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GIOVANNI BOCCACCIO

(Certaldo 1313 - 1375)

Figlio illegittimo del mercante Boccaccio di Chelino, fu inviato giovanissimo a far pratica mercantile a Napoli, dove subì il fascino della vita gioiosa ed elegante della corte angioina, dando il via a un'intensa attività letteraria, soprattutto in volgare. Di ritorno a Firenze, assistette alla terribile peste che provocò la morte del padre e della matrigna. Subito dopo iniziò la stesura del Decameron, che terminò nel 1351. L'anno precedente incontrò, a Firenze, Petrarca, con il quale instaurò un affettuoso rapporto che durò fino alla morte. Gli anni maturi dello scrittore furono segnati dal profondo dolore per la morte, nel 1355, della figlioletta Violante, da malattie e dalla miseria.


OPERE DI GIOVANNI BOCCACCIO


L'amorosa visione
Poemetto di 50 canti in terza rima composto verso il 1342-43

In questa visione si narra come una gentile donna sia inviata al poeta da Cupido e lo inviti a staccarsi dai "van diletti" per seguirla nella via che porta alla felicità. Giunti presso un nobile castello munito di due porte, il poeta rifiuta di imboccare quella stretta, che è la porta della Virtù, e si lascia convincere da due giovani a imboccare quella spaziosa. Entra così in un palazzo, dove si trovano affreschi allegorici, disposti in due sale, che parlano dei trionfi delle Scienze, della Gloria, della Ricchezza e dell'Amore: ci sfilano così avanti nella prima sala i più famosi protagonisti della letteratura e della storia, autori e personaggi biblici, mitologici, antichi e moderni; la seconda sala è dedicata completamente al trionfo della Fortuna, che tutto distrugge. Il poeta non si lascia persuadere dalla sua guida e si inoltra nel giardino del castello; qui si imbatte in altre donne, fra cui la misteriosa "bella lombarda" e, in disparte, Fiammetta; a lei promette di cantare in altra occasione quello che vide, obbedendo al suo consiglio di seguire la guida della donna gentile sulla via della virtù. L'opera, tutta allegorica, chiaramente si ispira al poema dantesco, perciò non è affatto originale, ma - secondo C. Muscetta - "l'interesse ideologico di questo singolare poema allegorico-didattico è nel fascino che la vita mondana esercita sullo scrittore, ed egli non fa nulla per nasconderlo. Solo gli eroi dell'avarizia (Mida, Crasso, Attila e Roberto d'Angiò) suscitano la sua aspra polemica, cui si aggiungono le considerazioni dottrinali della guida, che non sono certo improntate a un ideale ascetico ... significativo è l'omaggio a Dante (fortemente polemico nei confronti degli "ingrati" fiorentini), celebrato col rilievo di sovrano poeta moderno tra gli scrittori del nobile castello, che qui si arricchisce di altre presenze rispetto al catalogo del Limbo (Inferno, IV) ". Tra i sapienti fanno particolare spicco i filosofi artisti (Pitagora, Boezio) o i maestri di morale e di retorica (Seneca, Cicerone); con i poeti vengono anche ricordati gli storiografi da Sallustio a Valerio Massimo.



Filostrato
Poemetto in ottave, diviso in nove parti,composto verso il 1338

In quest'opera, il cui titolo etimologicamente significa "abbattuto dall'amore", il Boccaccio narra l'infelice amore di Troilo, figlio di Priamo, per Griseida (o Griselda), figlia dell'indovino Calcante: in uno scambio fra prigionieri Griseida viene resa al padre, fuggito tra i Greci, che assediano Troia e cede all'amore del greco Diomede, pur avendo promesso fede a Troilo; questi allora, preso da disperazione, cerca la morte e viene ucciso in combattimento da Achille. L'episodio centrale si trovava già nei romanzi medievali di materia troiana e particolarmente nel Romanzo di Troia di Benoit di Sainte Maure. Ma tutto il poema ha un fondo autobiografico (l'abbandono di Fiammetta) e "pur nella vivacità di alcuni tratti, rivela il peso dell'autobiografismo, e la fatica di uno stile ancora artificioso e di scuola" (Sansone).

Il Momigliano considera questo poemetto "il più notevole precorrimento del Decameron": infatti lo stile è rapido, senza retorica, "l'andamento non lirico ma psicologico, non cavalleresco, ma quotidiano, borghese, reale: il tono è da commedia, non da poema". Bellissima la figura di Pandaro, che fa da mezzano a Griseida per Troilo; beffarde e piene di ipocrita verecondia le risposte di Griseida alle lettere di Troilo, mentre la passione dell'infelice Troilo è cantata in accenti di schietta efficacia: "Io guardo i monti che d'intorno stanno / et il luogo che a me ti tien nascosa, / e sospirando dico: coloro hanno, / senza sentirla, la vista amorosa / degli occhi vaghi, per la quale i' affanno, / lontan da essi, in vita assai noiosa: / or foss'io un di loro, o sopra un d'essi, / or dimorass'io, sì ch'io la vedessi!". Per la prima volta compare in un'opera letteraria l'ottava, il metro tipico narrativo di tanta parte della nostra letteratura. L'opera del Boccaccio fu imitata da Chaucer nel suo Troilo e Criseide e ripresa più tardi da Shakespeare.



Filocolo
Romanzo in prosa italiana, in cinque libri.

L'opera, che significa con errata derivazione dal greco "fatica d'amore", fu composta a quanto pare su richiesta di Fiammetta verso il 1336 a Napoli. Vi si raccontano le avventure di Florio e Biancofiore (o Biancifiore), arricchite di divagazioni, allusioni autobiografiche e anticipazioni narrative del Decameron: il romanzo inizia con l'innamoramento dei protagonisti, educati insieme sin dalla loro fanciullezza, sotto la guida del maestro Ascalione; poi, per intervento dei genitori di Florio, i due giovani sono costretti a separarsi e la stessa Biancofiore, accusata di aver voluto avvelenare il re, è condannata al rogo, ma viene salvata da Florio. Successivamente è accusata di nutrire particolare simpatia verso il cavaliere Fileno, ma il tranello è sventato; infine è venduta a certi mercanti, che la portano in Oriente e la cedono all'ammiraglio di Alessandria. Nel frattempo Florio, che viene a sapere ogni cosa dalla madre, va alla ricerca della sua amata, assumendo per l'occasione il nome di Filocolo: giunge in Egitto e riesce a nascondersi in una cesta di rose, penetrando così di nascosto nella torre, dove Biancofiore è rinchiusa con altre donne. Lì i due giovani si amano: sorpresi, vengono condannati al rogo, ma li salva Venere; lo stesso ammiraglio scopre infine che Florio è suo nipote e che anche Biancofiore discende da nobile famiglia. Il romanzo si conclude con le loro nozze e la conversione dei personaggi pagani alla fede cristiana. Questa celebre leggenda di origine bizantina, scritta in francese verso il sec. XII, si traduce nel Boccaccio in un racconto pesante, per quanto ricco della forza psicologica di certi discorsi e di scene fa-stose o cavalleresche, soprattutto dotato di delicatezza ora idillica ora elegiaca nella rap-presentazione dell'amore. Notevole il quadro anacronisticamente immaginato di vita napoletana, nel quale assieme a Fiammetta appaiono donne gentili e cavalieri della città, mentre è trattato con vivacità realistica il capitolo delle Questioni d'amore .


Sulle geneologie degli dei pagani
Opera latina in 15 libri, iniziata prima del 1350, condotta a termine verso il 1360, ma stesa definitivamente verso il 1366

Dedicata a Ugo IV di Lusignano, re di Cipro, è una raccolta o meglio un dizionario mitologico con notizie attinte da varie fonti, presentate con ordine e metodo e con indicate sempre le fonti stesse; l'autore non si limita a riprodurre o classificare il contenuto delle favole antiche, ma ne spiega o ne indica il velo allegorico e "là dove questi manchino ovvero sembrino a suo giudizio insufficienti, dichiarando la propria sentenza": i miti sono quindi interpretati nel loro senso letterale o storico, o allegorico, o morale, o anagogico, o cristiano, ad arbitrio dell'autore, quando anche i vari miti non siano mescolati o sovrapposti. Per questo motivo l'opera fu molto lodata da Coluccio Salutati e da Filippo Villani, anche se il Boccaccio dovette difendersi dall'accusa di coloro che la ritenevano non necessaria. "Quanto a me, io non negherò che sono avido di gloria; ... è l'approvazione degli uomini illustri, non già l'aggiunta di un nome reale quella che assicura ad un'opera onore e gloria": così dice il Boccaccio nel libro XV (13) . Il dizionario non si limita soltanto a uno studio approfondito della mitologia, ma presenta argomenti di un certo interesse sul piano letterario. Nel capitolo 17 del libro XIV l'autore non solo nega che i poeti siano "scimmie dei filosofi", ma si dichiara disposto a sopportare l'accusa di chi vorrebbe chiamarli symias naturae perchè in effetti si sforzano di cantare "tutto quello che essa opera e tutto quello che per operazione sua perpetua si opra". Nel IV libro viene celebrato Epimeteo "il primo che finse una statua di uomo di fango" e mitico simbolo degli "uomini ingeniosi e nelle sue opere imitanti la natura"; nel X libro polemizza contro coloro che mal conobbero il pensiero di Quintiliano, mentre nel XIV enumera i quattro generi di espressione della favola: quello esopico, di cui si servì il volgo agreste e quello civile; il mitico, dalla corteccia simile al vero; quello più simile alla storia che alla favola (potius historiae quam fabulae similis) e che comprende poeti eroici come Virgilio e Omero, comici onesti come Plauto e Terenzio, e le storie del Vecchio e Nuovo Testamento; il quarto, che ha difetto di verità sia nella forma che nel contenuto, e che è la povera fiaba delle vecchiette svagate (delirantium vetularum inventio).

L'opera fu usata nelle scuole fino al Rinascimento e testimonia un'erudizione per quei tempi straordinaria.



Decameron
Opera di Giovanni Boccaccio (1313-1375), composta tra il 1348 e il 1353

Il capolavoro del Boccaccio comprende una serie di novelle collegate tra loro da una narrazione, che fa da cornice; il titolo grecizzante significa "dieci giornate". Nello sfondo della famosa peste che infierì a Firenze nel 1348, l'autore immagina che sette giovani donne nobili, sagge e oneste e tre giovani "assai piacevoli e costumati" s'incontrino nella chiesa di santa Maria Novella e concordino di ritirarsi in una villa ai piedi della collina di Fiesole per fuggire il pericolo del contagio e l'orribile spettacolo della morte: in questo felice ritiro passano il tempo fra suoni, danze, passeggiate, conviti, mentre nelle ore calde del pomeriggio, per dieci giorni, tranne il venerdì e il sabato, la giovane brigata dedica il suo tempo a raccontare novelle. Un "re" o una "regina" nominati a turno governano autorevolmente la gaia brigata, prescrivono le diverse occupazioni della giornata e scelgono il tema del novellare. Così in dieci giornate lo scettro passa per le mani di tutti, e poichè ciascuno racconta ogni giorno la sua novella, si hanno complessivamente cento novelle. Il libro così inizia: "Comincia il libro chiamato Decameron, cognominato Prencipe Galeotto, nel quale si contengono cento novelle, in diece d dette da sette donne e da tre giovani uomini". Segue il proemio e quindi la prima giornata, che si apre con un invito alle donne: "Quantemque volte, graziosissime donne, meco pensando riguardo quanto voi naturalmente tutte siete pietose, tante conosco che la presente opera, al vostro iudicio, avrà grave e noioso principio, sì come è la dolorosa ricordazione della pestifera mortalità trapassata ..."; segue la descrizione tragica e fosca della peste, poi l'inizio vero e proprio della narrazione: "A me medesimo incresce andarmi tanto fra tante miserie ravvolgendo; per che, volendo omai lasciare star quella parte di quelle che io acconciamente posso lasciare, dico che ... addivenne ... che nella venerabile chiesa di santa Maria Novella, un Martedì mattina, non essendovi quasi alcuna altra persona, uditi gli divini ufici in abito lugubre, quale a siffatta stagione si richiedea, si ritrovarono sette giovani donne tutte l'una all'altra o per amistà o per vicinanza o per parentado congiunte, delle quali niuna il venti e ottesimo anno passato avea, ne era minor di diciotto, savia ciascuna e di sangue nobile e bella di forma e ornata di costumi e di leggiadria onesta". L'autore non riferisce i nomi delle donne, ma le nomina "per nomi alle qualità di ciascuna convenienti o in tutto o in parte": ecco Pampinea "che di più età era", Fiammetta, Filomena, Emilia, Lauretta, Neifile ed Elissa. E' Pampinea quella che propone di rifugiarsi nel contado, ma è Elissa che ritiene necessaria anche la presenza maschile: "Veramente gli uomini sono delle femine capo e senza l'ordine loro rade volte riesce alcuna nostra opera a laudevole fine". Entrano nella chiesa tre giovani, Panfilo, Filostrato e Dioneo (l'amante fortunato, l'amante tradito, il lascivo), che trovano "tra le predette sette" le loro donne: si discute e si decide. Viene eletta regina Pampinea, la quale propone che ognuno racconti quello che vuole: inizia Panfilo con la novella di ser Ciappelletto, "un capolavoro che anche per elaborazione stilistica fa stacco sulle altre" (Muscetta). A questa novella di esordio seguono le novelle della prima giornata, come quella di Abraam giudeo, che va a Roma, stimolato da Giannotto di Civign, e vedendo la malvagità dei chierici, torna a Parigi e si volge al cristianesimo, ritenendola un'ottima religione perchè capace di diffondersi malgrado il malcostume dei suoi pastori; o di Melchisedech giudeo; o di un monaco, che, caduto in peccato degno di gravissima punizione, rimproverando al suo abate quella medesima colpa, si libera dalla pena; o del re di Cipro che "trafitto da una donna di Guascogna, di cattivo divenne valoroso".

Nella seconda giornata, sotto la guida di Filomena si ragiona di chi "da diverse cose infestato, sia oltre alla sua speranza riuscito a lieto fine": qui si annoverano famose novelle, come quella di Martellino, che gioca su sentimenti sacri, divenendo personaggio dominante sopra lo sfondo della folla ammirata e poi furibonda; o di Andreuccio da Perugia, che venuto a Napoli a comperar cavalli, "in una notte da tre gravi accidenti colpito e da tutti scampato, con un rubino torna a casa sua"; o di Madonna Beritola; o di Paganino da Monaco che "ruba la moglie a messer Ricciardo da Chinzica e questi sapendo dove è, si fa amico di Paganino e gli chiede la moglie, ma questa non vuol tornare con il marito e dopo la morte di messer Ricciardo, sposa Paganino".

La terza giornata trova come regina Neifile, la quale stabilisce che si ragioni "di chi alcuna cosa molto da lui desiderata con industria acquistasse e la perduta ricoverasse": sono celebri le novelle di Masetto di Camporecchio che si fa "mutolo" e diviene ortolano di un monastero in cui le suore "tutte concorrono a giacersi con lui"; o di una donna gentile, che, innamoratasi di un giovine, sotto specie di confessione, induce un "solenne frate" senza avvedersene, a dar modo che il piacer di lei abbia intero effetto; o di Ferondo, che mangiata certa polvere è "sotterrato per morto e dall'abate, che la moglie di lui si gode, tratto dalla sepoltura è messo in prigione; e fattogli credere che egli è in purgatorio, e poi risuscitato, per suo deve allevare un figlio dell'abate, nella moglie di lui generato"; o di Alibech, che diviene "romita" e a lei Rustico insegna rimettere il diavolo nell'inferno: e questa è la novella più audace e oscena del "motteggevole Dioneo".

Nella quarta giornata comanda Filostrato e si conversa di coloro i cui amori ebbero infelice fine: è il tema che più si addice a Filostrato, schiavo d'amore e sfortunato: la più celebre è la quinta novella, in cui rapidamente fiorisce e sfiorisce l'idillio di Lisabetta da Messina con Lorenzo, il fattore dei suoi fratelli mercanti; scoperta la tresca, i fratelli di Lisabetta uccidono il suo amante Lorenzo, il quale le appare in sogno e le indica dove sia sotterrato: allora essa occultamente dissotterra la testa, la mette in un vaso contenente basilico e "quivi piangendo ogni dì per una grande ora, i fratelli gliela tolgono ed essa se ne muore di dolore poco dopo".

Nella quinta giornata per decisione di Fiammetta si narra "di ciò che ad alcuno amante, dopo alcuni fieri e sventurati accidenti, felicemente avvenisse": ma la cornice è molto tenue, e le novelle più ricordate sono quella di Nastagio degli Onesti narrata da Filomena, e dedicata espressamente alle donne, sia per dimostrare come la divina giustizia castighi la crudeltà delle amate, sia per offrire loro materia di "cacciarla del tutto" dal proprio cuore: Nastagio degli Onesti infatti ama una de' Traversari e per lei spende tutte le sue ricchezze, senza essere amato; va a Chiassi e qui "vede cacciare ad un cavaliere una giovane, ucciderla e divorarla da due cani; invita i parenti suoi e quella donna amata da lui ad un desinare, e questa vede la medesima giovane sbranare, e temendo di simile avvenimento, prende per marito Nastagio". L'altra famosa novella è quella di Federigo degli Alberighi, che si riduce in miseria per la donna amata, senza essere amato; non gli rimane che un falcone, che dà a mangiare alla sua "donna venutagli a casa"; ma questa "ciò sappiendo mutata d'animo, il prende per marito e fllo ricco": il dramma di questo caso sfortunato non è solo secondo il Muscetta "in quel che la donna ora domanda e Federigo "servir non le potea": è nell'impareggiabile confronto tra chi ama e chi non ama, tra la ricchezza dei sentimenti di Federigo e la miseria di questa donna".

Inizia così la sesta giornata, nella quale per volere di Elisa si scambiano racconti su chi "con alcuno leggiadro motto tentato si riscotesse e con pronta risposta o avvedimento fuggì perdita o pericolo o scorno": è qui che si trovano famose novelle come quella di Madonna Oretta o di Cisti fornaio, sorprendente per la prontezza della risposta, o di Chichibio, cuoco, la più popolare di questa giornata, o di frate Cipolla, una tra le più famose del Boccaccio: frate grezzo, ma dalla parola maliziosa, capace di scommettere contro l'ingenuità e l'ignoranza dei suoi ascoltatori.

Segue la giornata settima, in cui è re Dioneo e si parla "delle beffe le quali o per amore o per salvamento di loro, le donne hanno già fatte ai loro mariti, senza essersene avveduti, o sì": è il tema che ha dato l'allegra fama di "prencipe galeotto" al Decameron: liberate ormai da ogni soggezione conformistica, le donne non meno degli uomini si attengono al "proposto" di Dioneo, con disinvoltura di linguaggio, di argomento e di spregiudicatezza: notissima è rimasta la novella di Frate Rinaldo, che "si giace con la comare; lo trova il marito in camera con lei e gli fanno credere che egli incantava i vermini al figlioccio". Sono tutte novelle artisticamente tenui, che molto spesso si riducono alla "trovata" e quasi mai ne viene fuori un carattere.

La giornata ottava, diretta da Lauretta, è dedicata a "quelle beffe che tutto il giorno, o donna ad uomo o uomo a donna o l'uno all'altro si fanno": e il meccanismo della beffa scatta sempre a causa di un dislivello sociale o intellettuale tra il beffatore e il beffato; è in questa giornata che si leggono le famose novelle del prete di Varlungo "che si giace con monna Belcolore", o di Calandrino e l'elitropia, o del preposto di Fiesole, che ama non riamato una donna vedova, o di Bruno e Buffalmacco che "imbolano un porco" a Calandrino, o della "ciciliana" che magistralmente toglie a un mercante ciò che in Palermo ha portato, ma poi ne è beffata: siamo quasi alle porte della commedia degli inganni.

La nona giornata ha come regina Emilia la quale libera i novellatori dall'obbligo del tema: sembra quasi un commiato festoso dal mondo comico; torna ancora Calandrino e si presentano personaggi nuovi come quello della badessa, che trova una sua monaca con il suo amante nel letto, mentre lei porta in testa le "brache" del prete, con il quale era giaciuta "credendosi il saltero dei veli aver posto in capo", o di Cecco Angiolieri, o di Biondello che fa una beffa a Ciacco.

La decima e ultima giornata è diretta da Panfilo: si racconta di chi "liberalmente ovvero magnificamente alcuna cosa operasse intorno a' fatti di amore o d'altra cosa": sono racconti più meditati "nelle loro possibili conseguenze esemplari e in vista di una morale affatto umanistica e borghese, e di un futuro che non è il futuro dell'anima e dell'eterno, ma dei giorni che attendono la brigata a Firenze libera dalla peste. Lo stesso Panfilo è ben consapevole che i fini del Decameron non sono più quelli di una divina "commedia" educatrice, e non si può persistere su questa via". Forse la novella migliore è la nona: "il Saladino in forma di mercatante è onorato da messer Torello: fassi il passaggio: messer Torello dà un termine alla donna sua a rimaritarsi: è preso e per acconciare uccelli viene in notizia del Soldano, il quale riconosciutolo e sè fatto riconoscere, sommamente l'onora; messer Torello inferma e per arte magica in una notte si è recato a Pavia, et alle nozze, che della rimaritata sua moglie si facevano, da lei riconosciuto, con lei a casa sua se ne ritorna".

Alla fine della decima giornata segue la conclusione dell'opera, secondo un disegno retorico, caratteristico del Decameron: sono pagine ricche di spirito e veramente rappresentative della modernit artistica dell'autore: non manca un pizzico di prudenza e di morale: "Tuttavia chi va tra queste leggendo, lasci stare quelle che pungono, e quelle che dilettano legga ...; e come che molto tempo passato sia da noi che io a scriver cominciai, infino a quest'ora che io al fine vengo della mia fatica, non m'è per ciò uscito di mente me avere questo mio affanno offerto alle oziose e non all'altre: ... le cose brievi si convengon molto agli studianti che a voi donne, alle quali tanto del tempo avanza, quanto negli amorosi piaceri non ispendete ... E lasciando omai a ciascheduna e dire e credere come le pare, tempo è da por fine alle parole. Colui umilmente ringraziando, che dopo s lunga fatica col suo aiuto, si ha al desiderato fine condotto. E voi, piacevoli donne, con la sua grazia in pace vi rimanete, di me ricordandovi, se ad alcuna forse alcuna cosa giova l'averle lette. Qui finisce la decima et ultima giornata del libro chiamato Decameron cognominato Prencipe Galeotto".

All'unità delle novelle, oltre al fatto che il re o la regina di turno scelgono il tema generale, sul quale ciascuno dei narratori tesse il proprio racconto, contribuiscono lo sfondo della società aristocratica, nel quale le varie storie sono inquadrate, e il fatto che ogni giornata ha un'"introduzione idillica" ed è chiusa da una "ballata"; gli stessi piccoli commenti alla fine di ogni novella e i lieti conversari e le arguzie e i canti servono come osserva il Sansone a dare a tutto il libro un accento di realismo quotidiano e idillico. Ciò che poi unisce come sentimento tutte le novelle e le fa poesia è l'amore della vita nella pienezza del suo essere e svolgersi; la vita, guardata con il cuore sgombro da presupposti morali e religiosi, la vita che è soprattutto amore e intelligenza. Vengono così eliminati il meraviglioso, il fiabesco, il sublime e con molta obiettività sono rappresentati personaggi concreti, sciocchi e furbi, assassini e cavalieri, imbroglioni e beffeggiati, timorati di Dio e privi di scrupoli, creature gentili o ciniche, che vivono tutti la loro vita e che sono il frutto di un modo di sentire del Boccaccio: "Vita come naturalità ed istintività, e quindi prevalentemente la forza d'amore come obbedienza ai sensi e come passione incoercibile; e la forza costruttiva dell'umana intelligenza abile a creare intorno a sè brevi o vasti circoli di realtà" (Sansone). Non c'è spazio nel Decameron per ironia o satira o deformazione dei personaggi fuori dei limiti del realismo: se mai tutto è pervaso da un senso di comicità, che esprime l'atteggiamento positivo del poeta di fronte alla libera umanità nella pienezza della sua vitalità e creatività. Da qui nasce un Boccaccio cavaliere e cortigiano, che ama le raffinatezze, di cui sono prove costanti l'eloquenza, i paesaggi, le figure, le azioni del Decameron; cortesia e cavalleria, che preannunciano il Rinascimento e obbligano a ritenere falsa la concezione che limita la poesia del Boccaccio alla licenza e alla burla. A tanta ricchezza di fantasia corrisponde altrettanta duttilità di stile: la prosa è foggiata sul modello ciceroniano e in genere degli scrittori classici, il periodo è sempre architettato sapientemente, con qualche accenno alla nativa parlata toscana. Le fonti del libro sono varie, classiche e medievali, ma ciò non toglie nulla al pregio dell'opera, che non è nella invenzione, ma nella sua altezza poetica. Immensa la fortuna del Decameron in Italia e fuori, straordinaria l'influenza del Boccaccio, considerata uno dei motivi fondamentali della storia non solo della novellistica, ma in genere della prosa italiana. Il De Sanctis definì il Decameron "commedia umana".


GIOVANNI BOCCACCIO - BIOGRAFIA
 

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