Luis Buñuel
(Calanda, Aragona 1900 - Città di Messico 1983)


 

Buñuel: Estasi di un delitto

Uno dei migliori film realizzati da Luis Buñuel, durante gli anni in cui visse e lavorò in Messico, fu Estasi di un delitto (1955), opera di grande spessore sarcastico e polemico con il quale il grande maestro del surrealismo cinematografico volle stigmatizzare le frustrazioni indotte dall'educazione cattolica.

Protagonista del film è il giovane borghese Arcibaldo (intrepretato da Ernesto Alonso, a destra nel fotogramma) che, per un trauma infantile, è convinto di poter determinare la morte delle donne da cui sia eroticamente attratto.

Luis Buñuel

Regista spagnolo. Proveniente da un'agiata famiglia di proprietari terrieri, Luis Buñuel si laureò in lettere a Madrid, dove strinse amicizia con intellettuali e artisti come García Lorca, Salvador Dalí e Rafael Alberti e fondò il primo cineclub spagnolo. Divenuto, negli anni Trenta, uno dei più significativi rappresentanti del cinema sperimentale, Buñuel ha saputo imporsi al grande pubblico con film che uniscono elementi onirici, critica sociale e humour beffardo.

Surrealismo e cinema d'avanguardia

Trasferitosi a Parigi, Buñuel aderì al surrealismo e realizzò insieme a Salvador Dalí Un chien andalou (1928). Il film, presentato allo Studio des Ursulines, suscitò uno scandalo enorme per la violenza visiva e la corrosiva carica anti-borghese. Il successivo L'Âge d'or (1930), meno estremo nella provocazione ma ideologicamente più preciso, mise a fuoco uno dei temi che sarebbero tornati con insistenza nella cinquantennale carriera del regista spagnolo: lo scontro fra l'istinto, qui nella forma cara ai surrealisti della passione amorosa, e la realtà sociale con le sue norme e le sue convenzioni. Uscito dal movimento surrealista per motivi politici, nel 1932 tornò in Spagna per girare Las Hurdes (noto anche come Terra senza pane), un documentario di grande efficacia su una delle regioni più povere della Spagna.

La stagione messicana

La vittoria del franchismo costò a Buñuel l'esilio, prima negli Stati Uniti e quindi in Messico, dove diresse film di genere. Il nome di Buñuel tornò al centro dell'attenzione nel 1950, quando il regista trionfò a Cannes con I figli della violenza, spietata descrizione e impietosa denuncia del sottosviluppo, più vicina all'allucinato spirito di Goya che al realismo allora prevalente nel cinema internazionale. Ebbe inizio quindi la seconda fase della carriera di Buñuel, nella quale le convenzioni del cinema di genere furono gradatamente messe in discussione. Sequenze oniriche, personaggi fuori norma, piccoli e significativi scarti narrativi in grado di rovesciare il senso del film caratterizzano tutte le opere della stagione messicana, da quelle più personali come Adolescenza torbida (1950), Subida al cielo (1952), El (1952), tragicommedia sull'ossessiva gelosia di un ricco cattolico, e Estasi di un delitto (1955), ritratto di un moderno Don Juan, a quelli più su commissione, come Le avventure di Robinson Crusoé (1952), La selva dei dannati (1957), L'isola che scotta (1959) e Violenza per una giovane (1960).

La fama di Buñuel acquisì risonanza internazionale grazie a una trilogia che il regista dedicò a figure di santi “mancati”: Nazarin (1958, premio speciale della giuria a Cannes) narra il fallimento dell'intransigenza morale cristiana di fronte alla più terrena e caritatevole comprensione degli umili, Viridiana (1961, girato in Spagna e altra Palma d'Oro) racconta una dissacratoria e sofferta emancipazione dalla religione, mentre l'incompiuto Simon del deserto (1965) vede l'orgoglioso stilita ossessionato dal diavolo nella pagana bolgia newyorkese.

Il fascino discreto della critica sociale

Buñuel non attenuò, con il passare degli anni, il vigore crudamente polemico e l’humour corrosivo che avevano caratterizzato sia le prime prove sia le opere della maturità. Oltre che nei perversi ritratti femminili di Il diario di una cameriera (1964, da Mirabeau, con Jeanne Moreau), Bella di giorno (1967, Leone d’Oro a Venezia) e Tristana (1970), entrambi con Catherine Deneuve, il nichilismo onirico si espresse nel film L'angelo sterminatore (1962), che recupera la lezione surrealista per raccontare l'impotenza e la miseria morale della classe dirigente.

La via Lattea (1968), Il fascino discreto della borghesia (1972, Oscar come miglior film straniero) e Il fantasma della libertà (1974), tutti tratti da soggetti originali, appartengono a quella che Buñuel stesso definì un 'trittico sulla ricerca della verità, che bisogna fuggire appena si crede di aver trovata'. Ed è con questo precetto che Buñuel si congedò, realizzando Quell'oscuro oggetto del desiderio (1977, con Fernando Rey): il film, ispirato al romanzo libertino La donna e il burattino di Pierre Louys, prende corpo attraverso continue e studiatissime infrazioni alle convenzioni cinematografiche (la più clamorosa delle quali è il raddoppio del personaggio principale, interpretato da due attrici diversissime come Angela Molina e Carole Bouquet), che si concludono con un'improvvisa per quanto logica esplosione.

Dei miei sospiri estremi

Pubblica Obra literaria, una raccolta di scritti letterari e nel 1981 scrive la sua autobiografia "Mon dernier soupir" ("Dei miei sospiri estremi") pubblicata dopo la sua morte.

Questa autobiografia scritta da Bunuel negli ultimi anni di vita con l'aiuto dell'amico e collaboratore Jean-Claude Carrière appare oggi come un testamento e come il prezioso, avventuroso riepilogo di una grande stagione artistica narrata con vivacità e divertimento. L'educazione cattolica, l'amicizia con Garcia Lorca e con Salvador Dalì, l'incontro con Breton e quello con Fritz Lang, la Hollywood degli anni d'oro e la Parigi dei mitici anni Venti, il Messico e la Spagna come terra d'ispirazione: ecco alcuni degli innumerevoli argomenti trattati in questo libro da un protagonista della cultura del nostro tempo.

Buñuel: Dei miei sospiri estremi

Ottant'anni del 900 vissuti al centro della cultura e della politica, il bilancio di una vita condensato in pagine piene d'ironia e di intelligenza: " Solo, davanti al mio martini dry, dubito fortemente dei vantaggi del denaro e della cultura".

Recensione di Puccini

La prima cosa osservare a proposito di questo libro di Buñuel è quanto sia stato giusto e azzeccato ristamparlo, visto che forse non era stato apprezzato abbastanza al suo primo apparire nelle librerie italiane, per destinarlo così a quel tipo di lettura che io chiamerei intramontabile, com'è l'opera più volte replicata di quel regista. Sia lode quindi alla prelibata collana "Saggi e documenti del Novecento " della editrice SE, per il rilancio di questa felicissima opera autobiografica.
Ma subito dopo al recensore viene fatto di dichiarare in cuor suo e agli altri: "semiologi, spiegatemi, per favore, quanto sto ora per dire e che mi viene spontaneo notare sulla scrittura del libro". Al suo inizio infatti appare un'avvertenza dello stesso autore, che ci rende perplessi: "Non sono uomo di penna. Dopo lunghe conversazioni, Jean-Claude Carrière, fedele a tutto quello che gli ho detto, mi ha aiutato a scrivere questo libro". Non si riesce a capire, da queste parole, se Buñuel abbia raccontato estesamente al suo amico francese, suo collaboratore in tanti film, la propria vita e poi Carrière, a casa sua, l'abbia trascritta un po' per conto suo; oppure se il famoso regista spagnolo, nel suo francese che si può anche immaginare perfetto (ma comunque sempre una lingua acquisita), glielo abbia via via dettato; o che le due cose si siano mescolate, con correzioni apportate sul testo, quale scaturiva dalle conversazioni. Se poi a questo si aggiunge che dal francese il libro è stato tradotto (ottimamente) in italiano, i travasi e i filtri con cui il testo arriva fino a noi è davvero un rebus linguistico e letterario. Eppure - ecco il punto della mia perplessità - conosco pochi libri meglio "scritti" di questo di Buñuel: vivace, pungente, personalissimo, pieno di osservazioni, aneddoti, episodi e notizie che la scrittura riproduce in modo impeccabile e che sono davvero in grado di coinvolgere qualsiasi interesse e qualsiasi lettore: non soltanto, insomma, l'attenzione della gente di cinema o di chi, come me, non ha perso un film del regista spagnolo, ed anzi li ha rivisti più e più volte.
In un'altra occasione mi è capitato di paragonare Buñuel a Goya, aragonesi entrambi, entrambi controcorrente, entrambi geniali, graffianti in ogni momento, capaci d'invenzioni e belle stravaganze che hanno superato le norme e i modi del loro stesso tempo. Ora, dopo aver riletto questo libro, ho da aggiungere un altro particolare comune ai due bizzarri e davvero straordinari personaggi: la capacità di far arrivare la scrittura "oltre lo steccato", perché, già si è detto di Buñuel, ma anche a proposito di Goya e delle sue lettere e delle sue bellissime didascalie ai "Caprichos", ai "Desastres de la guerra" ecc., dovremo riconoscere che quel pittore era anche uno scrittore di grandi qualità e di brucianti scorci sintattici e stilistici...
Vagabondo per amore di curiosità e d'avventura, oppure, più spesso, per condizione di esule dalla dittatura di Franco, Buñuel, dopo l'infanzia e la prima giovinezza trascorse tra il paesino aragonese di Calanda e la città di Saragozza, la sua scoperta della Madrid fervida degli anni venti, presso la Residencia de Estudiantes, luogo d'incontro del miglior gruppo d'artisti e di poeti che mai un paese seppe sformare con tanta felicità e abbondanza (e si parla di Lorca, di Dal¡, di Alberti e di tanti altri personaggi non meno brillanti e curiosi). Poi egli passa a Parigi, vista dapprima come luogo di delizie bizzarre ma anche di imprevisto antisemitismo e destrismo (uno squarcio che alcuni di noi conoscevano bene anche prima di Le Pen), e palestra d'arte fondamentale. Nondimeno, la vera scoperta di Parigi avviene pochi anni dopo: non solo con la presentazione di "Un chien andalou", opera sua e di Dal¡, ma anche e soprattutto con la scoperta e l'adesione al movimento surrealista, da cui del resto quel breve film, ormai celeberrimo, si è ispirato ed è nato.
E qui occorre sottolineare un tratto fondamentale di questa autobiografia, come del resto delle opere e della personalità complessiva di Buñuel: il surrealismo, vissuto in tutti i suoi momenti (eversivi, politici, scandalistici, innovativi, morali ed estetici), in forma di sé dalla punta dei capelli alla punta dei piedi tutto Buñuel: la sua maniera di affrontare la vita e il suo modo di vedere la gente, il suo "ateismo per grazia di Dio" e le sue simpatie e antipatie, e persino - pare ovvio, ma non lo è - il suo cinema fino all'ultimo fotogramma del suo ultimo film: "Quell'oscuro oggetto del desiderio".
La vita avventurosa, certo a modo suo, di Buñuel si muove anche tra altri due poli, per tornare alla fine in Francia e in Spagna: in Messico, dove lavora tantissimo, con film amati e meno amati; e persino negli Stati Uniti, dove si trova e si ritrova con difficoltà, alla stessa maniera o quasi di un altro esule: Bertolt Brecht. Ma poi alla fine persino Hollywood dove egli ha fatto di tutto (compresa un po' di fame) lo festeggia a braccia aperte: e questo dopo il successo del "Fascino discreto della borghesia". In una pagina memorabile, quasi una foto di gruppo in un interno, Buñuel ricorda la cena che un gruppo di registi famosi gli offerse nella "bellissima casa di Cuker"; e c'erano John Ford, Billy Wilder, William Wyler, Alfred Hitchcock, George Stevens, Rouben Mamoulian, Robert Wise e "un regista molto più giovane, Robert Mulligan". Era finalmente il riconoscimento che gli era mancato per anni ed anni...
Come ogni autobiografia di un grande ottuagenario, anche quella di Buñuel, tutta allegra e scintillante, si chiude con alcune considerazioni sulla morte, che egli attende con serenità. E colpisce soprattutto il punto in cui egli si decide di salutare i vari luoghi che gli sono stati cari: li saluta ("addio Parigi", "addio San José", "addio Madrid ", ecc.) e non gli importa se deve salutarli una o più volte: questa è la sua sorniona e ironica preparazione alla morte, all'"ultimo sospiro" (come suona il titolo originale).
P.S. - Forse, per questa seconda edizione, sarebbe stata utile una revisione delle parole e delle cose che riguardano la Spagna: nomi trascritti alla francese (sempre pessimi quando si tratta di parole straniere) e varie inesattezze di ogni genere. Come nella frase famosa di alcuni intellettuali antifranchisti, nella loro più recente tappa "democratica": "contro Franco stavamo meglio" (e non "contro Franco eravamo migliori").

L. Buñuel: Bibliografia essenziale



Abruzzese, A.; Masi, S., I film di Luis Buñuel, Gremese, Roma 1990.
Bernardi, A., Luis Buñuel, Le Mani, Recco 1999.
Buñuel, L., Dei miei sospiri estremi, SE, Milano 1997.
Buñuel, L. (a cura di Vidal, A.S.), Scritti letterari e cinematografici, Marsilio, Venezia 1984.
Cattini, A., Luis Buñuel, Il Castoro, Milano 1995.
Pérez Turrent, T.; De la Colina, J. (a cura di), Buñuel secondo Buñuel, Ubulibri, Milano 1993.

 

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