BHAGAVADGITA

Poema della letteratura indiana in lingua sanscrita



Bhagavadgita ( ll canto del Beato)

Il celebre poema mistico-filosofico, noto con il titolo ll canto del Beato, fa parte del VI libro del Mahabharata. E' una specie di libro capitale della cultura indiana e del misticismo indiano. Arjuna è angosciato, prima della battaglia contro i Kuruidi (nel Mahabharata la trama di fondo è la lotta tra due famiglie imparentate, i Panduidi e i Kuruidi). Ma il dio Krishna, che è incarnato nell'auriga di Arjuna, gli parla per confortarlo ed esortarlo a compiere il suo dovere di combattente. Krishna (altri non è che il dio Vishnu) osserva ad Arjuna che i corpi sono mortali ma le anime immortali. E il saggio deve sapersi concentrare, compiere il suo dovere con indifferenza per le cose esterne: nello yoga si "unisce" (yoga vuol dire appunto "unione") con la divinità, e questo si realizza mediante l'amore verso il Dio, l'Unico, l'Essere Supremo verso il quale ogni uomo deve tendere, per liberarsi dal karma, dal ciclo delle esistenze. Nel libro sono fuse diverse concezioni religiose, meno recenti e più recenti, da quelle dualiste a quelle panteiste, con una chiara influenza della concezione visnuita dell'amore, dell'unione fra l'uomo e Dio. Lo yoga, secondo la concezione dell'autore del canto, consiste nell'essere indifferenti ai risultati dell'azione: non agire è impossibile e inutile, bisogna dunque agire secondo il dovere (non per il fine), senza odio e senza affetto.

Ottenuta la conoscenza, occorre contemplare, e grazie allo yoga, raggiungere la calma perfetta dell'anima: lo stadio in cui in sè si contempla il Tutto e nel Tutto si scorge il Sè, in cui Krishna si identifica con il Tutto e quindi anche con il Sè (l'atman). Il poema è artisticamente molto bello: alcune immagini (come quelle dei guerrieri inghiottiti dalla Morte e dal Tempo) sono profonde e sconvolgenti, così come sono di una perfetta bellezza e di uno struggente sentimento le preghiere e le lodi a Krishna, le lodi con cui Arjuna esprime la sua gratitudine al dio che ha sgombrato la sua mente dall'oscurità del non sapere.

Esitazione e angoscia di Arjuna
Arjuna, prima dell'inizio della battaglia, è preso da una tormentosa angoscia: la sua angoscia non è solo dovuta all'imminente, sanguinosa battaglia, durante la quale i parenti si uccideranno, ma assume anche un valore simbolico. Il campo di battaglia è il mondo, e il mondo è il campo di battaglia: e ogni uomo deve combattere la sua battaglia, ogni giorno ogni ora per attuare il dovere, il dharma e, attraverso il dolore, ascendere al cielo. È questo il primo capitolo della Bhagavadgita (Canto del Beato). Ad Arjuna risponderà, nei capitoli successivi, Krishna.

Allora il Panduide che aveva per insegna la scimmia Hanuman (e cioè Arjuna) dopo che ebbe visto i figli di

Dhrtarastra disposti in ordine di battaglia, e avendo inizio lo scontro delle armi, alzando l'arco o Signore della Terra, questo discorso rivolse a Hrishikesa (Krishna):

«O Krishna, fa' che il mio carro si trovi a stare fra i due eserciti;

in modo che io osservi gli uomini che qui si ergono desiderosi di battaglia,

e che devono combattere con me nell'agone di questa battaglia;

in modo che io possa guardare costoro che sono desiderosi di combattere, e che sono qui raccolti, pronti a compiere in battaglia il volere del figlio di Dhrtarastra dall'animo perverso».

Così, o Bharata [Dhrtarastra], essendo stata rivolta la parola da Arjuna, Krishna avendo arrestato fra i due eserciti il migliore dei carri,

di fronte a Bhisma, Drona e a tutti quei signori di terre, disse: «Considera, o Arjuna, questi Kuru raccolti [in questo luogo]».

Allora Arjuna vide che stavano là padri e nonni, maestri, zii, fratelli, figli, nipoti e compagni anche,

ed anche suoceri e amici nell'uno e nell'altro esercito. E dopo che il figlio di Lunti (Arjuna) ebbe visto tutti quei parenti così disposti in ordine di battaglia, in preda a una grande compassione, fece, turbato, questo discorso:

«O Krishna, vedendo la mia propria gente piena d'ardore guerresco e disposta in ordine di battaglia, le mie membra vengono meno e la mia bocca mi diventa secca e un tremito nel corpo mi si produce e così il rizzarsi dei capelli;

l'arco Gandiva mi sfugge di mano e la pelle tutta mi arde; non riesco a stare in piedi; la mia mente vagella.

E vedo segni contrari di augurio, o Krishna, né posso prevedere alcunché di meglio, se uccido la mia gente in battaglia.

Io non aspiro alla vittoria, o Krishna, né a un regno né ai piaceri. A che ci serve mai un regno, o Govinda, a che i piaceri, a che la vita stessa?

Coloro proprio per i quali noi desideriamo regni, godimenti e piaceri, questi appunto stanno in battaglia, rinunciando alla vita e alle ricchezze,

maestri, padri, figli, e nonni anche, e zii e suoceri, nipoti e cognati e altri parenti.

Costoro io non desidero uccidere, o Madhusudana, pur se essi uccidono me;

e questo nemmeno per avere il triplice regno; che cosa dire dunque se non che mai lo farei per amore del dominio della terra inferiore?

Dopo aver ucciso i figli di Dhrtarastra, o Krishna, quale piacere potremmo mai avere, o Janardana? Il peccato soltanto potrebbe attaccarsi a noi, dopo che avessimo ucciso costoro, anche se essi son uomini disposti al male.

Non è cosa degna che noi uccidiamo, quindi, i figli di Dhrtarastra, nostri parenti; in verità come potremmo essere felici, dopo avere ucciso la nostra gente, o Madhava?

Anche se costoro, i cui animi sono dominati dall'ingordigia, non riescono a vedere alcun male nel fatto che una famiglia sia distrutta e alcuna colpa nel fatto di tradire le persone care;

come non dovremmo aver noi la coscienza di doverci tener lontani da codesta colpa, noi che ben vediamo il male che è nella distruzione delle famiglie, o Janardana?

Quando una famiglia va in rovina, le antichissime sue leggi periscono; e quando la legge è perita, l'ingiustizia sottomette a sé, per conseguenza, la famiglia intera.

E quando è l'ingiustizia che predomina, o Krishna, le donne della stirpe divengono corrotte e quando le donne son diventate corrotte, si determina la confusione delle caste.

E questa confusione vale l'inferno per coloro che hanno distrutto la famiglia e per la famiglia stessa; e vi cadono anche gli spiriti dei loro antenati, che si trovano ad essere privi delle offerte di riso e di acqua.

Per quei misfatti, apportatori di confusione castale, che son opera di coloro che distruggono così la propria gente, vanno in malora le leggi della nascita e della famiglia, che durano da tempo immemorabile.

E noi abbiamo appreso dalle nostre tradizioni, o Janardana, che eternamente dovranno vivere nell'inferno gli uomini delle famiglie, le cui leggi sono state mandate in malora.

Ohimè, un grande peccato ci siamo noi decisi a commettere, per il fatto di trovarci sì proni a uccidere la gente nostra per la brama dei piaceri che il regno può dare!

Davvero sarebbe meglio per me se i figli di Dhrtarastra, con le armi in pugno, mi uccidessero, nella battaglia, senza che io opponessi loro resistenza, senza che io avessi le armi, nemmeno!»

Così Arjuna avendo parlato sul campo di battaglia si accasciò a sedere sul carro, via da sé gettando l'arco e le frecce, con l'animo angosciato.

da: Bhagavadgita - trad. di I. Vecchiotti, Roma, Ubaldini, 1964
 

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