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Buñuel:
Estasi di un delitto
Uno dei migliori film realizzati da Luis Buñuel, durante gli anni in cui
visse e lavorò in Messico, fu Estasi di un delitto (1955), opera di grande
spessore sarcastico e polemico con il quale il grande maestro del
surrealismo cinematografico volle stigmatizzare le frustrazioni indotte
dall'educazione cattolica.
Protagonista del film è il giovane borghese Arcibaldo (intrepretato da
Ernesto Alonso, a destra nel fotogramma) che, per un trauma infantile, è
convinto di poter determinare la morte delle donne da cui sia eroticamente
attratto.
Luis Buñuel
Regista spagnolo. Proveniente da un'agiata famiglia di proprietari terrieri,
Luis Buñuel si laureò in lettere a Madrid, dove strinse amicizia con
intellettuali e artisti come García Lorca,
Salvador Dalí e
Rafael Alberti e
fondò il primo cineclub spagnolo. Divenuto, negli anni Trenta, uno dei più
significativi rappresentanti del cinema sperimentale, Buñuel ha saputo
imporsi al grande pubblico con film che uniscono elementi onirici, critica
sociale e humour beffardo.
Surrealismo e cinema d'avanguardia
Trasferitosi a Parigi, Buñuel aderì al surrealismo e realizzò insieme a
Salvador Dalí Un chien andalou (1928). Il film, presentato allo Studio des
Ursulines, suscitò uno scandalo enorme per la violenza visiva e la corrosiva
carica anti-borghese. Il successivo L'Âge d'or (1930), meno estremo nella
provocazione ma ideologicamente più preciso, mise a fuoco uno dei temi che
sarebbero tornati con insistenza nella cinquantennale carriera del regista
spagnolo: lo scontro fra l'istinto, qui nella forma cara ai surrealisti
della passione amorosa, e la realtà sociale con le sue norme e le sue
convenzioni. Uscito dal movimento surrealista per motivi politici, nel 1932
tornò in Spagna per girare Las Hurdes (noto anche come Terra senza pane), un
documentario di grande efficacia su una delle regioni più povere della
Spagna.
La stagione messicana
La vittoria del franchismo costò a Buñuel l'esilio, prima negli Stati Uniti
e quindi in Messico, dove diresse film di genere. Il nome di Buñuel tornò al
centro dell'attenzione nel 1950, quando il regista trionfò a Cannes con I
figli della violenza, spietata descrizione e impietosa denuncia del
sottosviluppo, più vicina all'allucinato spirito di Goya che al realismo
allora prevalente nel cinema internazionale. Ebbe inizio quindi la seconda
fase della carriera di Buñuel, nella quale le convenzioni del cinema di
genere furono gradatamente messe in discussione. Sequenze oniriche,
personaggi fuori norma, piccoli e significativi scarti narrativi in grado di
rovesciare il senso del film caratterizzano tutte le opere della stagione
messicana, da quelle più personali come Adolescenza torbida (1950), Subida
al cielo (1952), El (1952), tragicommedia sull'ossessiva gelosia di un ricco
cattolico, e Estasi di un delitto (1955), ritratto di un moderno Don Juan, a
quelli più su commissione, come Le avventure di Robinson Crusoé (1952), La
selva dei dannati (1957), L'isola che scotta (1959) e Violenza per una
giovane (1960).
La fama di Buñuel acquisì risonanza internazionale grazie a una trilogia che
il regista dedicò a figure di santi “mancati”: Nazarin (1958, premio
speciale della giuria a Cannes) narra il fallimento dell'intransigenza
morale cristiana di fronte alla più terrena e caritatevole comprensione
degli umili, Viridiana (1961, girato in Spagna e altra Palma d'Oro) racconta
una dissacratoria e sofferta emancipazione dalla religione, mentre
l'incompiuto Simon del deserto (1965) vede l'orgoglioso stilita ossessionato
dal diavolo nella pagana bolgia newyorkese.
Il fascino discreto della critica sociale
Buñuel non attenuò, con il passare degli anni, il vigore crudamente polemico
e l’humour corrosivo che avevano caratterizzato sia le prime prove sia le
opere della maturità. Oltre che nei perversi ritratti femminili di Il diario
di una cameriera (1964, da Mirabeau, con Jeanne Moreau), Bella di giorno
(1967, Leone d’Oro a Venezia) e Tristana (1970), entrambi con Catherine
Deneuve, il nichilismo onirico si espresse nel film L'angelo sterminatore
(1962), che recupera la lezione surrealista per raccontare l'impotenza e la
miseria morale della classe dirigente.
La via Lattea (1968), Il fascino discreto della borghesia (1972, Oscar come
miglior film straniero) e Il fantasma della libertà (1974), tutti tratti da
soggetti originali, appartengono a quella che Buñuel stesso definì un
'trittico sulla ricerca della verità, che bisogna fuggire appena si crede di
aver trovata'. Ed è con questo precetto che Buñuel si congedò, realizzando
Quell'oscuro oggetto del desiderio (1977, con Fernando Rey): il film,
ispirato al romanzo libertino La donna e il burattino di Pierre Louys,
prende corpo attraverso continue e studiatissime infrazioni alle convenzioni
cinematografiche (la più clamorosa delle quali è il raddoppio del
personaggio principale, interpretato da due attrici diversissime come Angela
Molina e Carole Bouquet), che si concludono con un'improvvisa per quanto
logica esplosione.
Dei miei sospiri estremi
Pubblica Obra literaria, una raccolta di scritti letterari e nel 1981 scrive
la sua autobiografia "Mon dernier soupir" ("Dei miei sospiri estremi")
pubblicata dopo la sua morte.
Questa autobiografia scritta da Bunuel negli ultimi anni di vita con l'aiuto
dell'amico e collaboratore Jean-Claude Carrière appare oggi come un
testamento e come il prezioso, avventuroso riepilogo di una grande stagione
artistica narrata con vivacità e divertimento. L'educazione cattolica,
l'amicizia con Garcia Lorca e con Salvador Dalì, l'incontro con Breton e
quello con Fritz Lang, la Hollywood degli anni d'oro e la Parigi dei mitici
anni Venti, il Messico e la Spagna come terra d'ispirazione: ecco alcuni
degli innumerevoli argomenti trattati in questo libro da un protagonista
della cultura del nostro tempo.
Buñuel: Dei miei sospiri estremi
Ottant'anni
del 900 vissuti al centro della cultura e della politica, il bilancio di una
vita condensato in pagine piene d'ironia e di intelligenza: " Solo, davanti
al mio martini dry, dubito fortemente dei vantaggi del denaro e della
cultura".
Recensione di Puccini
La prima cosa osservare a proposito di questo libro di Buñuel è quanto sia
stato giusto e azzeccato ristamparlo, visto che forse non era stato
apprezzato abbastanza al suo primo apparire nelle librerie italiane, per
destinarlo così a quel tipo di lettura che io chiamerei intramontabile,
com'è l'opera più volte replicata di quel regista. Sia lode quindi alla
prelibata collana "Saggi e documenti del Novecento " della editrice SE, per
il rilancio di questa felicissima opera autobiografica.
Ma subito dopo al recensore viene fatto di dichiarare in cuor suo e agli
altri: "semiologi, spiegatemi, per favore, quanto sto ora per dire e che mi
viene spontaneo notare sulla scrittura del libro". Al suo inizio infatti
appare un'avvertenza dello stesso autore, che ci rende perplessi: "Non sono
uomo di penna. Dopo lunghe conversazioni, Jean-Claude Carrière, fedele a
tutto quello che gli ho detto, mi ha aiutato a scrivere questo libro". Non
si riesce a capire, da queste parole, se Buñuel abbia raccontato estesamente
al suo amico francese, suo collaboratore in tanti film, la propria vita e
poi Carrière, a casa sua, l'abbia trascritta un po' per conto suo; oppure se
il famoso regista spagnolo, nel suo francese che si può anche immaginare
perfetto (ma comunque sempre una lingua acquisita), glielo abbia via via
dettato; o che le due cose si siano mescolate, con correzioni apportate sul
testo, quale scaturiva dalle conversazioni. Se poi a questo si aggiunge che
dal francese il libro è stato tradotto (ottimamente) in italiano, i travasi
e i filtri con cui il testo arriva fino a noi è davvero un rebus linguistico
e letterario. Eppure - ecco il punto della mia perplessità - conosco pochi
libri meglio "scritti" di questo di Buñuel: vivace, pungente,
personalissimo, pieno di osservazioni, aneddoti, episodi e notizie che la
scrittura riproduce in modo impeccabile e che sono davvero in grado di
coinvolgere qualsiasi interesse e qualsiasi lettore: non soltanto, insomma,
l'attenzione della gente di cinema o di chi, come me, non ha perso un film
del regista spagnolo, ed anzi li ha rivisti più e più volte.
In un'altra occasione mi è capitato di paragonare Buñuel a Goya, aragonesi
entrambi, entrambi controcorrente, entrambi geniali, graffianti in ogni
momento, capaci d'invenzioni e belle stravaganze che hanno superato le norme
e i modi del loro stesso tempo. Ora, dopo aver riletto questo libro, ho da
aggiungere un altro particolare comune ai due bizzarri e davvero
straordinari personaggi: la capacità di far arrivare la scrittura "oltre lo
steccato", perché, già si è detto di Buñuel, ma anche a proposito di Goya e
delle sue lettere e delle sue bellissime didascalie ai "Caprichos", ai "Desastres
de la guerra" ecc., dovremo riconoscere che quel pittore era anche uno
scrittore di grandi qualità e di brucianti scorci sintattici e stilistici...
Vagabondo per amore di curiosità e d'avventura, oppure, più spesso, per
condizione di esule dalla dittatura di Franco, Buñuel, dopo l'infanzia e la
prima giovinezza trascorse tra il paesino aragonese di Calanda e la città di
Saragozza, la sua scoperta della Madrid fervida degli anni venti, presso la
Residencia de Estudiantes, luogo d'incontro del miglior gruppo d'artisti e
di poeti che mai un paese seppe sformare con tanta felicità e abbondanza (e
si parla di Lorca, di Dal¡, di Alberti e di tanti altri personaggi non meno
brillanti e curiosi). Poi egli passa a Parigi, vista dapprima come luogo di
delizie bizzarre ma anche di imprevisto antisemitismo e destrismo (uno
squarcio che alcuni di noi conoscevano bene anche prima di Le Pen), e
palestra d'arte fondamentale. Nondimeno, la vera scoperta di Parigi avviene
pochi anni dopo: non solo con la presentazione di "Un chien andalou", opera
sua e di Dal¡, ma anche e soprattutto con la scoperta e l'adesione al
movimento surrealista, da cui del resto quel breve film, ormai celeberrimo,
si è ispirato ed è nato.
E qui occorre sottolineare un tratto fondamentale di questa autobiografia,
come del resto delle opere e della personalità complessiva di Buñuel: il
surrealismo, vissuto in tutti i suoi momenti (eversivi, politici,
scandalistici, innovativi, morali ed estetici), in forma di sé dalla punta
dei capelli alla punta dei piedi tutto Buñuel: la sua maniera di affrontare
la vita e il suo modo di vedere la gente, il suo "ateismo per grazia di Dio"
e le sue simpatie e antipatie, e persino - pare ovvio, ma non lo è - il suo
cinema fino all'ultimo fotogramma del suo ultimo film: "Quell'oscuro oggetto
del desiderio".
La vita avventurosa, certo a modo suo, di Buñuel si muove anche tra altri
due poli, per tornare alla fine in Francia e in Spagna: in Messico, dove
lavora tantissimo, con film amati e meno amati; e persino negli Stati Uniti,
dove si trova e si ritrova con difficoltà, alla stessa maniera o quasi di un
altro esule: Bertolt Brecht. Ma poi alla fine persino Hollywood dove egli ha
fatto di tutto (compresa un po' di fame) lo festeggia a braccia aperte: e
questo dopo il successo del "Fascino discreto della borghesia". In una
pagina memorabile, quasi una foto di gruppo in un interno, Buñuel ricorda la
cena che un gruppo di registi famosi gli offerse nella "bellissima casa di
Cuker"; e c'erano John Ford, Billy Wilder, William Wyler, Alfred Hitchcock,
George Stevens, Rouben Mamoulian, Robert Wise e "un regista molto più
giovane, Robert Mulligan". Era finalmente il riconoscimento che gli era
mancato per anni ed anni...
Come ogni autobiografia di un grande ottuagenario, anche quella di Buñuel,
tutta allegra e scintillante, si chiude con alcune considerazioni sulla
morte, che egli attende con serenità. E colpisce soprattutto il punto in cui
egli si decide di salutare i vari luoghi che gli sono stati cari: li saluta
("addio Parigi", "addio San José", "addio Madrid ", ecc.) e non gli importa
se deve salutarli una o più volte: questa è la sua sorniona e ironica
preparazione alla morte, all'"ultimo sospiro" (come suona il titolo
originale).
P.S. - Forse, per questa seconda edizione, sarebbe stata utile una revisione
delle parole e delle cose che riguardano la Spagna: nomi trascritti alla
francese (sempre pessimi quando si tratta di parole straniere) e varie
inesattezze di ogni genere. Come nella frase famosa di alcuni intellettuali
antifranchisti, nella loro più recente tappa "democratica": "contro Franco
stavamo meglio" (e non "contro Franco eravamo migliori").
L. Buñuel:
Bibliografia essenziale

Abruzzese, A.; Masi, S., I film di Luis Buñuel, Gremese, Roma 1990.
Bernardi, A., Luis Buñuel, Le Mani, Recco 1999.
Buñuel, L., Dei miei sospiri estremi, SE, Milano 1997.
Buñuel, L. (a cura di Vidal, A.S.), Scritti letterari e cinematografici,
Marsilio, Venezia 1984.
Cattini, A., Luis Buñuel, Il Castoro, Milano 1995.
Pérez Turrent, T.; De la Colina, J. (a cura di), Buñuel secondo Buñuel,
Ubulibri, Milano 1993.
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