Libro (lat. Liber: 64-54
a.C.) raccolta di componimenti poetici di Gaio Valerio
Catullo (87 - 54 a.C.)
Il Liber catulliano è una raccolta di 116 carmi. I
componimenti sono organizzati secondo criteri metrici: i
primi 60 costituiscono le nugae (scherzi), componimenti
brevi, in metri vari; i carmi 61-68 vengono detti carmina
dotta (poesie erudite), e sono più estesi, in metri diversi;
i carmi dal 69 al 116 trattano argomenti identici alle
lingue, ma in distici elegiaci. Il carme introduttivo
contiene la dedica del «nuovo libretto» a Cornelio Nepote;
il 4 descrive un piccolo battello, simbolo della vita stessa
del poeta: i carmi 5-60 sono dedicati ad amici e nemici e
alla sua tormentosa storia d'amore. Mentre il tono delle
poesie rivolte contro i vizi privati e le pubbliche virtù
dei conoscenti sono di tono scurrile, goliardico, spesso
satirico, i carmi rivolti a Lesbia manifestano un amore
appassionato, tenero e allo stesso tempo assoluto e
violento, pronto all'illusione come al disprezzo. I carmi
eruditi riprendono i temi cari alla poesia alessandrina: si
tratta di epitalami (nel 62 si trova un contrasto) fra gli
accompagnatori del corteo matrimoniale e le fanciulle, che
lamentano la verginità perduta e di epilli: il 63 ha come
protagonista Attis, il giovane amato da Cibele e costretto a
evirarsi: il 64, in onore delle nozze di Peleo e Teti,
contiene la storia di Arianna abbandonata a Nasso, e le
imprese di Achille. Il carme 66 è la traduzione in latino
della
Chioma di Berenice di Callimaco; la vicenda è narrata in
prima persona dalla chioma stessa. Il 67 è un dialogo tra un
viandante e una porta, che ha visto compiersi grossi
scandali all'interno della casa. Gli ultimi carmi riprendono
i motti salaci all'indirizzo di amici e nemici, e
testimoniano dell'amara conclusione della storia con Lesbia:
il poeta cade in nera depressione; comprende che il suo
sentimento è inguaribile, che il bene velle, l'affetto, è
distrutto, ma non così l'amore. Lesbia è ormai per lui una
malattia mortale e chiede agli dei un'ultima grazia: di
poterne guarire.
Gaio
Valerio Catullo