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GIOVANNI BOCCACCIO
(Certaldo 1313 - 1375)
Figlio illegittimo del mercante Boccaccio di
Chelino, fu inviato giovanissimo a far pratica
mercantile a Napoli, dove subì il fascino della
vita gioiosa ed elegante della corte angioina,
dando il via a un'intensa attività letteraria,
soprattutto in volgare. Di ritorno a Firenze,
assistette alla terribile peste che provocò la
morte del padre e della matrigna. Subito dopo
iniziò la stesura del Decameron, che terminò nel
1351. L'anno precedente incontrò, a Firenze,
Petrarca, con il quale instaurò un affettuoso
rapporto che durò fino alla morte. Gli anni
maturi dello scrittore furono segnati dal
profondo dolore per la morte, nel 1355, della
figlioletta Violante, da malattie e dalla
miseria.
OPERE DI GIOVANNI BOCCACCIO
L'amorosa visione
Poemetto di 50 canti in terza rima composto
verso il 1342-43
In questa visione si narra come una gentile
donna sia inviata al poeta da Cupido e lo inviti
a staccarsi dai "van diletti" per seguirla nella
via che porta alla felicità. Giunti presso un
nobile castello munito di due porte, il poeta
rifiuta di imboccare quella stretta, che è la
porta della Virtù, e si lascia convincere da due
giovani a imboccare quella spaziosa. Entra così
in un palazzo, dove si trovano affreschi
allegorici, disposti in due sale, che parlano
dei trionfi delle Scienze, della Gloria, della
Ricchezza e dell'Amore: ci sfilano così avanti
nella prima sala i più famosi protagonisti della
letteratura e della storia, autori e personaggi
biblici, mitologici, antichi e moderni; la
seconda sala è dedicata completamente al trionfo
della Fortuna, che tutto distrugge. Il poeta non
si lascia persuadere dalla sua guida e si
inoltra nel giardino del castello; qui si
imbatte in altre donne, fra cui la misteriosa
"bella lombarda" e, in disparte, Fiammetta; a
lei promette di cantare in altra occasione
quello che vide, obbedendo al suo consiglio di
seguire la guida della donna gentile sulla via
della virtù. L'opera, tutta allegorica,
chiaramente si ispira al poema dantesco, perciò
non è affatto originale, ma - secondo C.
Muscetta - "l'interesse ideologico di questo
singolare poema allegorico-didattico è nel
fascino che la vita mondana esercita sullo
scrittore, ed egli non fa nulla per nasconderlo.
Solo gli eroi dell'avarizia (Mida, Crasso,
Attila e Roberto d'Angiò) suscitano la sua aspra
polemica, cui si aggiungono le considerazioni
dottrinali della guida, che non sono certo
improntate a un ideale ascetico ...
significativo è l'omaggio a Dante (fortemente
polemico nei confronti degli "ingrati"
fiorentini), celebrato col rilievo di sovrano
poeta moderno tra gli scrittori del nobile
castello, che qui si arricchisce di altre
presenze rispetto al catalogo del Limbo
(Inferno, IV) ". Tra i sapienti fanno
particolare spicco i filosofi artisti (Pitagora,
Boezio) o i maestri di morale e di retorica
(Seneca, Cicerone); con i poeti vengono anche
ricordati gli storiografi da Sallustio a Valerio
Massimo.
Filostrato
Poemetto in ottave, diviso in nove
parti,composto verso il 1338
In quest'opera, il cui titolo etimologicamente
significa "abbattuto dall'amore", il Boccaccio
narra l'infelice amore di Troilo, figlio di
Priamo, per Griseida (o Griselda), figlia
dell'indovino Calcante: in uno scambio fra
prigionieri Griseida viene resa al padre,
fuggito tra i Greci, che assediano Troia e cede
all'amore del greco Diomede, pur avendo promesso
fede a Troilo; questi allora, preso da
disperazione, cerca la morte e viene ucciso in
combattimento da Achille. L'episodio centrale si
trovava già nei romanzi medievali di materia
troiana e particolarmente nel Romanzo di Troia
di Benoit di Sainte Maure. Ma tutto il poema ha
un fondo autobiografico (l'abbandono di
Fiammetta) e "pur nella vivacità di alcuni
tratti, rivela il peso dell'autobiografismo, e
la fatica di uno stile ancora artificioso e di
scuola" (Sansone).
Il Momigliano considera questo poemetto "il più
notevole precorrimento del Decameron": infatti
lo stile è rapido, senza retorica, "l'andamento
non lirico ma psicologico, non cavalleresco, ma
quotidiano, borghese, reale: il tono è da
commedia, non da poema". Bellissima la figura di
Pandaro, che fa da mezzano a Griseida per
Troilo; beffarde e piene di ipocrita verecondia
le risposte di Griseida alle lettere di Troilo,
mentre la passione dell'infelice Troilo è
cantata in accenti di schietta efficacia: "Io
guardo i monti che d'intorno stanno / et il
luogo che a me ti tien nascosa, / e sospirando
dico: coloro hanno, / senza sentirla, la vista
amorosa / degli occhi vaghi, per la quale i'
affanno, / lontan da essi, in vita assai noiosa:
/ or foss'io un di loro, o sopra un d'essi, / or
dimorass'io, sì ch'io la vedessi!". Per la prima
volta compare in un'opera letteraria l'ottava,
il metro tipico narrativo di tanta parte della
nostra letteratura. L'opera del Boccaccio fu
imitata da Chaucer nel suo Troilo e Criseide e
ripresa più tardi da Shakespeare.
Filocolo
Romanzo in prosa italiana, in cinque libri.
L'opera, che significa con errata derivazione
dal greco "fatica d'amore", fu composta a quanto
pare su richiesta di Fiammetta verso il 1336 a
Napoli. Vi si raccontano le avventure di Florio
e Biancofiore (o Biancifiore), arricchite di
divagazioni, allusioni autobiografiche e
anticipazioni narrative del Decameron: il
romanzo inizia con l'innamoramento dei
protagonisti, educati insieme sin dalla loro
fanciullezza, sotto la guida del maestro
Ascalione; poi, per intervento dei genitori di
Florio, i due giovani sono costretti a separarsi
e la stessa Biancofiore, accusata di aver voluto
avvelenare il re, è condannata al rogo, ma viene
salvata da Florio. Successivamente è accusata di
nutrire particolare simpatia verso il cavaliere
Fileno, ma il tranello è sventato; infine è
venduta a certi mercanti, che la portano in
Oriente e la cedono all'ammiraglio di
Alessandria. Nel frattempo Florio, che viene a
sapere ogni cosa dalla madre, va alla ricerca
della sua amata, assumendo per l'occasione il
nome di Filocolo: giunge in Egitto e riesce a
nascondersi in una cesta di rose, penetrando
così di nascosto nella torre, dove Biancofiore è
rinchiusa con altre donne. Lì i due giovani si
amano: sorpresi, vengono condannati al rogo, ma
li salva Venere; lo stesso ammiraglio scopre
infine che Florio è suo nipote e che anche
Biancofiore discende da nobile famiglia. Il
romanzo si conclude con le loro nozze e la
conversione dei personaggi pagani alla fede
cristiana. Questa celebre leggenda di origine
bizantina, scritta in francese verso il sec.
XII, si traduce nel Boccaccio in un racconto
pesante, per quanto ricco della forza
psicologica di certi discorsi e di scene
fa-stose o cavalleresche, soprattutto dotato di
delicatezza ora idillica ora elegiaca nella
rap-presentazione dell'amore. Notevole il quadro
anacronisticamente immaginato di vita
napoletana, nel quale assieme a Fiammetta
appaiono donne gentili e cavalieri della città,
mentre è trattato con vivacità realistica il
capitolo delle Questioni d'amore .
Sulle geneologie degli dei pagani
Opera latina in 15 libri, iniziata prima del
1350, condotta a termine verso il 1360, ma stesa
definitivamente verso il 1366
Dedicata a Ugo IV di Lusignano, re di Cipro, è
una raccolta o meglio un dizionario mitologico
con notizie attinte da varie fonti, presentate
con ordine e metodo e con indicate sempre le
fonti stesse; l'autore non si limita a
riprodurre o classificare il contenuto delle
favole antiche, ma ne spiega o ne indica il velo
allegorico e "là dove questi manchino ovvero
sembrino a suo giudizio insufficienti,
dichiarando la propria sentenza": i miti sono
quindi interpretati nel loro senso letterale o
storico, o allegorico, o morale, o anagogico, o
cristiano, ad arbitrio dell'autore, quando anche
i vari miti non siano mescolati o sovrapposti.
Per questo motivo l'opera fu molto lodata da
Coluccio Salutati e da Filippo Villani, anche se
il Boccaccio dovette difendersi dall'accusa di
coloro che la ritenevano non necessaria. "Quanto
a me, io non negherò che sono avido di gloria;
... è l'approvazione degli uomini illustri, non
già l'aggiunta di un nome reale quella che
assicura ad un'opera onore e gloria": così dice
il Boccaccio nel libro XV (13) . Il dizionario
non si limita soltanto a uno studio approfondito
della mitologia, ma presenta argomenti di un
certo interesse sul piano letterario. Nel
capitolo 17 del libro XIV l'autore non solo nega
che i poeti siano "scimmie dei filosofi", ma si
dichiara disposto a sopportare l'accusa di chi
vorrebbe chiamarli symias naturae perchè in
effetti si sforzano di cantare "tutto quello che
essa opera e tutto quello che per operazione sua
perpetua si opra". Nel IV libro viene celebrato
Epimeteo "il primo che finse una statua di uomo
di fango" e mitico simbolo degli "uomini
ingeniosi e nelle sue opere imitanti la natura";
nel X libro polemizza contro coloro che mal
conobbero il pensiero di Quintiliano, mentre nel
XIV enumera i quattro generi di espressione
della favola: quello esopico, di cui si servì il
volgo agreste e quello civile; il mitico, dalla
corteccia simile al vero; quello più simile alla
storia che alla favola (potius historiae quam
fabulae similis) e che comprende poeti eroici
come Virgilio e Omero, comici onesti come Plauto
e Terenzio, e le storie del Vecchio e Nuovo
Testamento; il quarto, che ha difetto di verità
sia nella forma che nel contenuto, e che è la
povera fiaba delle vecchiette svagate
(delirantium vetularum inventio).
L'opera fu usata nelle scuole
fino al Rinascimento e testimonia un'erudizione
per quei tempi straordinaria.
Decameron
Opera di Giovanni Boccaccio (1313-1375),
composta tra il 1348 e il 1353
Il capolavoro del Boccaccio comprende una serie
di novelle collegate tra loro da una narrazione,
che fa da cornice; il titolo grecizzante
significa "dieci giornate". Nello sfondo della
famosa peste che infierì a Firenze nel 1348,
l'autore immagina che sette giovani donne
nobili, sagge e oneste e tre giovani "assai
piacevoli e costumati" s'incontrino nella chiesa
di santa Maria Novella e concordino di ritirarsi
in una villa ai piedi della collina di Fiesole
per fuggire il pericolo del contagio e
l'orribile spettacolo della morte: in questo
felice ritiro passano il tempo fra suoni, danze,
passeggiate, conviti, mentre nelle ore calde del
pomeriggio, per dieci giorni, tranne il venerdì
e il sabato, la giovane brigata dedica il suo
tempo a raccontare novelle. Un "re" o una
"regina" nominati a turno governano
autorevolmente la gaia brigata, prescrivono le
diverse occupazioni della giornata e scelgono il
tema del novellare. Così in dieci giornate lo
scettro passa per le mani di tutti, e poichè
ciascuno racconta ogni giorno la sua novella, si
hanno complessivamente cento novelle. Il libro
così inizia: "Comincia il libro chiamato
Decameron, cognominato Prencipe Galeotto, nel
quale si contengono cento novelle, in diece d
dette da sette donne e da tre giovani uomini".
Segue il proemio e quindi la prima giornata, che
si apre con un invito alle donne: "Quantemque
volte, graziosissime donne, meco pensando
riguardo quanto voi naturalmente tutte siete
pietose, tante conosco che la presente opera, al
vostro iudicio, avrà grave e noioso principio,
sì come è la dolorosa ricordazione della
pestifera mortalità trapassata ..."; segue la
descrizione tragica e fosca della peste, poi
l'inizio vero e proprio della narrazione: "A me
medesimo incresce andarmi tanto fra tante
miserie ravvolgendo; per che, volendo omai
lasciare star quella parte di quelle che io
acconciamente posso lasciare, dico che ...
addivenne ... che nella venerabile chiesa di
santa Maria Novella, un Martedì mattina, non
essendovi quasi alcuna altra persona, uditi gli
divini ufici in abito lugubre, quale a siffatta
stagione si richiedea, si ritrovarono sette
giovani donne tutte l'una all'altra o per amistà
o per vicinanza o per parentado congiunte, delle
quali niuna il venti e ottesimo anno passato
avea, ne era minor di diciotto, savia ciascuna e
di sangue nobile e bella di forma e ornata di
costumi e di leggiadria onesta". L'autore non
riferisce i nomi delle donne, ma le nomina "per
nomi alle qualità di ciascuna convenienti o in
tutto o in parte": ecco Pampinea "che di più età
era", Fiammetta, Filomena, Emilia, Lauretta,
Neifile ed Elissa. E' Pampinea quella che
propone di rifugiarsi nel contado, ma è Elissa
che ritiene necessaria anche la presenza
maschile: "Veramente gli uomini sono delle
femine capo e senza l'ordine loro rade volte
riesce alcuna nostra opera a laudevole fine".
Entrano nella chiesa tre giovani, Panfilo,
Filostrato e Dioneo (l'amante fortunato,
l'amante tradito, il lascivo), che trovano "tra
le predette sette" le loro donne: si discute e
si decide. Viene eletta regina Pampinea, la
quale propone che ognuno racconti quello che
vuole: inizia Panfilo con la novella di ser
Ciappelletto, "un capolavoro che anche per
elaborazione stilistica fa stacco sulle altre"
(Muscetta). A questa novella di esordio seguono
le novelle della prima giornata, come quella di
Abraam giudeo, che va a Roma, stimolato da
Giannotto di Civign, e vedendo la malvagità dei
chierici, torna a Parigi e si volge al
cristianesimo, ritenendola un'ottima religione
perchè capace di diffondersi malgrado il
malcostume dei suoi pastori; o di Melchisedech
giudeo; o di un monaco, che, caduto in peccato
degno di gravissima punizione, rimproverando al
suo abate quella medesima colpa, si libera dalla
pena; o del re di Cipro che "trafitto da una
donna di Guascogna, di cattivo divenne
valoroso".
Nella seconda giornata, sotto la guida di
Filomena si ragiona di chi "da diverse cose
infestato, sia oltre alla sua speranza riuscito
a lieto fine": qui si annoverano famose novelle,
come quella di Martellino, che gioca su
sentimenti sacri, divenendo personaggio
dominante sopra lo sfondo della folla ammirata e
poi furibonda; o di Andreuccio da Perugia, che
venuto a Napoli a comperar cavalli, "in una
notte da tre gravi accidenti colpito e da tutti
scampato, con un rubino torna a casa sua"; o di
Madonna Beritola; o di Paganino da Monaco che
"ruba la moglie a messer Ricciardo da Chinzica e
questi sapendo dove è, si fa amico di Paganino e
gli chiede la moglie, ma questa non vuol tornare
con il marito e dopo la morte di messer
Ricciardo, sposa Paganino".
La terza giornata trova come regina Neifile, la
quale stabilisce che si ragioni "di chi alcuna
cosa molto da lui desiderata con industria
acquistasse e la perduta ricoverasse": sono
celebri le novelle di Masetto di Camporecchio
che si fa "mutolo" e diviene ortolano di un
monastero in cui le suore "tutte concorrono a
giacersi con lui"; o di una donna gentile, che,
innamoratasi di un giovine, sotto specie di
confessione, induce un "solenne frate" senza
avvedersene, a dar modo che il piacer di lei
abbia intero effetto; o di Ferondo, che mangiata
certa polvere è "sotterrato per morto e
dall'abate, che la moglie di lui si gode, tratto
dalla sepoltura è messo in prigione; e fattogli
credere che egli è in purgatorio, e poi
risuscitato, per suo deve allevare un figlio
dell'abate, nella moglie di lui generato"; o di
Alibech, che diviene "romita" e a lei Rustico
insegna rimettere il diavolo nell'inferno: e
questa è la novella più audace e oscena del
"motteggevole Dioneo".
Nella quarta giornata comanda Filostrato e si
conversa di coloro i cui amori ebbero infelice
fine: è il tema che più si addice a Filostrato,
schiavo d'amore e sfortunato: la più celebre è
la quinta novella, in cui rapidamente fiorisce e
sfiorisce l'idillio di Lisabetta da Messina con
Lorenzo, il fattore dei suoi fratelli mercanti;
scoperta la tresca, i fratelli di Lisabetta
uccidono il suo amante Lorenzo, il quale le
appare in sogno e le indica dove sia sotterrato:
allora essa occultamente dissotterra la testa,
la mette in un vaso contenente basilico e "quivi
piangendo ogni dì per una grande ora, i fratelli
gliela tolgono ed essa se ne muore di dolore
poco dopo".
Nella quinta giornata per decisione di Fiammetta
si narra "di ciò che ad alcuno amante, dopo
alcuni fieri e sventurati accidenti, felicemente
avvenisse": ma la cornice è molto tenue, e le
novelle più ricordate sono quella di Nastagio
degli Onesti narrata da Filomena, e dedicata
espressamente alle donne, sia per dimostrare
come la divina giustizia castighi la crudeltà
delle amate, sia per offrire loro materia di
"cacciarla del tutto" dal proprio cuore:
Nastagio degli Onesti infatti ama una de'
Traversari e per lei spende tutte le sue
ricchezze, senza essere amato; va a Chiassi e
qui "vede cacciare ad un cavaliere una giovane,
ucciderla e divorarla da due cani; invita i
parenti suoi e quella donna amata da lui ad un
desinare, e questa vede la medesima giovane
sbranare, e temendo di simile avvenimento,
prende per marito Nastagio". L'altra famosa
novella è quella di Federigo degli Alberighi,
che si riduce in miseria per la donna amata,
senza essere amato; non gli rimane che un
falcone, che dà a mangiare alla sua "donna
venutagli a casa"; ma questa "ciò sappiendo
mutata d'animo, il prende per marito e fllo
ricco": il dramma di questo caso sfortunato non
è solo secondo il Muscetta "in quel che la donna
ora domanda e Federigo "servir non le potea": è
nell'impareggiabile confronto tra chi ama e chi
non ama, tra la ricchezza dei sentimenti di
Federigo e la miseria di questa donna".
Inizia così la sesta giornata, nella quale per
volere di Elisa si scambiano racconti su chi
"con alcuno leggiadro motto tentato si
riscotesse e con pronta risposta o avvedimento
fuggì perdita o pericolo o scorno": è qui che si
trovano famose novelle come quella di Madonna
Oretta o di Cisti fornaio, sorprendente per la
prontezza della risposta, o di Chichibio, cuoco,
la più popolare di questa giornata, o di frate
Cipolla, una tra le più famose del Boccaccio:
frate grezzo, ma dalla parola maliziosa, capace
di scommettere contro l'ingenuità e l'ignoranza
dei suoi ascoltatori.
Segue la giornata settima, in cui è re Dioneo e
si parla "delle beffe le quali o per amore o per
salvamento di loro, le donne hanno già fatte ai
loro mariti, senza essersene avveduti, o sì": è
il tema che ha dato l'allegra fama di "prencipe
galeotto" al Decameron: liberate ormai da ogni
soggezione conformistica, le donne non meno
degli uomini si attengono al "proposto" di
Dioneo, con disinvoltura di linguaggio, di
argomento e di spregiudicatezza: notissima è
rimasta la novella di Frate Rinaldo, che "si
giace con la comare; lo trova il marito in
camera con lei e gli fanno credere che egli
incantava i vermini al figlioccio". Sono tutte
novelle artisticamente tenui, che molto spesso
si riducono alla "trovata" e quasi mai ne viene
fuori un carattere.
La giornata ottava, diretta da Lauretta, è
dedicata a "quelle beffe che tutto il giorno, o
donna ad uomo o uomo a donna o l'uno all'altro
si fanno": e il meccanismo della beffa scatta
sempre a causa di un dislivello sociale o
intellettuale tra il beffatore e il beffato; è
in questa giornata che si leggono le famose
novelle del prete di Varlungo "che si giace con
monna Belcolore", o di Calandrino e l'elitropia,
o del preposto di Fiesole, che ama non riamato
una donna vedova, o di Bruno e Buffalmacco che
"imbolano un porco" a Calandrino, o della
"ciciliana" che magistralmente toglie a un
mercante ciò che in Palermo ha portato, ma poi
ne è beffata: siamo quasi alle porte della
commedia degli inganni.
La nona giornata ha come regina Emilia la quale
libera i novellatori dall'obbligo del tema:
sembra quasi un commiato festoso dal mondo
comico; torna ancora Calandrino e si presentano
personaggi nuovi come quello della badessa, che
trova una sua monaca con il suo amante nel
letto, mentre lei porta in testa le "brache" del
prete, con il quale era giaciuta "credendosi il
saltero dei veli aver posto in capo", o di Cecco
Angiolieri, o di Biondello che fa una beffa a
Ciacco.
La decima e ultima giornata è diretta da
Panfilo: si racconta di chi "liberalmente ovvero
magnificamente alcuna cosa operasse intorno a'
fatti di amore o d'altra cosa": sono racconti
più meditati "nelle loro possibili conseguenze
esemplari e in vista di una morale affatto
umanistica e borghese, e di un futuro che non è
il futuro dell'anima e dell'eterno, ma dei
giorni che attendono la brigata a Firenze libera
dalla peste. Lo stesso Panfilo è ben consapevole
che i fini del Decameron non sono più quelli di
una divina "commedia" educatrice, e non si può
persistere su questa via". Forse la novella
migliore è la nona: "il Saladino in forma di
mercatante è onorato da messer Torello: fassi il
passaggio: messer Torello dà un termine alla
donna sua a rimaritarsi: è preso e per
acconciare uccelli viene in notizia del Soldano,
il quale riconosciutolo e sè fatto riconoscere,
sommamente l'onora; messer Torello inferma e per
arte magica in una notte si è recato a Pavia, et
alle nozze, che della rimaritata sua moglie si
facevano, da lei riconosciuto, con lei a casa
sua se ne ritorna".
Alla fine della decima giornata segue la
conclusione dell'opera, secondo un disegno
retorico, caratteristico del Decameron: sono
pagine ricche di spirito e veramente
rappresentative della modernit artistica
dell'autore: non manca un pizzico di prudenza e
di morale: "Tuttavia chi va tra queste leggendo,
lasci stare quelle che pungono, e quelle che
dilettano legga ...; e come che molto tempo
passato sia da noi che io a scriver cominciai,
infino a quest'ora che io al fine vengo della
mia fatica, non m'è per ciò uscito di mente me
avere questo mio affanno offerto alle oziose e
non all'altre: ... le cose brievi si convengon
molto agli studianti che a voi donne, alle quali
tanto del tempo avanza, quanto negli amorosi
piaceri non ispendete ... E lasciando omai a
ciascheduna e dire e credere come le pare, tempo
è da por fine alle parole. Colui umilmente
ringraziando, che dopo s lunga fatica col suo
aiuto, si ha al desiderato fine condotto. E voi,
piacevoli donne, con la sua grazia in pace vi
rimanete, di me ricordandovi, se ad alcuna forse
alcuna cosa giova l'averle lette. Qui finisce la
decima et ultima giornata del libro chiamato
Decameron cognominato Prencipe Galeotto".
All'unità delle novelle, oltre al fatto che il
re o la regina di turno scelgono il tema
generale, sul quale ciascuno dei narratori tesse
il proprio racconto, contribuiscono lo sfondo
della società aristocratica, nel quale le varie
storie sono inquadrate, e il fatto che ogni
giornata ha un'"introduzione idillica" ed è
chiusa da una "ballata"; gli stessi piccoli
commenti alla fine di ogni novella e i lieti
conversari e le arguzie e i canti servono come
osserva il Sansone a dare a tutto il libro un
accento di realismo quotidiano e idillico. Ciò
che poi unisce come sentimento tutte le novelle
e le fa poesia è l'amore della vita nella
pienezza del suo essere e svolgersi; la vita,
guardata con il cuore sgombro da presupposti
morali e religiosi, la vita che è soprattutto
amore e intelligenza. Vengono così eliminati il
meraviglioso, il fiabesco, il sublime e con
molta obiettività sono rappresentati personaggi
concreti, sciocchi e furbi, assassini e
cavalieri, imbroglioni e beffeggiati, timorati
di Dio e privi di scrupoli, creature gentili o
ciniche, che vivono tutti la loro vita e che
sono il frutto di un modo di sentire del
Boccaccio: "Vita come naturalità ed istintività,
e quindi prevalentemente la forza d'amore come
obbedienza ai sensi e come passione
incoercibile; e la forza costruttiva dell'umana
intelligenza abile a creare intorno a sè brevi o
vasti circoli di realtà" (Sansone). Non c'è
spazio nel Decameron per ironia o satira o
deformazione dei personaggi fuori dei limiti del
realismo: se mai tutto è pervaso da un senso di
comicità, che esprime l'atteggiamento positivo
del poeta di fronte alla libera umanità nella
pienezza della sua vitalità e creatività. Da qui
nasce un Boccaccio cavaliere e cortigiano, che
ama le raffinatezze, di cui sono prove costanti
l'eloquenza, i paesaggi, le figure, le azioni
del Decameron; cortesia e cavalleria, che
preannunciano il Rinascimento e obbligano a
ritenere falsa la concezione che limita la
poesia del Boccaccio alla licenza e alla burla.
A tanta ricchezza di fantasia corrisponde
altrettanta duttilità di stile: la prosa è
foggiata sul modello ciceroniano e in genere
degli scrittori classici, il periodo è sempre
architettato sapientemente, con qualche accenno
alla nativa parlata toscana. Le fonti del libro
sono varie, classiche e medievali, ma ciò non
toglie nulla al pregio dell'opera, che non è
nella invenzione, ma nella sua altezza poetica.
Immensa la fortuna del Decameron in Italia e
fuori, straordinaria l'influenza del Boccaccio,
considerata uno dei motivi fondamentali della
storia non solo della novellistica, ma in genere
della prosa italiana. Il De Sanctis definì il
Decameron "commedia umana".
GIOVANNI
BOCCACCIO - BIOGRAFIA
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