Giuseppe Gioacchino Belli
(Roma 1791 - 1863)
Poeta dialettale romanesco. Compose 2279 sonetti satirici,
polemici contro il governo di Roma e contro la religione,
osservati dal punto di vista della plebe, con pessimismo e
fatalismo. Derivati da una osservazione impietosa della
realtà, fanno ascrivere l'opera al realismo romantico.
Poesie
Le poesie del Belli provengono dalle seguenti raccolte:
Versi (1839), Versi inediti (1843), I sonetti romaneschi
(1865-1866): solo questi ultimi gli hanno dato celebrità e
fama tanto da farlo considerare "l'unico grande poeta
romano". L'ultimo sonetto romanesco fu scritto nel 1849. La
produzione belliana in vernacolo comprende 2143 sonetti più
altri 121, successivamente scoperti da Pio Spezi (e
considerati fra i più audaci), tutti pubblicati a cura di G.
Vigolo nel 1952.
Con questi duemila e più sonetti, Belli ci offre un quadro
quasi epico della plebe romana: è la vita della plebe nelle
sue manifestazioni quotidiane (affetti, crucci, bisogni,
odi, miserie, contrasti, pregiudizi, superstizioni) nel
grande scenario della Roma papale del suo tempo, vista con
spirito antipapale. E' veramente l'epopea della plebe
romana, non già come "chiusa irrimediabilmente in un cerchio
di incultura, accecata dallo stomaco vuoto e incapace di
superare le angustie del proprio linguaggio", ma come una
"realtà umana nella sua ricchezza e complessità, dove
spiccano le più strane contraddizioni"; la convinzione che
questo popolo, nonostante tutto, sia detentore di una parte
di "lumi" fa di Belli un uomo non solo moderno e
storicamente consapevole del suo tempo, ma un poeta convinto
della necessità di cacciarsi dentro un idiotismo continuo
per sollecitare fin nel dialetto le potenziali forze di
espressione liberatrice "e far dire a ciascun popolano
quanto sa, quanto pensa e quanto opera" (C. Muscetta). E'
difficile pertanto isolare i momenti lirici di Belli, perchè
egli non ha inteso satireggiare, ma ritrarre la plebe quando
satireggia e quando accarezza, quando bestemmia e quando
discorre: plebe ignorante, ma arguta: "Se prevale il
dialogo, ciò è dovuto alla fedeltà della descrizione, se
prevale l'epigramma o il sarcasmo, ciò risponde al carattere
dei popolani dei vari rioni di Roma, inclini al sarcasmo e
all'epigramma: duemila quadretti da leggere come capita da
principio, a mezzo, in fine" (Fusco). "Il mio è un volume -
dice Belli nella sua introduzione - da prendersi e
lasciarsi, come si fa de' sollazzi, senza bisogno di
progressivo riordinamento di idee. Ogni pagina è il
principio del libro: ogni pagina è il fine".
Sono rimasti famosi alcuni sonetti, come Er giorno der
giudizzio: "Quattro angioloni co le tromme in bocca / se
metteranno uno per cantone / a sonà: poi co tanto de vocione
/ cominceranno a di': Fora a chi tocca. / Allora vierà su
una filastrocca / de schertri da la terra a pecorone, / pe'
ripij figura de perzone, / come purcini attorno de la
biocca. / E sta biocca sarà Dio benedetto, / che ne farà du'
parte, bianca e nera: / una pe anna' in cantina, una sur
tetto. / All'urtimo uscirà 'na sonàjera / d'angioli, e, come
si s'annassi a letto, smorzeranno li lumi, e bona sera" (25
nov. 1831); secondo il Fusco, "sarebbe un errore
d'interpretazione, vedere il sarcasmo nelle immagini della
chioccia, della cantina, del tetto, della sonagliera degli
angioli e dello spegnersi dei lumi". Un quadretto
indimenticabile e di naturismo popolare si trova in La bona
famija: "Mi' nonna a un'or de notte che vie' tata / se' leva
da fila', povera vecchia, / attizza un carboncello,
ciapparecchia, / e magnamo du' fronne d'inzalata. / Quarche
vorta se fnno una frittata, / che si le metti ar lume ce se
specchia / come fussi a traverzo d'un'orecchia: / quattro
noce, e la cena è terminata. / Poi ner mentre ch'io, tata e
Crementina / seguitamo un par d'ora de sgoccetto, / lei
sparecchia e arissetta la cucina. / E appena visto er fonno
ar bucaletto, / 'na pisciatina, 'na sarvereggina, / e, in
zanta pace, ce n'annamo a letto" (28 nov. 1831): è una scena
di potente intensità, che solo il dialetto sa rendere così
forte e vivace. La vita dell'omo è un sonetto a sfondo
pessimistico: "Nove mesi a la puzza: poi in fasciola / tra
sbaciucchi, lattime e lagrimoni: / poi per laccio, in ner
crino, e in vesticciola, / cor torcolo e l'inbraghe per
carzoni. / Poi comincia er tormento de la scola, / l'abbecì,
le frustate, li geloni, / la rosolia, la cacca a la sediola,
/ e un po' de scarlattina e vormijoni / Poi viè l'arte, er
diggiuno, la fatica, / la piggione, le carcere, er governo,
/ lo spedale, li debbiti, la fica, / er zol d'istate, la
neve d'inverno ... / E pur urtimo, Iddio ce' benedica, / viè
la morte, e finisce co l'inferno" (18 gennaio 1833): è un
sonetto che fa pensare a certi versi di Iacopone da Todi.
Sonetto lirico è Er tempo bono: "Ah, nun è gnente: è un
nuvolo che passa. / Eppoi nun zenti che nun scotta er zole?
/ Eppoi, come a me er callo nun me dole / nun piove certo.
Ah, è una giornata grassa. / Mentre portavo a casa le
braciole, / c'era una nebbia in celo bassa bassa ... / Lo
sai, la nebbia come trova lassa: / nun pole piove, via,
proprio nun pole. / Lo capimo da noi, sora gialloffia, / che
quanno è tempo rosso a la calata, / ne la matina appresso o
piove o soffia. / Io nun vedde però ne la serata / le stelle
fitte: dunque, ar più, bazzoffia / pol'èsse oggi, ma no'
brutta giornata" (2 novembre 1833): i versi qui sono
spontanei, senza una parola forzata. Eppure il Belli, che
qualcuno definisce più descrittivo, che psicologo, ha la
capacità di rappresentare cose e sentimenti secondo il buon
senso e la piccola malignità popolaresca: ecco un sonetto
(Le donne a messa) che è lo specchio del popolino e del
clero romano nei primi decenni dell'Ottocento, quando lo
Stato pontificio andava decadendo: " - Sposa, è bona la
messa? - E' bona, è bona. / - Be' mettèmose qua, sora Teresa
... / - No Tota; io vado via, che già l'ho intesa. / - Be'
lassateme dunque la corona. / Sposa, fteme sito. - Io me so'
presa / sto cantoncello pe la mi perzona. / - Dico fateve in
là, sora minchiona: / che! sete la padrona de la chiesa? / -
E in che danno ste spinte? - Jo vojo er loco / pe senti
messa. - Annàtevelo a trovà. / - Presto, o mommo', ve fo
vede' un ber gioco. / - Oh guardate che bell'impertinenza! /
Se sta in casa de Dio e manco giova. / Tutti vonno campa' de
propotenza". Altro sonetto di ispirazione seria è La madre
poverella: vi è la constatazione della solitudine e
dell'abbandono, in cui vivrà chi è povero: "Fija, nun ce'
sperà: fatte capace / che qua li ricchi so' tutti un riduno;
/ e un goccio d'acqua nun lo dà gnisuno, / si tu vedessi
immezzo a una fornace. / Tu bussa a li palazzi a uno a uno;
/ ma poi bussa' quanto te pare e piace: / tutti: Iddio ve
provedi: annate in pace. / Eh! panza piena nun crede ar
diggiuno. / Fdete, fija: io parlo per sperienza. / Ricchezza
e carità so' du' perzone / che nun potranno mai fa
conoscenza. / Se chiede er pane, e se trova er bastone!
Offerimolo a Dio: chè la pacenza / è un conforto che dà la
riliggione" (18 febbraio 1833). Er letto è un canto in cui
si esalta il riposare e il dormire: "Oh benedetto chi ha
inventato er letto! / Ar monno nun ze dà più bella cosa. /
Eppoi, ditelo voi che sete sposa; / Sia mille e mille vorte
benedetto! / Lì tra un re de corona e un poveretto / nun c'è
più regola. Er letto è una rosa / che chi nun ce s'addorme
s'ariposa, e sente tutto arislargasse er petto". Impetuoso
poi esplode l'affetto per il cane (Er cane), bestia fedele e
intelligente: "Er cane? a me chi m'ammazzassi er cane / è
mejo che m'ammazzi mi fratello. / E te dico ch'un cane come
quello / nun l'aritrovi a sono de campane. / Bisogna vede
come magna er pane: / bisogna vede come poverello, / me va a
trova' la scatola e 'r cappello, / e fa quer che noi fmo con
le mane. / Ciaveressi da èsse quann'io torno: / ... inzomma
via j'amanca la parola". Talvolta, come in Er Tumurto, è lo
stesso poeta che si trasforma nell'uomo del popolo e
osserva: "Ch'è stato? uh quanta gente! e ch'è successo? /
Guarda, guarda che folla ar Conzolato! / Volèmo dì che c'è
quarch'ammazzato? / No', sarà un ladro co li sbirri
appresso. / Po' èsse forzi che se sii incenniato ... / Ma
nun ze vede fume. O sii 'n ossesso? / Ah, nemmanco, pe' via
ch'ar temp'istesso / tutti guarden in zù. Dunque ch'è stato?
/ S'arivorteno mo' tutti a man destra ... / vedi, arzeno le
mane. Oh! fussi un matto / che se voij buttà da la finestra!
/ Rideno! ... Oh cristo! jè venghi la rabbia! / Nu lo vedi
ch'ede'? Tutto er gran fatto / è un canario scappato da 'na
gabbia". La bellezza, si sa, ha sempre avuto fortuna nel
mondo, perciò bisogna cantarla (La bellezza): "Che gran dono
de Dio ch'è la bellezza! / Sopra de li quadrini hai da
tenella: / per via che la ricchezza nun dà quella / e co
quella s'acquista la ricchezza. / ... Dio stesso, ch'è un
pozzo de saviezza, / la madre che pijo' la vorze bella. / La
bellezza nun trova porte chiuse: / tutti je fanno l'occhi
dorci...". Ma la bellezza delle bellezze è la serva nuova
del curato (La bellezza de le bellezze): "Ce ponn'esse in
ner monno donne belle, / ma un pezzetto de carne
apprilibbato / come la serva nuova der curato / nun ze
trova, perdio, drent'a le stelle. / Nun te dico er colore de
la pelle / più tòsta assai d'un tamburro accordato: / nun te
parlo de chiappe e de senato / che t'appicceno er foco a le
budelle...". Drammaticissimo è il sonetto La nottata de
spavento in cui, parlando solo la donna, si profila una
scena di vendetta, di lotta e di resistenza; la strofa
finale è di uno straordinario effetto: "Come! Aritorni via?
/ Cusì infuriato?! Tu quarche cosa te va p'er cervello. / Oh
Dio! che ciài li sotto? ch'edè quello? / Vergine santa mia!
tu te se' armato. / Ah, Pippo, nun lassamme in questo stato:
/ Pippo, pe carità, Pippo mio bello, / posa quell'arma,
damme quer cortello / pe l'amor de Gesù Sagramentato. / Tu
non eschi de qua: no', nun zo' Tuta, / s'eschi. Ammazzeme
puro, famme in tocchi, / ma nun te fo' annà via: so'
arisoluta. / Nun vole' che sto povero angeletto, / che dorme
accus caro, a l'uprì l'occhi / nun ritrovi più er padre
accant'ar letto". Con tocchi pittoreschi è rappresentato il
funerale di papa Leone XII: "Jerzera er Papa morto c'è
passato / prop'avanti, ar cantone de Pasquino. / Tritticanno
la testa sur cuscino / pareva un angeletto appennicato. /
Vienivano le tromme cor zordino, / poi li tammurri a
tammurro scordato: / poi le mule cor letto a bardacchino / e
le chiave e 'r trerregno der papato. / Preti, frati, cannoni
de strapazzo / palefregneri co le torce accese, / eppoi ste
guardie nobbile der cazzo. / Cominciorno a intoccà tutte le
chiese / appena uscito er morto da Palazzo. / Che gran belle
funzioni a sto paese!" (Er mortorio de Leone
duedecimosiconno). Il Belli descrive anche le esequie di
Leone XII in San Pietro: "Prima, a Palazzo, tanti frati neri
/ la notte e 'r giorno a barbottà orazzione! / Pe Roma, quer
mortorio buggiarone! / Qua, tante torce e tanti cannejeri! /
Messe su, messe giù, benedizzione, / bòtti, diasille,
prediche, incenzieri / sonetti ar catafarco, arme,
braghieri, / e sempre cardinali in pricissione! / Come si er
Papa che quaggiù è Vicario / de Crist'in terra, possi f
peccati, / e annà a l'inferno lui quant'un zicario! / Li
papi so' tre vorte acconzagrati: / e si Cristo ciannò,
ciannò pe svario / a fà addannà li poveri dannati" (Le
sequie de Leone XII a San Pietro). Sembrano tutti sonetti
slegati, ma lo sono solo in apparenza: in realtà essi
"costituiscono una delle opere più unitarie della nostra
letteratura: sono la pittura delle classi dominanti fatta
dallo squallido osservatorio del povero; e sempre dietro le
sale prelatizie e nobiliari traspare la stanzuccia del
popolano. Splendore e miseria vi sono continuamente
complementari; ... in quegli interni dalle tinte sbattute,
in quei poveri particolari disseminati nel quadro da una
mano potente, in quei mendicanti, mezzani, donne svergognate
che parlano senza infingimenti e senza eufemismi, in
quell'oggettività da grande realista c'è tanta umanità e
tanta poesia quanta non ce ne sarà nella letteratura
umanitaria di qualche decennio dopo" (A. Momigliano).