mare
appresso el fiume de le Sardine. Se non trovavamo questo stretto, el
capitano generale aveva deliberato andare fino a 75 gradi al polo
antartico, dove in tale altura al tempo de la estate non ce è notte,
e, se glie n'è, è poca, e così nell'inverno giorno.
Acciò che vostra illustrissima signoria il creda, quando éramo in
questo stretto, le notte erano solamente de tre ore e era nel mese
d'ottobre. La terra di questo stretto a man manca era voltata al
scirocco e era bassa. Chiamassemo a questo stretto el stretto
patagonico, in lo qual se trova, ogni mezza lega, securissimi porti,
acque eccellentissime, legna se non di cedro, pesce, sardine,
missiglioni e appio, erba dolce, ma ce n'è anche di amare; nasce
attorno le fontane, del quale mangiassimo assai giorni per non aver
altro. Credo non sia al mondo el piú bello e miglior stretto, come è
questo. In questo mar Oceano se vede una molto dilettevole caccia de
pesci. Sono tre sorte de pesci longhi uno braccio e più, che se
chiamano doradi, albacore e boniti, li quali seguitano pesci che
volano, chiamati colondrini, longhi un palmo e più; e sono ottimi al
mangiare. Quando quelle tre sorte trovano alcuni di questi volanti,
subito li volanti saltano fora de l'acqua e volano, finchè hanno le
ale bagnate, più d'uno trar di balestra. Intanto che questi volano,
gli altri li corrono indietro, sott'acqua, a la sua ombra. Non sono
così presto cascati ne l'acqua, che subito li pigliano e mangiano:
cosa invero bellissima da vedere.
VOCABOLI DE LI GIGANTI PATAGONI
Al capo = her
All'occhio = other
Al naso = or
Alle ciglia = occhechel
Alle palpebre = sechechiel
A li busi del naso = oresche
A la bocca = xiam
A li labbri = schiahame
A li denti = phor
Alla lingua = schial
Al mento = sechen
A li peli = archiz
Al volto = cogechel
A la coppa = schialeschin
A la gola = ohumez
A le spalle = pelles
Al gomito = cotel
A la mano = chene
A la palma de la mano = caimeghin
Al dito = cori
A le orecchie = sane
Sotto al braccio = salischin
A la mammella = othen
Al petto = ochii
Al corpo = gechel
Al membro = sachet
A li testicoli = sacancos
A la natura delle donne = jsse
All'usar con esse = jo hoi
A le cosce = chiane
Al ginocchio = tepin
Al culo = schiaguen
A le culatte = hoij
Al brazzo = maz
Al polso = holion
A le gambe = coss
Al piede = thee
Al calcagno = tere
A la caviglia del piè = perchi
A la sola del piè = caotscheni
A le unghie = colim
Al core = thol
Al grattare = gechare
A l'uomo guercio = calischen
Al giovane = calemi
A l'acqua = holi
Al fuoco = ghialeme
Al fumo = giaiche
Al no = ehen
Al sì = rey
A l'oro = pelpeli
A le pietre azzurre = secheg
Al sole = calexcheni
Alle stelle = settere
Al mare = aro
Al vento = oni
A la fortuna = ohone
Al pesce = hoi
Al mangiare = mechuiere
A la scodella = elo
A la pignatta = aschanie
Al domandare = ghelbe
Vien qui = hai si
Al guardar = chonne
A l'andar = rey
Al combattere = oamaghce
A le frezze = sethe
Al cane = holl
Al lupo = ani
A l'andar longe = schien
A la guida = anti
A la neve = theu
Al correre = hiam
Al struzo uccello = hoihoi
A la polvere d'erba che mangiano = capac
A li sui = om jani
A l'odorare = os
Al pappagallo = cheche
A la gabiota uccella = cleo
Al misiglion = siameni
Al panno rosso = torechai
Al bonnet = aichel
Al colore negro = ninel
Al rosso = taiche
Al giallo = peperi
Al cucinare = yrocoles
A la cintura = cathechin
A l'oca = cache
Al diavolo grande = Setebos
A li piccoli = Cheleule
Tutti questi vocaboli si pronunciano in gorga, perchè così li
pronunziano loro.
Me disse questi vocaboli quel gigante, che avevamo nella nave, perchè
domandandome capac, cioè pane, che così chiamano quella radice che
usano loro per pane, e oli, cioè acqua, quando el me vide scrivere
questi nomi, domandandoli poi de li altri con la penna in mano, me
intendeva. Una volta feci la croce e la baciai, mostrandogliela.
Subito gridò Setebos, e facemi segno, se più facessi la croce, [che]
me intrerebbe nel corpo e farebbe crepare. Quando questo gigante stava
male, domandò la croce abbracciandola e baciandola molto. Se volle far
cristiano innanzi la sua morte. El chiamassemo Paolo. Questa gente
quando voleno far fuoco, fregano uno legno pontino con un altro, in
fine che fanno lo fuoco in una certa medolla d'arbore, che è fra
questi due legni.
Mercore a 28 de novembre 1520 ne disbucassemo da questo stretto
s'ingolfandone mar Pacifico. Stessemo tre mesi e venti giorni senza
pigliare refrigerio di sorta alcuna. Mangiavamo biscotto, non più
biscotto, ma polvere de quello con vermi a pugnate, perchè essi
avevano mangiato il buono: puzzava grandemente de orina de sorci, e
bevevamo acqua gialla già putrefatta per molti giorni, e mangiavamo
certe pelle de bove, che erano sopra l'antenna maggiore, acciò che
l'antenna non rompesse la sartia, durissime per il sole, pioggia e
vento. Le lasciavamo per quattro o cinque giorni nel mare, e poi se
metteva uno poco sopra le brace e così le mangiavamo, e ancora assai
volte segatura de asse. Li sorci se vendevano mezzo ducato lo uno e se
pur ne avessemo potuto avere. Ma sovra tutte le altre sciagure questa
era la peggiore: crescevano le gengive ad alcuni sopra li denti così
de sotto come de sovra, che per modo alcuno non potevano mangiare, e
così morivano per questa infermità. Morirono 19 uomini e il gigante
con uno Indio de la terra del Verzin. Venticinque o trenta uomini se
infirmarono, chi ne le braccia, ne le gambe o in altro loco, sicchè
pochi restarono sani. Per la grazia de Dio, io non ebbi alcuna
infermitade.
In questi tre mesi e venti giorni andassemo circa de quattro mila
leghe in uno golfo per questo mar Pacifico (in vero è bene pacifico,
perchè in questo tempo non avessimo fortuna) senza vedere terra
alcuna, se non due isolotte disabitate, nelle quali non trovassimo
altro se non uccelli e arbori; le chiamassemo Isole Infortunate.
Son lungi l'una dall'altra duecento leghe. Non trovavamo fondo
appresso de loro, se non vedevamo molti tiburoni. La prima isola sta
in 15 gradi di latitudine a l'australe, e l'altra in 9. Ogni giorno
facevamo cinquanta, sessanta e settanta leghe a la catena, o a poppa.
E se Iddio e la sua Madre benedetta non ne dava così buon tempo,
morivamo tutti de fame in questo mare grandissimo.
Quando fossimo usciti da questo stretto, se avessemo navigato sempre
al ponente, averessimo dato una volta al mondo senza trovare terra
niuna se non el capo de le XI mila Vergine, che è capo de questo
stretto al mar Oceano, levante ponente con lo capo Deseado del mare
Pacifico, li quali due capi stanno in 52 gradi di latitudine
puntualmente al polo Antartico.
Il polo Antartico non è così stellato come lo Artico. Se vede molte
stelle piccole, congregate insieme, che fanno in guisa de due nebule
poco separate l'una dall'altra e uno poco offusche, in mezzo delle
quale stanno due stelle molto grandi, nè molto relucenti e poco se
moveno. La calamita nostra, zavariando uno sempre, tirava al suo polo
Artico; niente de meno non aveva tanta forza come da la banda sua. E
però, quando èramo in questo golfo, il capitano generale domandò a
tutti li piloti, andando sempre a la vela, per qual cammino navigando
pontasseno su le carte. Risposero tutti: Per la sua via puntualmente
data: li rispose che pontavano falso, così come era, e che conveniva
aiutare la guglia del navigare, perchè non riceveva tanta forza dalla
parte sua. Quando èramo in questo golfo vedessimo una croce de cinque
stelle lucidissime, dritto al ponente e sono giustissime una con
l'altra.
In questi giorni navigassemo tra il ponente e il maestrale e a la
quarta del maestrale in verso ponente e al maestrale, finchè
giungessimo a la linea equinoziale, lungi dalla linea de la
ripartizione cento e vinti gradi. La linea de la ripartizione è 30
gradi lungi dal meridionale: el meridionale è 3 gradi al levante lungi
da Capo Verde. In questo cammino passassemo poco lungi da due isole
ricchissime, una in venti gradi di latitudine al polo Artico, che se
chiama Cipangu; l'altra in quindici gradi, chiamata Sumdit Pradit.
Passata la linea equinoziale, navigassero tra ponente e maestrale e
alla quarta del ponente verso il maestrale; poi duecento leghe al
ponente, mutando il viaggio a la quarta verso garbin fin in 13 gradi
al polo Artico per apropinquarse più a la terra del capo de Gaticara,
el qual capo, con pardon de li cosmografi perchè non lo visteno, non
si trova dove loro li pensavano, ma al settentrione in 12 gradi, poco
più, poco manco.
Circa de settanta leghe alla detta via, in dodeci gradi di latitudine
e 146 de longitudine a 6 de marzo discoprissemo una isola al maistrale
piccola e due altre al garbin. Una era più alta e più grande delle
altre due. Il capitano generale voleva fermarse nella grande per
pigliare qualche refrigerio; ma non potè, perchè la gente de questa
isola entravano ne le navi e rubavano chi una cosa, chi l'altra,
talmente che non potevamo guardarsi. Volevano calare le vele a ciò
andassimo in terra: ne roborono lo schifo che stava legato da poppa de
la nave capitana con grandissima prestezza. Per il che corrucciato il
capitano generale andò in terra con quaranta uomini armati e brusarono
da quaranta o cinquanta case con molti barchetti e ammazzarono sette
uomini, e riebbe lo schifo. Subito ne partissemo seguendo lo medesimo
cammino. Innanzi che dismontassemo in terra alcuni nostri infermi ne
pregorono, se ammazzavamo uomo o donna, li portassemo li interiori,
perchè subito sarebbeno sani.
Quando ferivamo alcuni di questi con li verrettoni, che li passavano
li fianchi da l'una banda all'altra, tiravano il verrettone mo' di
qua, mo' di là, guardandolo; poi lo tiravano fuora meravigliandosi
molto, e così morivano: e altri che erano feriti nel petto facevano il
simile. Ne mosseno a gran compassione. Costoro vedendone partire ne
seguitarono con più de cento barchetti più d'una lega: se accostavano
a le navi mostrandone pesce con simulazione de darnelo; ma traevano
sassi e poi fuggivano. Andando le navi con vele piene, passavano fra
loro e li battelli con quelli suoi barchetti molto destrissimi.
Vedessimo alcune femmine in li barchetti gridare e scapigliarsi, credo
per amore de li suoi morti.
Ognuno de questi vive secondo la sua volontà; non hanno signore: vanno
nudi, e alcuni barbati, con li capelli negri fino a la cinta
ingruppati. Portano cappelletti de palma come li Albanesi; sono grandi
come noi e ben disposti; non adorano niente; sono olivastri, ma
nascono bianchi: hanno li denti rossi e negri, perchè la reputano cosa
bellissima. Le femmine vanno nude; se non che dinnanzi a la sua natura
portano una scorza stretta, sottile come la carta, che nasce fra
l'albore e la scorza della palma; sono belle, delicate e bianche più
che li uomini, con li capelli sparsi e longhi, negrissimi, fino in
terra. Queste non lavorano, ma stanno in casa tessendo store, casse de
palma e altre cose necessarie a casa sua. Mangiano cocchi, batate,
uccelli, fichi longhi uno palmo, canne dolci e pesci volatori con
altre cose. Se ungono il corpo e li capelli con olio de cocco e di
giongioli; le sue case sono tutte fatte di legno, coperte di tavole
con foglie di figàro, de sopra lunghe due braccia, con solari e con
fenestre; le camere e li letti tutti forniti di store bellissime de
palma. Dormono sovra paglia molto molle e minuta. Non hanno arme, se
non certe aste con un osso pontino de pesce ne la cima.
Questa gente è povera, ma ingegnosa e molto ladra: per questa
chiamassemo queste tre isole le isole de li ladroni. El suo spasso è
andare con le donne per mare con quelle sue barchette. Sono come le
fucelere, ma più strette; alcune negre, bianche, e altre rosse. Hanno
da l'altra parte della vela un legno grosso, pontino ne le cime, con
pali attraversati, che il sostentano ne l'acqua per andare più securi
alla vela. La vela è di foglie de palma cucite insieme e fatta a modo
della latina. Per timone hanno certe pale, come da forno, con un legno
in cima: fanno della poppa prora e de la prora poppa; e sono come
delfini nel saltar a l'acqua de onda in onda. Questi ladroni
pensavano, a li segni che facevano, [che] non fossero altri uomini al
mondo, se non loro.
Sabato, a 16 de marzo 1521, dessemo, ne l'aurora, sovra una terra
alta, lungi trecento leghe dalle isole de li Ladroni, la qual è isola
e se chiama Zamal. El capitano generale nel giorno seguente volse
dismontare in un'altra isola desabitata, per essere più sicuro che era
di dietro de questa, per pigliare acqua e qualche diporto. Fece fare
due tende in terra per li infermi e fece li ammazzare una porca. Luni
a 18 di marzo vedessemo da poi disnare venire verso di noi una barca
con nove uomini, per il che lo capitano generale comandò che niuno si
movesse, nè dicesse parola alcuna senza sua licenza. Quando arrivorono
questi in terra, subito lo suo principale andò dal capitano generale,
mostrandose allegro per la nostra venuta. Restarono cinque de questi
più ornati con noi; li altri andorono a levare alcuni altri, che
pescavano; e così venirono tutti.
Vedendo lo capitano generale che questi erano uomini con ragione, li
fece dare da mangiare e li donò bonetti rossi, specchi, pettini,
sonagli, avorio, boccasini e altre cose. Quando visteno la cortesia
del capitano, li presentorono pesci, uno vaso de vino de palma, che lo
chiamavano vraca, fichi più lunghi d'un palmo e altri più piccoli, più
saporiti, e due cocchi. Allora non avevano altro. Ne fecero segni con
la mano che in fino a quattro giorni portarebbero umany, che è riso,
cocchi e molta altra vittuaglia.
I cocchi sono frutti de la palma. Così come noi avemo il pane, il
vino, l'olio e l'aceto, così hanno questi popoli ogni cosa da questi
arbori. Hanno el vino in questo modo: forano la ditta palma in cima
nel coresino, detto palmito, dal quale stilla uno liquore, come è [il]
mosto, bianco, dolce, ma un poco bruschetto, in canne grosse come la
gamba e più: le attaccano a l'arbore la sera per la mattina e la
mattina per la sera. Questa palma fa uno frutto, il quale è lo cocco.
Questo cocco è grande come il capo, e più e meno. La sua prima scorza
è verde e grossa più di dui diti, ne la quale trovano certi filetti,
che fanno le corde che legano le sue barche. Sotto di questa ne è una
dura e molto più grossa di quella de la noce. Questa la brusano e
fanno polvere buona per loro. Sotto di questa è una medolla bianca,
grossa come un dito, la qual mangiano fresca con la carne e il pesce,
come noi lo pane, e di quel sapore che è la mandorla. Chi la seccasse,
se farebbe pane. In mezzo de questa medolla è una acqua chiara, dolce
e molto cordiale; e quando questa acqua sta un poco accolta, se
congela e diventa como uno pomo. Quando voleno fare olio, pigliano
questo cocco e lassano putrefare quella medolla con l'acqua e poi
fanno bollire e viene olio come butirro. Se può fare anche latte, come
noi facevamo. Grattavamo questa medolla, poi la mischiavamo con
l'acqua sua medesima strucandola in uno panno, e così era latte como
di capra. Queste palme sono como palme de li datteri, ma non così
nodose, se non lisce. Una famiglia di X persone, con due di queste se
mantengono fruendo 5 otto giorni l'una e otto giorni l'altra per lo
vino: se altramente facessono, se seccherebbeno: e durano cento anni.
Grande familiaritade pigliarono con nui questi popoli. Ne dissero
molte cose come le chiamavano e li nomi de alcune isole, che se
vedevano de qui. La sua se chiama Zuluan, la quale non è troppo
grande. Pigliassemo gran piacere con questi, perchè erano assai
piacevoli e conversabili. Il capitano generale, per farli più onore,
li menò a la sua nave e li mostrò tutta la sua mercadanzia, garofoli,
cannella, pevere, noce moscada, macia, oro e tutte le cose che erano
nella nave; fece descaricare alcune bombarde. Ebbero gran paura e
volsero saltar fuora de la nave. Ne fecero segni quelli dove noi
andavamo nascessevano le cose suddette. Quando si volsero partire,
pigliarono licenza con molta grazia e gentilezza, dicendo che
tornarebbeno secondo la sua promessa. La isola dove éramo se chiama
Humunu; ma noi, per trovarli due fontane de acqua chiarissima, la
chiamassemo l'Acquata de li buoni segnali, perchè fu il primo segno de
oro che trovassemo in questa parte. Qui si trova gran quantitade de
coralli bianchi e arbori grandi, che fanno frutti poco minori de la
mandorla e sono come li pignoli; e anco molte palme, alcune buone e
alcune altre cattive. In questo loco sono molte isole; per il che lo
chiamassemo l'arcipelago de San Lazzaro, descovrendolo ne la sua
Domenica; il quale sta in X gradi di latitudine al polo Artico e
centosessantauno di longitudine della linea de la ripartizione.
Venere a 22 di marzo venirono in mezzodì quelli uomini, secondo ne
avevano promesso, in due barche con cocchi, naranzi dolci, uno vaso de
vino de palma, e uno gallo per dimostrare che in queste parti erano
galline. Se mostrarono molto allegri verso de noi; comprassemo tutte
quelle cose. Il suo signor era vecchio e depinto; portava due schione
de oro a le orecchie, li altri molte maniglie de oro a li brazzi, con
fazoli intorno al capo. Stessemo quivi otto giorni, ne li quali el
nostro capitano andava ogni dì in terra a visitare li infirmi; e ogni
mattina li dava con le sue mani acqua del cocco, che molto li
confortava.
De dietro de questa isola stanno uomini che hanno tanto grandi li
picchetti de le orecchie, che portano li bracci ficcati in loro.
Questi popoli sono Cafri, cioè Gentili, vanno nudi con tele de scorza
d'arbore intorno le sue vergogne; se non alcuni principali, con tele
de bambaso lavorate ne li capi con seta a guchia. Sono olivastri,
grassi, depinti, e se ongeno con olio de cocco e de giongioli per lo
sole e per il vento. Hanno li capelli negrissimi, fino a la cinta, e
hanno daghe, coltelli, lance de oro, targoni, fiocine, arponi e reti
per pescare come rezzali. Le sue barche sono come le nostre.
Nel luni santo, a venticinque de marzo, giorno de la Nostra Donna,
passato mezzodì, essendo di ora in ora per levarsi, andai a bordo
della nave per pescare, e, mettendo li piedi sopra una antenna per
discendere ne la mesà di guarnigione, me slizegarono li piedi perchè
era piovesto, e così cascai nel mare che niuno me vide. E essendo
quasi sommerso, me venne ne la mano sinistra la scotta de la vela
maggiore, che era ascosa ne l'acqua: me tenni forte e comensai a
gridare, tanto che fui aiutato con lo battello. Non credo già [che]
per miei meriti, ma per la misericordia di quella fonte di pietà,
fossi aiutato. Nel medesimo giorno pigliassemo tra il ponente e garbin
infra quattro isole: Cenalo, Hiunanghan, Ibusson e Abarien.
Iove, a ventiotto de marzo, per aver visto la notte passata fuoco in
una isola, ne la mattina sorgessimo appresso de questa: vedessemo una
barca piccola che la chiamano boloto, con otto uomini de dentro
appropinquarse ne la nave capitanea. Uno schiavo del capitano
generale, che era de Zamatra, già chiamata Traprobona, li parlò, il
quale subito intesono: vennero nel bordo della nave, non volendo
intrare dentro, ma stavano uno poco discosti. Vedendo el capitano che
non volevano fidarse de noi, li buttò un bonnet rosso e altre cose
ligate sopra un pezzo de tavola. La pigliarono molto allegri e subito
se partirono per avvisare il suo re. Da lì circa due ore vedessimo
vegnire due balangai (che sono barche grandi e così le chiamano) pieni
di uomini: nel maggiore era lo suo re sedendo sotto uno coperto de
store.
Quando el giunse sotto la capitana, el schiavo li parlò; il re lo
intese, perchè in questa parte li re sanno più linguaggi che li altri:
comandò che alcuni suoi intrasseno ne la nave. Lui sempre stette nel
suo balangai poco longe de la nave, finchè li suoi tornarono e, subito
tornati, se partì. Il capitano generale fece grande onore a quelli,
che venirono ne la nave; e donolli alcune cose, per il che il re,
innanzi la sua partita, volle donare al capitano una barra de oro
grande e una sporta piena de gengero; ma lui, ringraziando molto, non
volse accettarle. Nel tardi andassemo con la nave appresso la
abitazione del re.
Il giorno seguente, che era il Venerdì Santo, il capitano generale
mandò lo schiavo, che era lo interprete nostro, in terra in uno
battello a dire al re, se aveva alcuna cosa da mangiare, la facesse
portare in nave, che resteriano bene satisfatti da noi, e come amici e
non come nemici eramo venuti a la sua isola. El re venne con sei,
ovvero otto uomini, nel medesimo battello ed entrò ne la nave,
abbracciandosi col capitano generale e donògli tre vasi di porcellana
coperti de foglie, pieni di riso crudo e due orate molto grandi con
altre cose. El capitano dette al re una veste de panno rosso e giallo
fatta a la turchesca e uno bonnet rosso fino: a li altri sui, a chi
coltelli e a chi specchi. Poi li fece dare da colazione e, per il
schiavo, li fece dire che voleva essere con lui casi casi, cioè
fratello: rispose che così voleva essere verso de lui. Da poi lo
capitano gli mostrò panno de diversi colori, tela, coralli e molta
mercanzia e tutta l'artigliaria, facendola descargare.
Alcuni molto se spaventorno; poi fece armare uno uomo con un uomo
d'arme e li messe attorno tre con spade e pugnali, che li davano per
tutto el corpo; per la qual cosa el re restò quasi fora di sè. Li
disse per il schiavo che uno de questi armati valeva per cento de li
suoi: rispose che era così e che in ogni nave ne menava duecento, che
se armavano de quella sorte. Li mostrò corazzine, spade e rotelle e
fece fare a uno una levata. Poi lo condusse sopra la tolda della nave,
che è in cima de la poppa e fece portare la sua carta da navigare e la
bussola e li disse per l'interprete como trovò lo stretto per venire a
lui e quante lune sono stati senza vedere terra. Se meravigliò: in
ultimo li disse che voleva, se li piacesse, mandare seco due uomini,
acciò li mostrasse alcune de le sue cose. Respose che era contento. Io
ce andai con un altro.
Quando fui in terra, il re levò le mani al cielo e poi se volse contro
noi dui; facessemo lo simile verso de lui; così tutti li altri fecero.
Il re me pigliò per la mano; uno suo principale pigliò l'altro
compagno, e così ne menarono sotto un coperto de canne, dove era uno
balangai longo ottanta palmi de li miei, simile a una fusta. Ne
sedessimo sopra la poppa de questo, sempre parlando con segni. Li suoi
ne stavano in piedi attorno attorno con spade, daghe, lance e targoni.
Fece portare uno piatto de carne de porco con uno vaso grande pieno de
vino. Bevevamo ad ogni boccone una tazza de vino: lo vino che li
avanzava qualche volta, benchè fosseno poche, se metteva in uno vaso
da per sè. La sua tazza sempre stava coperta; ninguno altro lì beveva
se non il re e io. Innanzi che il re pigliasse la tazza per bere,
alzava le mani giunte al cielo e verso de noi, e quando voleva bere,
estendeva lo pugno de la mano sinistra verso di me (prima pensava me
volesse dare un pugno) e poi beveva; faceva cosí io verso il re.
Questi segni fanno tutti l'uno verso de l'altro, quando beveno. Con
queste cerimonie e altri segni de amicizia merendassemo.
Mangiai nel Venere Santo carne, per non potere fare altro. Innanzi che
venisse l'ora de cenare, donai molte cose al re, che avevo portate:
scrissi assai cose come le chiamavano. Quando lo re e li altri me
visteno scrivere e li diceva quelle sue parole, tutti restorono
attoniti. In questo mezzo venne l'ora de cenare. Portorono due piatti
grandi de porcellana, uno pieno de riso e l'altro de carne de porco
con suo brodo. Cenassimo con li medesimi segni e cerimonie; poi
andassimo al palazzo del re, el quale era fatto come una teza de
fieno, coperto de foglie de figàro e de palma. Era edificato sovra
legni grossi, alti de terra, che 'l se conviene andare con scale. Ne
fece sedere sopra una stora de canne, tenendo le gambe attratte come
li sarti. De lì a mezza ora fu portato uno piatto de pesce brustolato
in pezzi e zenzero, per allora colto, e vino.
El figliuolo maggiore del re, ch'era il principe, venne dove èramo: il
re li disse che sedesse appresso noi, e così sedette. Fu portato due
piatti, uno de pesce con lo suo brodo, e l'altro de riso, a ciò che
mangiassemo col principe. Il nostro compagno per tanto bere e tanto
mangiare diventò briaco. Usano per lume gomma de arbore, che la
chiamano anime, voltata in foglie de palma e de figàro.
El re ne fece segno che 'l voleva andare a dormire; lassò con nui lo
principe, con quale dormissemo sopra una stora de canne con cuscini de
foglie. Venuto lo giorno, el re venne e me pigliò per la mano: così
andassemo dove avevamo cenato per far colazione, ma il battello ne
venne a levare. Innanzi la partita, el re molto allegro ne basò le
mani e noi le sue; venne con noi uno suo fratello, re d'un'altra
isola, con 3 uomini; lo capitano generale lo ritenette a disnare con
noi e donògli molte cose.
Nella isola de questo re, che condussi a le navi, se trova pezzi de
oro, grandi come noci e uovi, crivellando la terra. Tutti li vasi de
questo re sono de oro e anche alcuna parte de la casa sua. Così ne
riferitte lo medesimo re. Secondo lo suo costume, era molto in ordine
e lo più bello uomo, che vedessimo tra questi popoli. Aveva li capelli
negrissimi fino a le spalle, con un velo de seta sopra lo capo, e due
schione grande de oro taccate a le orecchie; portava uno panno de
bombaso tutto lavorato de seta, che copriva da la cinta fino al
ginocchio. Al lato una daga con lo manico alquanto longo, tutto de
oro; il fodero era de legno lavorato: in ogni dente aveva tre macchie
d'oro, che pareva fosseno legati con oro: oleva de storac e belgiovì;
era olivastro e tutto depinto. Questa sua isola se chiama Butuan e
Calagan. Quando questi re se vòleno vedere, vèneno tutti due a la
caccia in quest'isola, dove èramo; el re primo se chiama Colambu, il
secondo raià Siain.
Domenica, ultimo de marzo, giorno de Pasqua, ne la mattina per tempo
el capitano generale mandò il prete con alquanti a apparecchiare per
dovere dire messa, con lo interprete a dire che non volevamo
discendere in terra per desinar seco, ma per aldire messa, per il che
lo re ne mandò dui porchi morti. Quando fu ora de messa, andassemo in
terra forse cinquanta uomini, non armati la persona, ma con le altre
nostre arme, e meglio vestiti che potessemo. Innanzi che arrivassemo a
la riva con li battelli, furono scaricati sei pezzi de bombarde in
segno de pace. Saltassemo in terra: li due re si abbrazzarono lo
capitano generale e lo mèsseno in mezzo de loro: andassemo in
ordinanza fino al logo consacrato, non molto lungi dalla riva. Innanzi
[che] se cominciasse la messa, il capitano bagnò tutto il corpo de li
due re con acqua moscata. Se offerse a la messa: li re andarono a
baciare la croce come noi, ma non offerseno.
Quando se levava lo corpo de Nostro Signore, stavano in genocchioni e
adoravanlo con le mani gionte. Le navi tirarono tutta la artiglieria
in un tempo, quando se levò il corpo de Cristo, dandogli lo segno da
la terra con li schioppetti. Finita la messa, alquanti de li nostri se
comunicarono. Lo capitano generale fece fare uno ballo con le spade,
de che li re ebbeno gran piacere; poi fece portare una croce con li
chiodi e la corona, a la qual subito fecero reverenzia. Li disse per
lo interprete come questa era il vessillo datogli da lo imperatore suo
signo
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