PENSIERO FILOSOFICO - LIBRI CONSIGLIATI

    

Cartesio (Ren Descartes, 1596-1650) - Discorso sul metodo


Trattato dello scienziato e filosofo francese Cartesio (Ren Descartes, 1596-1650), pubblicato a Leida nel 1637

L'opera è il riassunto della filosofia di Cartesio, che vi chiarisce la funzione della ragione nella ricerca scientifica: convinto che l'autorità della tradizione non può bastare a garantire la verità delle opinioni sostenute e che, di conseguenza, devono ritenersi valide solo quelle proposizioni di cui la ragione ha potuto scoprire l'evidenza, l'autore stabilisce di applicare in ogni sua ricerca il metodo del ragionamento matematico. Il libro è diviso in sei parti. Nella prima fa la critica della cultura del tempo: dice che l'istruzione che aveva ricevuto nel collegio dei gesuiti di La Flche e poi nell'università di Poitiers corrispondeva in pieno alla cultura dell'epoca. Si tratta di una cultura che, pur con lati assai apprezzabili (utilità dello studio delle lingue, della storia, dell'eloquenza, della poesia, delle matematiche, della teologia, della filosofia, della giurisprudenza, della medicina e di altre scienze), aveva molti difetti per cui, abbandonati i libri, si diede ai viaggi, "deciso di non cercare più altra scienza, fuori di quella che si poteva trovare in lui stesso ovvero nel gran libro del mondo". Trovò però nei costumi degli uomini tanta diversità quanta ne aveva trovata prima tra le opinioni dei filosofi; così, dopo alcuni anni di studio e di esperienza "nel libro del mondo", risolse di studiare se stesso e le vie da seguire per la ricerca della verità e il dominio della natura. Nella seconda parte Cartesio indica dunque le circostanze in cui "scopr" il suo metodo: l'inverno del 1619, mentre prestava servizio militare, lo costrinse in un quartiere dove, non avendo svaghi nè occupazioni, si pose a meditare per tradurre in atto quanto si era proposto. Seguendo soltanto la via della propria ragione, decise di adottare un metodo esente dai difetti della logica e della matematica (analisi geometrica degli antichi e algebra dei moderni), che ne compendiasse i vantaggi e potesse ridursi in pochi ma precisi precetti veramente idonei alla ricerca della verità.

Tali precetti o regole gli consentirono il raggiungimento di risultati lusinghieri con la conseguente soluzione di problemi prima ritenuti insolubili, sicchè stabil di applicare il metodo anche alla filosofia. I precetti fondamentali sono quattro: il primo è "di non accogliere mai nulla per vero che non conoscessi evidentemente essere tale: cioè di evitare accuratamente la precipitazione e la prevenzione; e di non comprendere nei miei giudizi niente di più di quello che si presentasse così chiaramente e distintamente alla mia mente, che io non avessi alcuna possibilità di metterlo in dubbio". E' questa la regola base, la regola dell'evidenza ovvero della chiarezza e distinzione. Il secondo precetto consiste nel "dividere ogni problema preso a studiare in tante parti minori quante fosse possibile e necessario per meglio risolverlo": è insomma la regola dell'analisi, per cui un problema si deve risolvere nelle sue parti più semplici, che devono essere considerate in modo separato. Il terzo precetto induce a "condurre i miei pensieri ordinatamente, cominciando dagli oggetti più semplici e più facili a conoscersi per risalire a poco a poco, quasi per gradi, fino alla conoscenza dei più complessi: supponendo che vi sia un ordine anche fra quelli di cui gli uni non precedono naturalmente gli altri": è la regola della sintesi, per cui dalle conoscenze più semplici si passa per gradi alle più complesse, supponendo un ordine anche dove questo non è dato inizialmente. L'ultima regola prescrive di "fare dappertutto enumerazioni così complete e rassegne così generali da esser sicuro di non avere omesso nulla": si tratta cioè dell'enumerazione che permette il controllo delle due fasi precedenti, quelle dell'analisi e della sintesi. Nella terza parte Cartesio indica tre massime di vita della cosiddetta "morale provvisoria", massime di valore universale, tratte dal suo metodo e da attuarsi in attesa della costruzione di una morale definitiva, in attesa della scoperta di quella vera; indica cioè quale debba essere il comportamento che la ragione suggerisce di adottare fino a quando la mente non è stata ancora illuminata dall'evidenza e mentre le esigenze di vita vogliono una decisione. Tali massime sono: "Obbedire alle leggi e ai costumi del mio paese, serbando sempre fede alla religione in cui Dio mi ha fatto la grazia di essere educato fin dall'infanzia"; "essere nelle mie azioni quanto più fermo e risoluto mi è possibile e seguire anche le opinioni più dubbie una volta che avessi deciso di accettarle con la stessa costanza come se fossero le più sicure"; "vincere piuttosto me stesso che la fortuna e cambiare piuttosto i miei desideri che l'ordine delle cose del mondo". A conclusione di questa "morale provvisoria" Cartesio compie una rassegna delle diverse occupazioni degli uomini per tentare di trarne la migliore. Esprimendo una vocazione sua propria, afferma che quella prescelta, "di continuare in quella stessa via in cui si trovava, cioè nell'impiegare tutta la sua vita a coltivare la sua ragione e a progredire, quanto più potesse, nella conoscenza della verità, secondo il metodo che si era prescritto", era per lui la più indicata.

La quarta parte inizia con il "dubbio metodico", quale via alla verità, alla certezza, al sapere. Cartesio dubita di tutto ciò che gli è stato inculcato o di cui ha tratto esperienza nell'intento di ricostruire il suo sapere con ordine, con metodo: "Sospende l'assenso" a ogni conoscenza. Dubita di tutto perchè nulla si sottrae al dubbio. Da questa universalità del dubbio fa derivare la prima certezza razionale, "il principio della filosofia che cercava", la verità rivelataglisi e da cui se ne ricavano altre: l'esistenza del pensiero che dubita.

Per dubitare è necessario che io che dubito esista, sia qualche cosa, perchè può dubitare soltanto chi esiste: cogito ergo sum (penso, dubito, dunque sono). Esisto cioè come essere che dubita, che pensa come soggetto pensante, cioè spirito, intelletto. Cioè Cartesio intuì che poteva dubitare di ogni cosa a eccezione del suo pensiero, perchè il dubbio è già un pensiero: dubitare di pensare vuol dire pensare. Dopo il "dubbio", dopo il cogito segue la distinzione dell'anima dal corpo: l'affermazione dell'"esisto", del "sono", non vuol però significare esistenza anche come "corpo" perchè "posso fingere di non averne alcuno", ferma restando la realtà del mio pensiero, per cui l'"io" cioè l'anima "è interamente distinta dal corpo e anzi più facile a conoscere di questo" ed esistente anche se questo non fosse. Dopo la distinzione dell'anima dal corpo si occupa del "criterio di verità", dedotto dal cogito, fondato sulla chiarezza e sulla distinzione, compendiato nella regola generale "che le cose che noi concepiamo ben chiaramente e ben distintamente sono tutte vere": regola il cui valore, sosterrà poi, dipende da Dio. Dopo quella del cogito segue la trattazione di un'altra verità, quella dell'esistenza di Dio, in tre dimostrazioni. Secondo la prima dimostrazione il dubbio dal quale è emersa la verità del "penso, dunque sono" esprime di per sè imperfezione del soggetto, quindi riconoscimento di tale imperfezione. Ma questo riconoscimento non sarebbe possibile se non avessi l'idea del perfetto e non potrei avere tale idea se non mi venisse da un essere, "da una natura avente in sè tutte le perfezioni", cioè da Dio. Dunque sono portato all'esistenza di Dio. Segue la seconda dimostrazione: se pur avendo l'idea di perfetto io non lo sono, questo significa che non mi sono data l'esistenza da me stesso perchè diversamente mi sarei data un'esistenza perfetta, cioè conforme all'idea che posseggo. Dunque soltanto Dio, essere perfettissimo, può avere creato me che ho l'idea del perfetto. Ecco poi la terza dimostrazione: l'esistenza di Dio quale essere perfettissimo è "compresa" nella sua idea così come "nell'idea di un triangolo è  compreso che i suoi tre angoli sono uguali a due retti, o in quella di una sfera che tutte le sue parti sono equidistanti dal centro". Infine ancora un'altra verità: non soltanto l'io e Dio conosciamo, ma anche un mondo che si estende fuori di noi, diverso da noi.

Di esso dobbiamo ammettere l'esistenza perchè, non ammettendola, ne deriverebbe che Dio, essere perfettissimo, ci ingannerebbe facendoci apparire esistente un mondo irreale. Nella quinta parte Cartesio si occupa di questioni di fisica: fa il riassunto del suo trattato Il mondo o trattato della luce (dalla cui pubblicazione, come dirà nella sesta parte, fu trattenuto per la disapprovazione inflitta dalla Chiesa "ad un'opinione di fisica pubblicata poco prima da qualche altro", cioè Galileo Galilei), in cui espone la sua concezione della luce, la sua teoria sul Sole, sulle stelle fisse, sui cieli, sui pianeti, sulle comete, sulla Terra, su tutti i corpi, sull'uomo (del quale spiega il movimento del cuore e delle arterie). Dà indi un accenno all'automatismo animale, superato dall'uomo che è anima "di natura interamente indipendente dal corpo, non affatto soggetta a morire con esso e, perciò, immortale".

Nella sesta parte indica le condizioni del progresso dell'indagine scientifica. Afferma il carattere pratico della sua scienza, dichiara che si può trovare "una filosofia pratica" tale che ci permetta "di renderci come padroni e possessori della natura" e "di salvaguardarci da un'infinità di malattie e fors'anche dall'indebolimento della vecchiaia".

Il Discorso, scritto in maniera semplice e chiara e in lingua volgare "per essere capito ovunque", ruppe con il vecchio mondo della tradizione e della scolastica, diede alla filosofia un nuovo indirizzo. Il metodo cartesiano, il metodo del procedimento matematico deduttivo nella ricerca della verità, fondato sulla sovranità della ragione e sulla validità del principio del cogito, fu applicato successivamente, per quasi due secoli, "anche a quegli altri problemi che la filosofia aveva aperto con la propria indagine".

Tale applicazione "favorì una rivoluzione totale nel pensiero che Descartes non sperò nè senza dubbio previde nella diversità delle sue conseguenze"
(Castex-Surer).



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